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L'armonia ostinata della passacaglia

Brahms (3) e la prigione circolare

Sono fottuto. Se si viene a sapere che ho dato informazioni a una spia ucraina sono finito. Come Johnson l’anno scorso, che alla fine però se l’è cavata con una lavata di capo e una “ridistribuzione”. Idea: pezzarla prima che la notizia salti fuori. Dai, forza, spremi quel cervello, brutto idiota!

Ma anche il matrimonio. Se Jenny viene a sapere della relazione con la bionda, posso dire addio al matrimonio. È vero che al terzo posso dire di non avere molte aspettative d’amore eterno. Cosa posso inventare? Una lista di Barley? Plausible deniability? Cosa vuol dire in concreto? Lista di conseguenze, subito!

Mi mandano a preparare il pranzo al sacco all’Asilo. Che, per la verità, sarebbe già un bel modo di mantenere la ciotola di riso. Se quello che le ho passato è disinformazione controllata, vuol dire che in realtà noi sappiamo altro. Ed è vero! Giusto ieri è entrato questo nuovo messaggio, di cui non sapevo nulla e di cui non le ho parlato! Questa è la via! Gli stiamo facendo capire che abbiamo scoperto il loro gioco, ma non sanno che sappiamo anche come stanno reagendo alla nostra scoperta!

O mi licenziano, se quella bomba scoppia da qualche parte. Se mi licenziano mi metto a scrivere libri come LeCarré e qualcosa ci guadagno. Il nuovo messaggio è la chiave. Chissà se il Joe italiano l’ha già visto… Devo sentire Luton e farglielo arrivare.

Mi spediscono alle Shetland come pastore per dieci anni. Mi va bene che da noi non è mai passato il vecchio metodo sovietico: un raffreddore, e del buon Stephson rimane solo una medaglia per il fedele servizio da consegnare alla moglie insieme a una piccola pensione. No, Luton lo lasciamo fuori. Ha sganciato il Joe, anche bruscamente, secondo me meglio se incarichiamo una seconda unità. Chi c’è in Italia? Dev’essere Crawley. Posso sentire lei, è giovane ma è in gamba.

Ma poi pensa lo sfottimento. Fregato dalla mia passione per le bionde… Anche se non mi potrei lamentare: il vecchio Stephson, chi l’avrebbe mai detto… un qualche orgoglio da pub mi rimarrebbe addosso. Crawley? Come va? Ti andrebbe di fare un salto a Bologna? Lasciamo stare Luton, vorrei ci pensassi tu. Un Joe, ha dato una mano a tradurre cose, poi l’abbiamo fatto sparire. No, Luton ci ha detto dov’è. Joe vorrebbe aiutare ancora, perché l’abbiamo fermato quando hanno iniziato a cercarlo. No, sembra di no. Certo, occhi aperti, ma pare l’abbiano mollato. C’è lavoro da dargli. Esatto, se stanno guardando, non devono vedere. Sotto il naso. Se c’è il naso. No, direttamente a me. L’handler sei tu. Ma perché sei rossa… lo sai che ho una passione per le rosse, Crawley.

L’impressione che il critico Hanslick riporta dopo aver assistito a un’esecuzione privata della Sinfonia n. 4 (in versione per due pianoforti) di Brahms, è di essere stato preso a ceffoni per un’ora da due persone molto intelligenti. Ed era il critico amico. Fa il paio con la lettura che Leonard Bernstein ne dà nella lezione introduttiva linkata nel post precedente, sul primo movimento.

Qui parleremo del quarto movimento, quello che conclude la produzione sinfonica del vecchio (ma non vecchissimo) Johannes. E assisteremo alla costruzione di una prigione circolare e a uno spettacolare quanto inutile tentativo di evasione.

Il quarto movimento ha una struttura peculiare. È una passacaglia. La passacaglia è una forma musicale (di cui avevamo parlato nel post su Lully) in cui c’è qualcosa che si ripete sempre uguale, mentre tutto il resto cambia. Nel caso di questo Allegro energico e passionato, c’è qualcosa che si ripete davvero e qualcosa che potrebbe ma non lo fa.

