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La Madeleine, a Parigi, nel 1911

Fauré, o della promessa presa sul serio

Ti ho tradito, Ermanno,
e mi dispiace molto.
Ti ho tradito, Ermanno,
e sono morta dentro.
Ti ho tradito, Ermanno,
e dovevo… ammetterlo.
Questo gli dirò, al nostro incontro.
Ho pensato a come vestirmi. Semplice.
Come mi vestivo allora. Niente
trucco, beh, quasi, non ho più diciannove anni.
Vorrei che rivedesse, devastante, la mia immagine di allora.
Che sentisse il ricordo di me che l’amavo, che amava.
Il profumo che avevo su di me quando lui era vicino a me,
intorno a me, dentro di me.
Il mio corpo, ai sensi;
alla mente, parole.
Ti ho tradito, Manno,
ma non ho per un attimo
smesso d’amarti.

Gabriel Fauré, organista alla Madeleine di Parigi. Come il vecchio brontolone, Saint-Saëns. E come il vecchio brontolone restio a prendere per buone le forme della tradizione straniera.

Usa scale modali, usa espedienti compositivi ormai non originali, ma sicuramente in modo originale ed estensivo. A differenza di altri, compreso Saint-Saëns, usa le regole dell’armonia non per tracciare il confine del proprio mondo musicale, ma piuttosto, come abbiamo già visto per Rimskij-Korsakov, per creare lo scarto tra la normalità e l’altro.

Una delle sue composizioni più emblematiche (perché piena di qualcosa che è definitivamente altro) e più famose, è il suo Requiem. Il Requiem è un genere musicale: una selezione canonica (quasi sempre gli stessi) di brani composti per accompagnare una liturgia funebre, una messa da funerale o una messa in suffragio di un defunto.

Si tratta di un genere perché diversi compositori si sono cimentati in questa serie di composizioni. Celeberrimi sono i Requiem di Mozart (1791), Cherubini (1816), Berlioz (1837), Liszt (1868), Verdi (1874), Dvořák (1890). A questi si può aggiungere Brahms, con Ein Deutsches Requiem, non canonico, non cattolico ma luterano, 1868-69. Ciascuno dei compositori interpreta il genere secondo la propria sensibilità, la propria spiritualità, e il gusto dei fedeli che dovevano apprezzare l’opera prodotta.

Fauré, tra il 1887 e il 1900, dice la propria. Intanto, di funerali se ne intende: da organista di una chiesa, accompagnare le esequie è uno dei suoi compiti. E probabilmente sente la distanza tra la voce liturgica e il suo sentire, il sentire del citoyen della Troisième République, oltre che del cattolico francese. Un sentire laico, che non avverte più il ricatto del giudizio finale come ragione principale per un agire etico, per fare il bene.

Ne esce un Requiem senza Dies irae, la sequenza medievale con le trombe del Giudizio universale, Cristo Re e Giudice, i pianti e le suppliche dei defunti che attendono la sentenza e di chi intercede per loro. In realtà un frammento della sequenza, il Pie Jesu, sopravvive, ma è un distico e viene inglobato in uno degli altri testi, senza alterare il mood generale del tutto.

Ne esce un Requiem per cui viene criticato: ne parla lui stesso in un’intervista. C’è chi gli fa notare che manchi il terrore della morte, che il suo Requiem sembri più una ninna-nanna per la morte. Il motivo, risponde, è come lui concepisce la morte. Ossia, il luogo del conseguimento del riposo, e forse della realizzazione di una serissima promessa, quella della felicità eterna. Questo è lo spazio in cui si muove: tra la laicità di chi vede nella morte la conclusione nel riposo di una vita spesso ricca di fatiche, e la fede intima di chi attende il realizzarsi di una promessa di una felicità in vita solo intuita.

Alla struttura canonica Fauré aggiunge, in coda, due brani, che sono tipici della messa funebre (e non ci sono invece nelle messe di suffragio), e in particolare riguardano il momento della benedizione del feretro e la sua uscita dalla chiesa. Libera me e In paradisum. Nella matematica che Fauré usa qui c’è un’intera teologia.

