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Grafico della complessità e della densità della Ballata n. 4

Chopin (3) e lo sviluppo che implode

– Cosa deve accadere, Manno, perché vi rivediate? Qual è la condizione?
– Che rivedersi abbia senso, Gins.
– Credo che in trent’anni abbia trovato un senso.
– Anch’io. Per me il senso potrebbe essere chiederle perché mi ha lasciato perdere.
– Per lei potrebbe essere chiederti scusa per averlo fatto.
– Potrebbe essere chiederle perché ha sposato qualcun altro.
– Chiederti scusa e cercare di rimediare.
– Come ha potuto dimenticarsi di me, fregarsene di ciò che mi riguardava, subito e nei successivi trent’anni.
– Chiederti scusa e cercare di rimediare e di recuperare il tempo perduto.
– Io vorrei solo risposte, per il mio passato. Una ragione per cui ha deciso di non amarmi più.
– Lei forse ha la speranza, forse giustificata dalla tua fuga, che tu non abbia mai smesso di amare lei. Puoi continuare a nasconderti, questa volta io non ti tradirò, Manno, nasconderti, qui, dove vuoi, tornare all’eremo, sparire, eclissarti. Però. Pensaci. Le tue risposte. Le sue. Mettere fine.
– Ah Gins, le ferite, rivedersi, domande risposte passato futuro. Ferite sanguinano ancora rivedersi perché? Amarsi forse ma da lontano ho dovuto capire che capisca da lontano. Rivedersi, dove quando trent’anni, rivedersi che senso ha. Amare chi mi ha lasciato ferito sul bordo di una strada senza parole. Rivedersi. Che senso ha. Rivedersi. Dopo trent’anni. Che senso ha.

La Ballata n. 4 (op. 52) è del 1842-43. Chopin muore (probabilmente di tisi) nel 1849: dopo la Ballata n. 4 produce una quantità comparativamente ridotta di lavori: il catalogo cita la Polonaise “Eroica”, op. 53, lo Scherzo n. 4 op. 54, due Notturni op. 55 (qui il primo e il secondo), tre Mazurche op. 56 (qui la prima, la seconda e la terza), la Berceuse op. 57, la Sonata per pianoforte n. 3 op. 58, tre Mazurche op. 59 (la prima, la seconda e la terza), la Barcarolle op. 60, la Polonaise-Fantaisie op. 61, due Notturni op. 62 (il primo e il secondo), tre Mazurche op. 63 (la prima, la seconda e la terza), tre Valzer op. 64 (il primo, il secondo, il terzo), la Sonata per violoncello e pianoforte op. 65. Queste le opere pubblicate lui vivente. Tra le postume poco altro risalente a questo periodo.

La Ballata n. 4 segna una svolta, sicuramente. Una svolta di complessità e di consapevolezza. La struttura: tre idee tematiche. Una, in Do maggiore, compare qua e là come introduzione (dominante) al primo vero tema, in Fa minore, di una dolcezza struggente e che ricorda, con il suo incedere ternario Andante con moto, i valzer.

Questo tema compare una prima volta all’inizio, ripetuto due volte nelle sue due parti. Poi ricompare in modo molto simile, ma arricchito di un controcanto nel registro mediano. Infine una terza-quarta volta prima come canone (a due voci, con accenno di una terza: è polifonia, sissignori) e poi in forma molto più libera, in una riproposizione che ricorda i notturni, con un accompagnamento che arpeggia sotto la melodia che Chopin arricchisce di note tanto sovrabbondanti da non stare nel metro.

Il secondo tema è complicato: è in maggiore ma emerge in diverse tonalità. Se ne vede un accenno ritmico subito dopo l’ingresso del primo tema (quasi un frammento di corale, che si contamina presto con elementi del primo tema stesso, scomparendo). Si presenta in modo riconoscibile come tema dopo la versione con controcanto del primo tema. Viene però interrotto da uno sviluppo che riporta al tema introduttivo (quello che precede il primo), e infatti subito dopo arriva proprio lui, il primo tema, nella coppia di versioni canone+similnotturno di cui abbiamo già parlato.

E infine torna, il secondo tema, in modo glorioso e amplissimo, in un trionfo di arpeggi, purtroppo per durare poco: la ricchezza di questa versione collassa precipitando in una serie di modulazioni a vuoto: per andare da Fa minore a Do maggiore (il passaggio più facile e immediato: dalla tonica alla dominante), Chopin inserisce diciotto accordi che portano in regioni lontane in un grande giro armonico che si conclude con un istante riflessivo e calmo, una sorta di pedale di dominante, prima della coda vertiginosa.