Ciò che si ripete davvero è la struttura armonica. La sequenza di otto accordi con cui si apre. Quella sì: si ripete per ben 30 volte. Tutto il resto gli gira intorno e cambia ogni volta. Intanto ricordiamoci che il tempo in chiave è un 3/4. Tempo ternario per eccellenza. Non ce ne accorgiamo nella prima enunciazione del tema: tutti gli accordi durano un’intera battuta e non c’è altro da dire. Appena iniziano le variazioni, però, il tempo ternario inizia a battere e non smette più.

È una struttura armonica strana. Il brano è, nominalmente, in Mi minore, si conclude in Mi minore, e termina una sinfonia in Mi minore. Eppure ciò che si ripete con ostinazione in questo brano è una sequenza centrata intorno a La minore (La minore – Fa#minore – Mi minore – La minore – Fa#maggiore 7 – Mi minore – sesta aumentata su Fa naturale – Mi maggiore), non Mi minore.

Brahms ci sta dicendo che casa non è casa. E poi ci intrappola in questa non-casa per trenta iterazioni.

Il fatto che tutti questi accordi abbiano la stessa durata, che non ci sia un indugio sull’ultimo o sul penultimo, che il ciclo successivo inizi subito alla fine del precedente senza distinzione di cicli potrebbe farci pensare a una ruota vera e propria, come quella del criceto: dove inizia una ruota? Sono le variazioni, le trenta iterazioni, una diversa dall’altra, a rendere perfettamente riconoscibili gli inizi e le fini della ruota.

Ciò che potrebbe ripetersi ogni volta, e non lo fa, è la melodia nascosta. Le note rosse della figura formano una linea melodica. Le note di cui è fatta sono parte degli accordi che si ripetono: potrebbero ripetersi anche loro ogni volta. Poi succede che gli accordi vengano rivoltati, o ridotti, o spostati in altri registri, e quindi quella melodia non emerge quasi mai. Eppure se la imparate bene, potreste cantarla ogni volta che sentite ripetere la struttura armonica. Ed è una melodia nella tonalità di Mi minore!

Questo doppio binario armonico, la voce superiore che “canta” in una tonalità, il corpo orchestrale che spinge in un’altra, è un “ceffone” (secondo Hanslick) di cui non ci si accorge, ma che l’orecchio percepisce, e il cervello registra. È un’ambiguità deliberatamente nascosta da Brahms per farci percepire anche la tonalità di “casa” (Mi minore) come “non-casa” (perché il brano è centrato su un’altra serie di armonie). Incidentalmente, questo scollamento tra voce esteriore e voce orchestrale verrà usato in seguito anche da altri compositori (ad esempio Puccini in diversi passaggi di opere come Bohème, Tosca, Turandot…).

Brahms ci toglie la casa, e ci getta in una serie di trenta iterazioni, un’eternità, in una prigione sempre uguale. Con una gamma emotiva estrema: dalla dolcezza più amorevole alla rabbia più nuda.

Qua e là, e soprattutto nella trentesima iterazione compare un motivo che saltella verso il basso di terza in terza: esatto, Brahms ci vuol ricordare che stiamo sempre parlando della stessa sinfonia, la quarta, il cui primo movimento era proprio stato costruito così.

Dopo trenta iterazioni accade qualcosa. C’è un indugio, un rallentamento, poco ritardando, qualche battuta strana come se si volesse prendere una rincorsa, e intanto il basso sprofonda di una terza; e poi inizia, Più allegro, la trentunesima. Ma già dal terzo accordo ci si accorge che c’è qualcosa che non torna. Chi stava cantando la melodia rossa non ci riesce più. Primo perché cambia anche il ritmo: ci sono degli stop. E poi perché l’armonia non segue lo schema della prigione circolare. Il cerchio si è rotto.