Libera me è diviso in quattro parti. La prima, in 2/2, inizia con un basso ostinato che batte un ritmo molto riconoscibile, tre colpi uguali, di cui è il secondo ad essere accentato, il quarto è vuoto. Il baritono canta la strofa, una compunta preghiera di liberazione dalla morte eterna. Nel frattempo, qualche armonia insolita qua e là, ma il tutto è udibilmente ancorato intorno alla tonalità iniziale, Re minore.

Nella seconda parte (stesso tempo) entra il coro (Tremens), con una modulazione a salire in cui ancora la tonalità iniziale ha un ruolo di richiamo.

La terza parte, preannunciata da una sorta di squillo di trombe e da un cambio di tempo (6/4), richiama, nel testo Dies illa dies irae, la sequenza (che lui stesso ha espunto dall’elenco dei brani). Il Giudizio Universale entra qui, in questo brano. Fauré lo traduce, senza mai eccedere nei toni, in una serie di modulazioni che portano lontanissimo dal Re minore, fino a un improbabile Fa# maggiore. Il timore, il terrore del giudizio è nascosto in un labirinto armonico: la dannazione è perdersi e non arrivare all’appuntamento col divino.

E così, dalle plaghe più lontane, Fauré aggancia un La maggiore, fa ripartire il basso ostinato, torna al tempo primo, e ci riporta al Libera me. Che questa volta è cantato da tutti, non solo dal baritono, all’unisono, partendo pianissimo. E salendo in un accorato crescendo, che tuttavia rimane misurato, senza dinamiche estreme. Chiudono una piccola coda del baritono e un’armonia finale del coro.

In paradisum, al commiato del feretro, è un abbraccio musicale. I soprani inizialmente mantengono una melodia molto lineare nel registro acuto, poi iniziano a salire, con il resto del coro che armonizza. L’accompagnamento in parte scende nelle note più profonde e in parte arpeggia in alto. E poi la forbice si chiude, in un’armonia fondamentalmente ancorata sul Re maggiore, nel registro intermedio. Staticità armonica, gli estremi che si aprono, e poi si richiudono, alcuni elementi melodici un tantino alieni ci dicono che non siamo a casa. Tutto il resto parla di un abbraccio accogliente in cui vorremmo essere.

Fauré, dalla Francia di fine Ottocento, ci consegna una struttura compositiva che parla della sua spiritualità moderna, misurata, drammatica ma intima, in cui anche la morte conserva una sua tenerezza. La matematica è quella della regola e delle eccezioni.

La consegna del lavoro di scrittura di questo post. Scrivi un testo di 15-20 righe (prosa o versi) con una “tonalità”: una frase di sette sillabe metriche, il tuo ostinato, che apre il testo e ritorna ogni due righe. È la tua casa. Per due o tre volte si mantiene identico, mentre nelle righe intermedie poco per volta e con variazioni evidenti, qualcosa viene raccontato.

Poi, per qualche riga, allontanati verso un secondo registro, lontano dal primo (un altro luogo, un’altra voce, un altro lessico): togli l’ostinato e cambia la misura, con versi di nove sillabe o frasi lunghe e prive di un punto d’appoggio. Chiudi con una frase aperta, che lasci qualcosa in sospeso o contenga una parola o un’espressione ambigua, che appartenga a entrambi i registri e magari riporti al metro iniziale. Subito dopo riscrivi l’ostinato di partenza, identico alla prima volta, o con una lieve variazione che ne modifichi il senso alla luce di ciò che è intercorso.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. Il precedente parlava di Rachmaninov. Il successivo di Claude Debussy.

Il vero tema della sinfonia n. 2

Sibelius, o la strategia della tensione

Le ruote sono ormai in movimento.
Il movimento è quello del falso messaggio, che è partito.
Il falso messaggio è partito, Tam lo farà arrivare a destinazione, è lei il movimento.
Il falso messaggio è in movimento, Tam lo sta portando, e sa un piccolo pezzo della verità.
Il messaggio vuoto si muove verso i Servizi, ed è Tam, la bella Tam, a fare da postina; ho dovuto dirle che il messaggio non c’è, lei lo sa.
Il messaggio esca è sulla strada dei Servizi, che non sanno che noi sappiamo; Tam, la bionda Tam, lo farà scoprire; era sospettosa, ho dovuto rivelarle che è una trappola, una presa in giro.
Il messaggio trappola è in viaggio verso quegli incapaci che ci controllano ogni istante; Tam sarà presa col messaggio addosso. Qualcosa ho dovuto dirle, ma ormai sono io l’unico che conosce ogni dettaglio del piano. Lei sarà presa col messaggio addosso.
Il messaggio trappola è ormai quasi in mano agli inglesi, che ci sono sempre addosso; Tam la perquisiranno appena mette il naso fuori di casa, e troveranno il messaggio. Dirà che lo deve consegnare a Myk, a Regents’ Park, e prenderanno pure Myk. Lei sa, ma non sa tutto. Solo io so tutto, ormai.
E a quel punto, qualcosa dirà. Ci penserà il suo amante inglese a farla parlare.
Ma non avrà tempo.
Mi sarebbe piaciuto fare un po’ di movimento con te, per l’ultima volta, Tam. Bella Tam, povera Tam.
Ma avresti capito.