E questa volta la coda è davvero il finale. Macina insieme frammenti di temi, di accompagnamento, in un collasso generale della struttura, che gira intorno all’unica cosa che rimane ferma: la tonalità di Fa minore.

La matematica, la struttura, qui, è quella del collasso programmato. La coda è il punto d’arrivo, il luogo in cui il materiale tematico preparato prima, come in una forma sonata dal rassicurante riepilogo finale, viene invece a galleggiare in un naufragio epico quanto catastrofico. L’accumulo, il sovraccarico delle strutture, sembra comunicarci Chopin, è lì che conduce: alla dissoluzione della forma in un gorgo in cui si salva l’impianto tonale, le leggi dell’armonia, e le poche idee preparate e poi lanciate nell’agone dello sviluppo.

Il caos di questo finale ricorda anche quello della Ballata n. 2: ma lì sembrava incidentale, e portava a un finale che riprendeva il primo tema, anche se in un sottosopra tonale. Qui non c’è nulla dopo il caos.

Un parallelo interessante è con l’oratorio La Creazione di Haydn, che inizia con la rappresentazione del Caos primordiale. Una serie di accordi non risolti, la tonica che non si percepisce, una ritmica ondosa, uno stato di sospensione continuo, fino al glorioso accordo di Do maggiore, che accompagna le parole “Und es ward Licht”, e luce fu. Ecco qui siamo agli antipodi. La tonalità è salda, anche se il caos regna, e non si vede luce all’orizzonte.

Ecco allora la consegna per l’esercizio di scrittura da cui il post ha preso avvio. Scrivi la cronaca di una situazione a partire da due punti di vista distinti ma complementari: due prospettive che sembrano poter comporre, sommandosi, la verità intera di ciò che accade, come se bastasse affiancarle per ottenere finalmente il quadro completo. Quel quadro intero è la meta verso cui tutto sembra tendere: la promessa da cui parti. Comincia con i due punti di vista separati e nitidi, ciascuno riconoscibilissimo, e raccontali alternandoli.

A ogni ripresa falli crescere: più densi, più carichi, più intricati, e sempre più vicini l’uno all’altro, come se la ricomposizione fosse imminente. Poi, nel momento esatto in cui i due punti di vista dovrebbero finalmente saldarsi e restituirti la situazione completa, invece di guadagnare il quadro intero, perdi il filo: la narrazione si frantuma in un mare di frammenti, schegge delle due prospettive che non combaciano più e non compongono nulla. Il collasso è il vero punto d’arrivo, quello che la promessa della sintesi nascondeva fin dall’inizio: le parti non danno il tutto, l’utopia della ricomposizione non regge la realtà. Un solo elemento deve sopravvivere: la cosa da cui sei partito — un dettaglio, un nome, un oggetto — resta ferma e intatta in mezzo ai frammenti, il solo punto che il naufragio non travolge, riconoscibile fino all’ultima parola.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente riguardava Chopin. Il successivo invece sarà il primo su Brahms.

Preludio n. 1 vol. 1: lo stretto indispensabile di Bach

Bach, o dello stretto indispensabile

Non sono una spia, e non voglio diventarla.
Non sono una spia, ma per ora devo far finta di esserla.
Non sono una spia, ma so di aver le spalle coperte dalle migliori spie.
Non sono una spia, e non voglio diventarla.
Non sono una spia, ma devo sparire.
Non sono una spia, ma ho dato una mano.
Non sono una spia, ma l’ultimo mio lavoro probabilmente era importante.
Non sono una spia, però forse qualcuno pensa che la sia.
Non sono una spia, e non voglio diventarla.
Non sono una spia, ma devo sparire.
Non sono una spia, ma non posso comunque fidarmi di nessuno.
Non sono una spia, e perciò forse posso fidarmi di qualcuno.
Non sono una spia, e lì vedo qualcuno di cui potrei fidarmi ciecamente.
Non sono una spia, ma un certo istinto ce l’ho.
Non sono una spia, ma riconosco i segreti, e i loro generi.
Non sono una spia, e lì vedo qualcuno di cui mi fiderò.
Non sono una spia, e non voglio diventarla.
Non sono una spia, ma per ora devo far finta di esserla.
Fingo di essere una spia e non posso fidarmi di nessuno.
Ma di Ermanno mi fiderò.

Un altro esempio di scrittura vincolata. Il vincolo lo specifico più avanti.