L’armonia sale verso il registro più alto, come se stesse accumulando tensione, come se una fionda stesse per farci evadere, e in tutto questo l’unico ritmo è dato dai colpi degli accordi che evolvono dal tema principale lungo una linea finalmente non più curva, ma rettilinea. L’evasione è riuscita, ma dove siamo finiti?

Quando emerge, nei tromboni, e poi nei legni e nei violini, un nuovo ritmo, è zoppo; è un ritmo binario in una struttura ternaria. Le trombe colpiscono ogni due-quattro quarti, mentre i legni suonano tutti i quarti, e li legano a volte a due a volte a tre. Finalmente sono gli archi e i tromboni a riprendere il ritmo ternario, e a condurre la danza alla sua drammatica conclusione: due battute terminali di un tragico valzer in Mi minore, che sprofonda e si conclude con due accordi secchi, una cadenza autentica: Si maggiore – Mi minore. Dopo tanta violenza non c’è altro da aggiungere.

C’è tanta innovazione in queste note, in questa sinfonia. Perché c’è una conoscenza perfetta della musica già scritta, e c’è tanta coraggiosa intelligenza (sì, quella che denunciava, tra una sberla e l’altra, il critico) nel rileggere, rivisitare, rinnovare ogni scelta compositiva: ogni accenno di melodia, ogni accostamento di armonie, ogni variazione ritmica, ogni assegnazione timbrica.

Qui la versione con spartito.

Come nel post precedente, le versioni di questa sinfonia che io preferisco sono quelle di Furtwangler, Bernstein e Kleiber. Quella di Furtwängler (con i Berliner Philarmoniker) è sorprendente per la varietà dinamica e per la coda furiosa. La versione di Bernstein (e dei Wiener Philarmoniker) è spettacolare. Quella di Kleiber (con l’orchestra della Radio Bavarese) è precisa e sofferta.

La consegna del tentativo di scrittura creativa all’inizio di questo post. Scegli una sequenza fissa di stati d’animo (ad es.: noia, speranza, paura, coraggio). Quest’ordine è il tuo basso ostinato: non una frase ma una struttura che ritorna, come la sequenza di accordi che in una passacaglia si ripete immutata sotto ogni variazione. Scrivi ora cinque o sei brevi iterazioni. Ognuna deve attraversare quegli stessi stati, nello stesso ordine, ma raccontando ogni volta una storia diversa: un altro giorno, un’altra persona, un’altra situazione. La sequenza emotiva non cambia mai; cambia tutto ciò che la incarna.

Le prime iterazioni tienile vicine, riconoscibili; poi lascia che le storie si facciano via via più diverse, più dense, più cariche: la struttura resta, ma sopra la tensione sale. Poi, all’ultima iterazione, spezza la sequenza. Dopo nove giri in cui l’ordine è sempre tornato, fa’ che questa volta non si completi: uno stato non lascia il posto al successivo, o irrompe qualcosa che la sequenza non prevedeva, e l’ostinato si rompe. Non dall’esterno: è la ripetizione stessa che, caricandosi giro dopo giro, alla fine cede. E quando è rotta, non chiudere in gloria. Il colmo è già passato, e quel che resta non è un altro giro, è solo ciò che avanza. Il cerchio non c’è più.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. Il precedente atto riguardava ancora Brahms. Il prossimo invece parlerà di un altro “reazionario” otto-novecentesco: Camille Saint-Saëns.