Jean Sibelius è, in questo percorso, una voce solitaria: non appartiene né alla tradizione tedesca né a quella francese, non risponde a Wagner né a Debussy, non fa parte di nessuna scuola. È finlandese, e la sua poetica, e così la sua matematica, è quella del paesaggio nordico: vasta, lenta, costruita su materiali tematici scarni che si accumulano con la pazienza di chi sa aspettare.

Ed è proprio l’attesa l’elemento che in alcuni dei suoi brani più celebri si può sperimentare. Un’attesa tonale, come spesso avviene nelle sinfonie di stampo ottocentesco, l’attesa di una risoluzione che non solo non arriva, ma ci fa spazientire per quanto la tensione si possa accumulare in questa aspettativa.

Non la dialettica di Beethoven, non l’accumulo di densità di Brahms, ma qualcosa
di più fisico e più elementare: quanto si può tendere l’elastico prima che la risoluzione diventi
inevitabile?

La Seconda sinfonia, in Re maggiore, è uno dei due esempi che vedremo. E in particolare, il finale, tanto per cambiare. Già l’arrivo di questo quarto movimento è preannunciato da figure di tre note ascendenti per gradi nella conclusione del tempo precedente. Non c’è soluzione di continuità: il modello di cellula melodica viene accumulato e ripetuto finché non risulta inevitabile partire con un tema che questo modello usa e ripete. Il blocco Re-Mi-Fa# è il cuore di questo movimento: apparentemente semplicissimo, ma nasconde un segreto.

Il tempo è in forma-sonata. C’è un secondo tema più lirico, c’è un ponte, importantissimo, e questo si riconosce perché è in minore. Si minore, facile da raggiungere, la relativa minore della tonalità d’impianto. Al ponte, la prima volta, si aggancia lo sviluppo, anche questo basato sulla cellula di tre note, ripetute all’infinito in diverse posizioni e tonalità. Finché si torna, con lo stesso tipo di costruzione di tensione già visto per l’inizio del movimento, al riepilogo.

Tutto come prima, ma l’orchestrazione è più ricca: l’accompagnamento ripete in modo ostinato (ossessivo si può dire?) le stesse figure. Ogni gruppo strumentale dice qualcosa a suo modo, intanto che i temi vengono ripresi e tutto torna come nell’esposizione. Ma il secondo tema finisce, stranamente, in una tonalità lontana, in Si bemolle maggiore. E da qui il ponte. In Re minore: Sibelius ha girato la sinfonia ed è finito nel secondo lato del nastro di Moebius.

E questo ponte non finisce più. Famiglia per famiglia, gli strumenti aggiungono strati di accompagnamento. La stessa ostinazione (ossessività?) nell’esecuzione qui linkata porta a quattro minuti il crescendo. Che è fisico, timbrico: non solo gli strumenti suonano sempre più forte, ma sempre più strumenti suonano a supporto. L’orchestra tutta raccoglie le forze per l’ultimo salto, vento di tempesta che accumula nubi.

E alla fine il nastro si gira di nuovo: torna il Fa#, il maggiore si fa risentire, e qui arriva la sorpresa. Il vero tema, quello di tutta la sinfonia esce qui. Tuba e timpani tengono un ritmo sincopato che accenta il secondo battito dei tre: una pulsazione rocciosa e scomoda. Anche i corni tengono il ritmo, ma sfasati di mezzo battito: tensione nascosta anche in queste poche battute finali. Un tappeto di tremolo d’archi, energia occultata nella nebbia. Trombe, tromboni e oboi cantano: una semplice linea melodica, gloriosa, eroica, il sole che splende. Il tricordo, che abbiamo sentito quasi ininterrottamente per tutto il movimento, e anche prima, si completa.