Per il momento, parliamo di Johann Sebastian Bach. Ricordate quanto si diceva del temperamento, nell’atto 1 di questo percorso? Ciò che rendeva mistico il temperamento pitagorico era il suo essere basato su numeri interi e frazioni relativamente semplici. Ciò che non funzionava tanto bene era una sorta di gerarchizzazione tra le note e le tonalità. Ogni strumento aveva una nota-base, che diventava il centro di gravità della scrittura musicale. Via via che questa si allontanava da tale nota, le consonanze divenivano approssimative e l’effetto all’orecchio diventava meno piacevole.

Scrivere musica per strumenti diversi, con diverse accordature, in queste condizioni, diventava difficile. Diventava difficile anche introdurre modulazioni o cambiamenti di tonalità, nel corso di un brano.

Nel corso del Sei-Settecento, si diceva, qualcuno tenta di porre rimedio. L’idea è di allontanarsi dallo schema pitagorico con piccole correzioni (non ancora le radici dodicesime: quelle verranno più avanti). L’idea è che le tonalità debbano avere tutte pari dignità, e con qualche modifica alle frazioni, ci si riesce. Nascono altri tipi di temperamento.

Bach, un grande artigiano della musica al servizio di diversi principi nella Germania nordorientale, è convinto di questa necessità, perché gli è utile. Gli serve, come si diceva, per mettere insieme strumenti con accordature diverse in modo che siano tutti a proprio agio e consentendo quindi l’espressione di una abilità esecutiva. Contemporaneamente, questo rende possibile complicare la scrittura e allontanarsi in modo sempre più audace dalla tonalità d’impianto per indurre ritorni sempre più desiderati dall’ascoltatore.

Bach scrive così due volumi di composizioni per clavicembalo, in cui mette alla prova il buon temperamento dello strumento. Si tratta di ventiquattro preludi e fughe, uno per ogni tonalità maggiore e minore, per due (i due volumi). La prima coppia è in Do maggiore, la seconda in Do minore, eccetera, fino al Si minore, che rappresenta la ventiquattresima.

Questa raccolta è ancora oggi uno dei pilastri fondamentali, per tecnica ed espressione, e in generale per la loro musicalità, della formazione dei tastieristi. E l’idea dei 24 preludi è piaciuta molto anche a diversi compositori successivi, che si sono prodotti in emulazioni più o meno celebri: Chopin, Rachmaninov, Debussy, Šostakovič, giusto per citarne alcuni tra quelli che incontreremo nel nostro percorso.

Fatto il quadro necessario, parliamo del primo dei preludi. Semplicissimo. Una struttura ritmica che si ripete sempre uguale, con una significativa variazione nell’ultima battuta; che fa da base a una struttura armonica che è la vera protagonista del brano. Manca una melodia cantabile: tanto che nel 1853 Charles Gounod pensa di aggiungerla creando la sua celebre Ave Maria: mette Bach all’accompagnamento, e funziona benissimo; ma funzionava altrettanto bene anche senza l’aiutino del francese, perché Bach scrive da Dio (e per Dio, visto che per quasi ventisette anni, nella sua qualità di Thomaskantor a Lipsia, deve occuparsi della musica liturgica delle principali chiese della città ogni domenica).

Un ritmo costante, una sequenza armonica fatta di tensioni e rilasci, fino alla stretta finale, in cui la tensione viene tenuta più a lungo, fino alla chiusura risolutiva, verso la relativa Fuga a 4 voci (ah, e delle fughe parleremo più avanti, in un post dedicato).

Semplice, da manuale: ma tanto incredibilmente efficace da renderlo un brano che, pur fuori dal suo contesto, tutti conosciamo, tutti riconosciamo. La partitura stessa è un arabesco, regolare e bello da vedere.

Qui anche lo spartito, linea per linea, e una panoramica sulle mani del pianista (questa volta è pianoforte e non clavicembalo).

Bach ci insegna l’incredibile potenza di una struttura solida, lo stretto indipensabile di Bach: unita a elementi più pop, come accade in questo brano, arriva a tutti. Unita a scelte più sofisticate e difficili, dà la misura di una complessità che cercare di districare almeno un po’ è un piacere, per chi si prende la briga di farlo.

Ecco allora la consegna a cui il testo iniziale risponde.

Scrivi un testo che racconti qualcosa usando una struttura anaforica, ripetendo cioè frasi con la stessa struttura e con minime variazioni lessicali attraverso cui passa la narrazione, con la finalità di suscitare un’emozione (quale?) in chi ascolta. Potresti ricalcare la struttura del preludio, concludendo con una transizione parzialmente anaforica e 2 versi o paragrafi di coda conclusiva che riprendono il motivo dell’anafora in modo più libero.


Questo è il quindicesimo atto nella serie sulla Matematica nella musica. L’atto precedente riguardava Telemann. Il prossimo sarà ancora su Bach.