La catena di terze iniziale nella sinfonia n. 4

Brahms (2) e la catena delle terze

– “Signora, stamattina sono venuti i giardinieri e hanno dato un’occhiata a tutti gli alberi del parco. Dicono che il… leccio? C’è un albero che si chiama leccio? Insomma, quello in fondo nell’angolo del muro è messo male, ha bisogno di qualche trattamento. Le faranno sapere”.
– “Grazie, Agnese”. Il leccio. La ghianda che Ermanno e io avevamo trovato. Biologia vegetale, sarà stata seconda liceo. La Strumpelli, quella pazza. “Devi vedere”, diceva: “se galleggia è vuota, se va a fondo la puoi piantare”. Nel mezzo del parco, l’avevamo messa, al posto della quercia morta. Poi i giardinieri avevano dovuto spostare l’alberello, dopo qualche anno, e l’avevano messo nell’angolo in fondo al giardino. La scatola! C’era una scatola: avevamo posato di fianco alla ghianda una scatola.
La scatola poi era stata ritrovata dopo dieci anni, quando avevano dovuto spostare il leccio. Ma ormai Ermanno non c’era più.
Di latta, ci avevamo messo dentro le nostre foto. E le nostre dichiarazioni d’amore. Di fianco al leccio, seppellite, le avrebbero trovate i nostri nipoti.
No, “i nipoti dei nipoti dei nipoti”, e ci abbiamo scherzato sopra per anni. I professori dei professori dei professori, la funzione di funzione di funzione… Tutto iteravamo tre volte, ma solo tre.
Tre volte abbiamo fatto l’amore, l’ultima meno di una settimana prima dell’addio.
Pioveva, il giorno dell’addio. Un temporale estivo, era il 10 luglio, una data in cui da trent’anni ho il mal di testa.
Non c’è nulla da fare, posso prendere qualunque antidolorifico: l’unica soluzione sarebbe passare dal 9 all’11 luglio direttamente.
Quest’anno il 10 luglio voglio passarlo con Ermanno. Wilma ha detto di avere qualche dritta su dove trovarlo. Lei gira molto per lavoro, chissà come ha fatto.
Speriamo che Marco abbia una trasferta intorno a quella data. E che Wilma faccia in tempo a trovare un indirizzo. Forse servirà cercare la scatola.
La scatola dovrei averla messa in un sacchetto verde, in cantina, in uno degli scatoloni delle cose di scuola. Forse tra le cose della Strumpelli.
La ghianda, il leccio. E’ messo male. Starà aspettando anche lui il 10 luglio.

Cosa dice Arnold Schönberg nel 1933 in una famosa conferenza radiofonica, che diventerà poi un saggio compiuto (nel 1947) in cui etichetta Brahms come “il progressivo”? Che è vero, Brahms guarda al passato, ma per abitarlo con una struttura innovativa, che ritrova in tutta la tradizione musicale tedesca dalla metà del XVIII secolo. Noi, ad esempio, ne abbiamo visto un aspetto nella Quinta Sinfonia di Beethoven. Brahms, dice Schönberg, la porta agli estremi: l’idea generativa, la developing variation.

Da una sola idea Brahms costruisce un’intera sinfonia non per ripetizione e trasposizione (metodo usato da Wagner, ad esempio), ma per elaborazione e sviluppo. L’idea è un’idea strutturale, prima di tutto: un modo di fare ordine e di nasconderlo nello spessore apparentemente complicatissimo degli strati di prodotti dell’idea “madre”.

Da un lato Schönberg (che incontreremo più avanti come esempio di sostituzione completa del sistema tonale e dell’insieme di regole che governano la musica colta del sette-ottocento) non scarta Wagner e il suo modo di innovare. Dice solo che quello di Brahms non è più conservatore dell’altro. Anzi, poiché recupera più aspetti della scrittura musicale e li tocca in profondità, l’approccio brahmsiano è in grado di produrre una innovazione di livello superiore.

Dall’altro è bene segnalare Brahms gode del supporto da parte di amici e sostenitori già nella sua contemporaneità (e quindi ben prima dell’intervento di Schönberg). E questo non è legato a una simpatia particolare, ma proprio alla convinzione della necessità di recuperare ogni aspetto razionale della musica precedente. Per loro era una feconda valorizzazione e attualizzazione di un patrimonio già acquisito, non un ripiegamento su una mitica età dell’oro.