Diventa quadricordo, con il quarto grado, il Sol mancante, che apre il gioco relazionale della tonalità. E subito dopo, la cadenza finale, tre accordi e il silenzio. E si capisce il perché di quella escalation di tensione: era là che Sibelius voleva farci arrivare. Era là che voleva farci desiderare di arrivare. E quando ci siamo arrivati, non c’era più nulla da dire: era la sintesi.

La quinta sinfonia è forse meno elaborata, in termini di costruzione della tensione. Ancora il finale, ma questa volta è il terzo movimento. E la struttura è più semplice. Un’alternanza tra un andamento tremolante, condotto da archi e legni, e un tema più disteso, per quarte e quinte, anche questo in maggiore, svolto dagli ottoni.

Pare che in questo movimento Sibelius abbia voluto dipingere un’esperienza spirituale che aveva a che fare con uno stormo di sedici cigni. Il tema tremolante potrebbe far riferimento allo scintillio dell’acqua del lago, o comunque a qualche aspetto ambientale. Mentre il tema per quarte e quinte potrebbe rappresentare il canto ripetuto ed echeggiante dei cigni.

Un’alternanza breve, in realtà: ABAB. E anche qui è solo nel finale che il secondo tema prende il sopravvento, e appena lo fa, è ora di chiudere. Ma in questo caso, la tensione dell’attesa riguarda gli accordi finali, che sono sei, anzi meno, perché di questi tre non sono veri accordi.

Inizia con il Mi bemolle che è la tonica del movimento. Pausa. Sol minore, tonalità lontana, ottenuta facendo scivolare la nota tonica, il Mi bemolle, in basso di un semitono. Pausa. E qui entra un accordo fortemente dissonante, in cui si sentono La bemolle, Si bemolle e Do. L’armonia inizia a scricchiolare. Pausa. Bicordo di terza maggiore: Si bemolle-Re. Non è più un accordo, non c’è più l’intera armonia. La nota base, però, è ancora il Si bemolle basso che è rimasto fin dal secondo accordo. Pausa. Si bemolle all’unisono. Niente più armonia. Pausa. Mi bemolle all’unisono.

Sibelius spoglia l’armonia del finale, rimane solo con le note nude. E sono quelle che devono essere secondo la teoria armonica, secondo l’impianto tonale. Nel 1915 Sibelius riafferma, come se fosse una legge di natura indiscutibile, ciò che tutti i colleghi stanno demolendo. E lo fa nel modo più rivoluzionario: eliminando l’armonia, mantenendo solo le coordinate della cadenza I-V-I.

La tensione che accumula, però, non è negli accordi, o in ciò che ne resta. Sta tutta nel vuoto che le incornicia. Pause di 9 battiti, 11 battiti, 11 battiti, 9 battiti e 3 battiti: Sibelius dilata, accorcia, precipita.

Due strategie diverse per portare l’ascoltatore alla tensione di ciò che sta accadendo. In entrambi i casi, l’affermazione di un mondo tonale in cui i rapporti di forza tra le note non sono in discussione: è matematica e due più due fa sempre quattro. E ce lo fa capire attraverso l’aspettativa che con il crescendo e con le pause ingenera in noi mentre prende tempo e non conclude.

Ecco allora la consegna dell’esercizio di scrittura legato al brano con cui si apre questo post. Scegli un concetto-nucleo breve, che ricorrerà più volte lungo il testo, in modo semanticamente costante, ma se vuoi anche morfologicamente. Poi scegli una delle due strategie seguenti. [Accumulo] Ad ogni ripetizione del nucleo, circondalo di un’ornamentazione via via più ricca (un aggettivo, poi un inciso, poi una subordinata, poi un dettaglio sensoriale in più) che si accumula a ogni iterazione senza mai toccare il nucleo, che resta sempre riconoscibile in mezzo a un tessuto che si infittisce.

L’ultima iterazione dev’essere la più densa e carica di tutto il testo. Subito dopo, non far tornare il nucleo uguale a se stesso: fallo invece sviluppare in una frase più ampia e compiuta, che nasca chiaramente da esso: stesso concetto-nucleo, ma portato a una scala più grande, o semanticamente più ampia, come se tutto l’accumulo precedente fosse servito a preparare questa crescita, non a spogliarla. È la rivelazione verso cui tutto l’arricchimento tendeva: non il seme nudo, ma il seme cresciuto.

[Rarefazione] Scrivi un testo che includa il concetto-nucleo e che lo ripeta in modo monotono e regolare. Il testo nella sua parte principale deve contenere una regolarità evidente. Il finale è invece spezzettato. Parole singole, che accrescano la tensione dando solo l’impressione di una frase che invece viene interrotta da silenzi (resi graficamente) e calcolati secondo una regola che avrai stabilito prima (ad es. sulla lunghezza delle sillabe delle parole e sullo spazio verticale che simboleggia il silenzio intercorrente.


Questo è un atto della serie sulle Matematica della musica. L’atto precedente riguardava Mahler. Il prossimo sarà ancora su Sibelius.

Grafico della complessità e della densità della Ballata n. 4

Chopin (3) e lo sviluppo che implode

– Cosa deve accadere, Manno, perché vi rivediate? Qual è la condizione?
– Che rivedersi abbia senso, Gins.
– Credo che in trent’anni abbia trovato un senso.
– Anch’io. Per me il senso potrebbe essere chiederle perché mi ha lasciato perdere.
– Per lei potrebbe essere chiederti scusa per averlo fatto.
– Potrebbe essere chiederle perché ha sposato qualcun altro.
– Chiederti scusa e cercare di rimediare.
– Come ha potuto dimenticarsi di me, fregarsene di ciò che mi riguardava, subito e nei successivi trent’anni.
– Chiederti scusa e cercare di rimediare e di recuperare il tempo perduto.
– Io vorrei solo risposte, per il mio passato. Una ragione per cui ha deciso di non amarmi più.
– Lei forse ha la speranza, forse giustificata dalla tua fuga, che tu non abbia mai smesso di amare lei. Puoi continuare a nasconderti, questa volta io non ti tradirò, Manno, nasconderti, qui, dove vuoi, tornare all’eremo, sparire, eclissarti. Però. Pensaci. Le tue risposte. Le sue. Mettere fine.
– Ah Gins, le ferite, rivedersi, domande risposte passato futuro. Ferite sanguinano ancora rivedersi perché? Amarsi forse ma da lontano ho dovuto capire che capisca da lontano. Rivedersi, dove quando trent’anni, rivedersi che senso ha. Amare chi mi ha lasciato ferito sul bordo di una strada senza parole. Rivedersi. Che senso ha. Rivedersi. Dopo trent’anni. Che senso ha.

La Ballata n. 4 (op. 52) è del 1842-43. Chopin muore (probabilmente di tisi) nel 1849: dopo la Ballata n. 4 produce una quantità comparativamente ridotta di lavori: il catalogo cita la Polonaise “Eroica”, op. 53, lo Scherzo n. 4 op. 54, due Notturni op. 55 (qui il primo e il secondo), tre Mazurche op. 56 (qui la prima, la seconda e la terza), la Berceuse op. 57, la Sonata per pianoforte n. 3 op. 58, tre Mazurche op. 59 (la prima, la seconda e la terza), la Barcarolle op. 60, la Polonaise-Fantaisie op. 61, due Notturni op. 62 (il primo e il secondo), tre Mazurche op. 63 (la prima, la seconda e la terza), tre Valzer op. 64 (il primo, il secondo, il terzo), la Sonata per violoncello e pianoforte op. 65. Queste le opere pubblicate lui vivente. Tra le postume poco altro risalente a questo periodo.

La Ballata n. 4 segna una svolta, sicuramente. Una svolta di complessità e di consapevolezza. La struttura: tre idee tematiche. Una, in Do maggiore, compare qua e là come introduzione (dominante) al primo vero tema, in Fa minore, di una dolcezza struggente e che ricorda, con il suo incedere ternario Andante con moto, i valzer.

Questo tema compare una prima volta all’inizio, ripetuto due volte nelle sue due parti. Poi ricompare in modo molto simile, ma arricchito di un controcanto nel registro mediano. Infine una terza-quarta volta prima come canone (a due voci, con accenno di una terza: è polifonia, sissignori) e poi in forma molto più libera, in una riproposizione che ricorda i notturni, con un accompagnamento che arpeggia sotto la melodia che Chopin arricchisce di note tanto sovrabbondanti da non stare nel metro.