Un esempio di idea generatrice, di developing variation la troviamo nella Quarta Sinfonia (pubblicata nel 1886). L’idea è la catena di terze. Il tema (nei violini) con cui si apre il primo movimento è dato da una serie di salti discendenti di una terza: Si-Sol-Mi-Do-La-Fa#-Re#-Si. Una sequenza di terze verso il basso, che, dopo sette passaggi si chiude a cerchio, o meglio a spirale, perché il ritorno al Si è comunque due ottave più in basso. Perché è difficile riconoscerla come tale? Perché ogni tanto Brahms aggiunge un salto in alto di un’ottava, che mantiene la nota corretta, ma fa perdere il senso di una caduta continua.

Questo lavoro sulle terze è costante, in tutta la sinfonia. Nel primo tempo ovviamente ogni volta che viene enunciato il primo tema (che non è sempre in forma retta, ma a volte compare in modo invertito), che è costruito così. Ma anche quando vi sono altre linee tematiche, l’accompagnamento viaggia per terze discendenti. Nel terzo movimento ricompare. E di nuovo nel quarto movimento, di cui parleremo nel prossimo atto di questa serie. L’ultima variazione della passacaglia, prima della crisi finale, è anch’esso costruita sulla catena di terze, una sorta di “marchio” della sinfonia nel suo movimento più particolare.

Per chi vuole approfondire, il video di Richard Atkinson mette in evidenza tutte le occorrenze di questa catena di terze, con una particolare attenzione alle configurazioni contrappuntistiche. Configurazioni contrappuntistiche che, è bene sottolinearlo, iniziano subito, fin dalla prima esposizione.

Una cosa che può valer la pena sottolineare è che questo primo movimento è in forma-sonata. Ma già l’esposizione presenta evoluzioni e modificazioni dei temi presenti. I temi (ma sono davvero due come nella forma-sonata? sono di più? o sono uno solo modificato poi in modo da renderlo irriconoscibile in due-tre temi?) nascono in fase di sviluppo.

La coda, poi, è un capolavoro drammatico. Si apre con un contrappunto in cui le quattro voci ripetono lo stesso tema, ma non a partire dalla stessa nota: ogni voce parte da una nota… una terza più in basso della precedente. La costruzione della coda è un continuo accumulo di tensione. Brahms modifica melodie introducendo alterazioni; modifica ritmi, come lo abbiamo già visto fare nel Concerto n. 2; modifica armonie cambiando le sequenze di accordi; tutto quanto già presentato e sviluppato viene deformato. Il climax culmina in un urlo straziante dell’orchestra, per poi concludere con due tentativi di chiusura sulla dominante che ripiegano finalmente sulla sottodominante, in quella che si chiama cadenza plagale, più morbida e dolce, ma pur sempre tragica, intanto che il timpano batte, scoperto, il tempo.

Per chi vuole semplicemente ascoltare, e magari osservare, le versioni di questo movimento che io preferisco sono quelle di Furtwangler, Bernstein e Kleiber. Il video di Bernstein ha anche il pregio di introdurre la sinfonia con un suo commento, in cui evidenzia la rabbia smisurata, e lo smisurato controllo che Brahms riversa nelle righe di questa sua ultima sinfonia, che il critico Hanslick aveva paragonato a un pozzo scuro guardando nel quale si possono scorgere le stelle in modo più chiaro.

Concludo allora con la consegna che anima l’esercizio di scrittura che apre questo post.

Scegli un’unica operazione che porti da una cosa a un’altra: “una parte di”, “ciò che ne consegue”, “il ricordo che evoca”, “un grado più piccolo”. Sarà la tua cellula, e resterà sempre la stessa. Parti da un elemento qualsiasi e applica l’operazione; al risultato applica di nuovo la stessa operazione; e così via, per almeno otto passi. Ogni anello nasce dal precedente: il punto d’arrivo di un passo è la partenza del successivo. Mai tornare indietro, mai cambiare operazione. Alla fine, con un solo tipo di passo ripetuto, ti ritroverai lontanissimo (o forse no!) da dove eri partito: una sola relazione, applicata senza sosta al proprio risultato, genera un intero percorso.


Questo è un atto della serie sulla Matematica nella musica. L’atto precedente riguardava Brahms, e anche il prossimo.