Il secondo tema è complicato: è in maggiore ma emerge in diverse tonalità. Se ne vede un accenno ritmico subito dopo l’ingresso del primo tema (quasi un frammento di corale, che si contamina presto con elementi del primo tema stesso, scomparendo). Si presenta in modo riconoscibile come tema dopo la versione con controcanto del primo tema. Viene però interrotto da uno sviluppo che riporta al tema introduttivo (quello che precede il primo), e infatti subito dopo arriva proprio lui, il primo tema, nella coppia di versioni canone+similnotturno di cui abbiamo già parlato.

E infine torna, il secondo tema, in modo glorioso e amplissimo, in un trionfo di arpeggi, purtroppo per durare poco: la ricchezza di questa versione collassa precipitando in una serie di modulazioni a vuoto: per andare da Fa minore a Do maggiore (il passaggio più facile e immediato: dalla tonica alla dominante), Chopin inserisce diciotto accordi che portano in regioni lontane in un grande giro armonico che si conclude con un istante riflessivo e calmo, una sorta di pedale di dominante, prima della coda vertiginosa.

E questa volta la coda è davvero il finale. Macina insieme frammenti di temi, di accompagnamento, in un collasso generale della struttura, che gira intorno all’unica cosa che rimane ferma: la tonalità di Fa minore.

La matematica, la struttura, qui, è quella del collasso programmato. La coda è il punto d’arrivo, il luogo in cui il materiale tematico preparato prima, come in una forma sonata dal rassicurante riepilogo finale, viene invece a galleggiare in un naufragio epico quanto catastrofico. L’accumulo, il sovraccarico delle strutture, sembra comunicarci Chopin, è lì che conduce: alla dissoluzione della forma in un gorgo in cui si salva l’impianto tonale, le leggi dell’armonia, e le poche idee preparate e poi lanciate nell’agone dello sviluppo.

Il caos di questo finale ricorda anche quello della Ballata n. 2: ma lì sembrava incidentale, e portava a un finale che riprendeva il primo tema, anche se in un sottosopra tonale. Qui non c’è nulla dopo il caos.

Un parallelo interessante è con l’oratorio La Creazione di Haydn, che inizia con la rappresentazione del Caos primordiale. Una serie di accordi non risolti, la tonica che non si percepisce, una ritmica ondosa, uno stato di sospensione continuo, fino al glorioso accordo di Do maggiore, che accompagna le parole “Und es ward Licht”, e luce fu. Ecco qui siamo agli antipodi. La tonalità è salda, anche se il caos regna, e non si vede luce all’orizzonte.

Ecco allora la consegna per l’esercizio di scrittura da cui il post ha preso avvio. Scrivi la cronaca di una situazione a partire da due punti di vista distinti ma complementari: due prospettive che sembrano poter comporre, sommandosi, la verità intera di ciò che accade, come se bastasse affiancarle per ottenere finalmente il quadro completo. Quel quadro intero è la meta verso cui tutto sembra tendere: la promessa da cui parti. Comincia con i due punti di vista separati e nitidi, ciascuno riconoscibilissimo, e raccontali alternandoli.

A ogni ripresa falli crescere: più densi, più carichi, più intricati, e sempre più vicini l’uno all’altro, come se la ricomposizione fosse imminente. Poi, nel momento esatto in cui i due punti di vista dovrebbero finalmente saldarsi e restituirti la situazione completa, invece di guadagnare il quadro intero, perdi il filo: la narrazione si frantuma in un mare di frammenti, schegge delle due prospettive che non combaciano più e non compongono nulla. Il collasso è il vero punto d’arrivo, quello che la promessa della sintesi nascondeva fin dall’inizio: le parti non danno il tutto, l’utopia della ricomposizione non regge la realtà. Un solo elemento deve sopravvivere: la cosa da cui sei partito — un dettaglio, un nome, un oggetto — resta ferma e intatta in mezzo ai frammenti, il solo punto che il naufragio non travolge, riconoscibile fino all’ultima parola.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente riguardava Chopin. Il successivo invece sarà il primo su Brahms.