Archivi tag: Čajkovskij

Il tema immutabile di Antar

Rimskij-Korsakov, o delle magie musicali

Quando ero giovane, mi chiedevano sempre: qual è il segreto? Giocavamo ai messaggi segreti e riuscivo sempre a decifrare. E anche negli ultimi anni, ho collaborato con Londra, per qualcosa di più professionale (e remunerativo), che riguarda le loro intercettazioni. Non ne ho viste tantissime, ma quasi sempre gli autori ricorrono, per comunicazioni rapide e manoscritte, a codici che è più facile rompere “a mano” piuttosto che usare dei software di decrittazione. Non so, a me vengono così. Certo non si tratta di messaggi provenienti da centrali spionistiche: sono i mezzi fai-da-te di gruppi che non pensano di essere controllati e che prendono le precauzioni che possono permettersi. Qual è il segreto: non lo so, riesco a vedere l’invisibile.
“Change – jewel – 189 – Naples” è quello che sono riuscito a leggere. Qual è il segreto? Quale? Beh premesso che non sta a me interpretarlo, io devo solo dire cosa ho trovato. Però “jewel” è la bomba. “Change” mi sembra un cambio di piani. “Naples” non è mai stata menzionata, ma non sono nemmeno state citate altre città: questa è una novità. “189” è il formato che usano per le date: si direbbe il 18 settembre. Qual è il segreto? Hanno cambiato data, l’ultima era il 22 settembre. E parlano di Napoli, mentre prima non menzionavano città, ma monumenti, come “Colosseum” (tra l’altro, anche scritto male). Non si capisce l’obiettivo. Bisognerebbe capire che cosa c’è in comune tra Napoli 18 settembre e Roma 22 settembre. Qualche cantante in tournée? Ma perché dovrebbero colpirebbero un cantante in tournée?
E però qualcosa non mi torna. Questo nessaggio è stato trovato tre giorni dopo che mi hanno fatto scappare di casa. Tre giorni. Sapevano che leggiamo, sapevano anche che capiamo quel che leggiamo. E perché continuare con messaggi della stessa forma? Qual è il segreto qui? Che usano gente poco addestrata? Che sapevano che mi avevano scaricato? Sì, ma non sanno forse che ci sono altri al mio posto? Qual è il segreto? Io temo che sia un diversivo: li mandano a Napoli, e intanto che questi studiano come operare laggiù, loro infiltrano, comprano, e piazzano i loro dispositivi. Dovrò dirglielo, a Crawley. Se non hanno altro, secondo me, hanno perso il contatto.

Rompere con una tradizione senza aver nulla di nuovo da dire è uno spreco di energie e di occasioni. Però quando è un gruppo di musicisti russi, dotati di talento e di disciplina, a volersi sbarazzare dell’egemonia centroeuropea per promuovere una nuova concezione musicale russa, qualcosa di buono può uscirne. Il papà nobile è Mikhail Ivanovič (di cognome Glinka): l’abbiamo già incontrato qui.

A seguirne le orme il Gruppo dei Cinque: Milij Alekseevič (Balakirev – un po’ Bob Rock, irascibile e intransigente, il catalizzatore ideologico), César Antonovič (Kjui – vediamolo come Cariatide, di professione ingegnere militare, il conservatore del gruppo), Aleksandr Porfir’evič (Borodin – il Conte Oliver, chimico e compositore di nobili origini, eleganza e talento), Modest Petrovič (Musorgskij – Alan Ford, l’anti-eroe, apparentemente ingenuo ma portatore della cultura popolare), e infine Nikolaj Andreevič (Rimskij-Korsakov, Numero Uno, architetto e cartografo militare, il custode delle regole del gioco).

Questi, insieme, riinventano la musica russa e crescono i musicisti del Novecento russo e sovietico. Non senza critiche, ovviamente. Il buon Pëtr Il’ic (Čajkovskij) con l’amica e mecenate Nadežda von Meck si permette qualche giudizio tranchant. I Cinque sono, per lui, giovani di talento, ma un po’ presuntuosetti e tecnicamente analfabeti. Rimskij-Korsakov, dice, è l’unico che si è reso conto di essere un ignorante e si è messo a studiare a trent’anni come se volesse recuperare, ma poi riempie di pedanteria accademica il vuoto lasciato dalla mancanza di una scuola giovanile.

Non proprio un commento ammirato. Dietro ci sono modi diametralmente opposti di concepire la musica. Pëtr Il’ic è tutto sommato un musicista occidentale. I suoi temi, per quanto imbevuti di cultura russa, vivono come i temi della musica europea: crescono, si scontrano, evolvono nel conflitto e nella dialettica. Ma è proprio questo il punto di scarto con i “dilettanti” del Gruppo, che perseguono la rottura con la dinamica europea, l’abbandono di un certo sviluppo dei temi, la messa in discussione dell’armonia tonale. Ed è proprio su quest’ultimo punto che ci soffermiamo, parlando di “quello che studia”, Nikolaj Andreevič.

La pedanteria accademica di cui si parlava è forse il tentativo di teorizzare un modo diverso di scrivere musica. La sua Sinfonia n. 2, iniziamo bene, è in realtà un poema sinfonico. Basato sulla favola “Antar” dello scrittore Osip Ivanovič Senkovskij. Antar è un poeta guerriero arabo pre-islamico, e visitando Palmira nel deserto vede una gazzella, la salva da un belva. La gazzella altri non è che la regina di Palmira, la fata Gul-Nazar, che concede tre piaceri ad Antar, come segno di riconoscenza.

I piaceri sono: il piacere della vendetta, il piacere del potere e il piacere dell’amore. Tuttavia Antar, poeta saggio, sa che l’amore gli verrà a noia, e fa un patto con la fata. Quando tutto il resto sarà noia, lei gli darà la morte. E ovviamente questo è ciò che avviene: un bacio finale all’ultimo respiro (letteralmente) e lui muore non più annoiato ma felice tra le braccia di lei.

Ecco, Antar compare costantemente in tutti e quattro i movimenti di questa “sinfonia”. E il suo tema è sempre, sempre identico. Altro che Bildungsroman. Antar è un mito, la figura bidimensionale di un codice miniato o un dipinto medievale. Non cambia, non evolve: come lo incontriamo nel deserto di Palmira, così lo salutiamo nel suo affettuoso ultimo abbraccio con la fata. E qui la maestria tecnica non c’entra: l’effetto è deliberato, anche perché in qualche punto si trovano esempi di contrappunto, di fugato, rispetto a brandelli del tema dell’eroe mitico, ma portano sempre alla riproposizione del tema immutabile nella sua interezza.

L’altra feature di Antar è ancora più sorprendente. Ricordate Mikhail Ivanovič, il nonno della musica russa? Ruslan e Ludmila è il suo capolavoro. C’è un mago, Černomor, un nanetto dalla barba lunga. Glinka lo descrive usando una scala esatonica, fatta solo di intervalli di toni interi (TTTTTT, ad esempio Do-Re-Mi-Fa#-Sol#-La#-Do, che ha come intervallo centrale il tritono – il diabolus in musica). Una scala “aliena” rispetto alle scale che abbiamo incontrato, aliena e artificiale.

Nikolaj Andreevič qui ha a che fare con una fata: anche se non è diabolica come il nanetto, è comunque un essere magico, soprannaturale e comunque ambiguo, visto che alla fine è lei a dare la morte all’eroe (o anti-eroe). E così coglie l’idea del bisnonno Mikhail Ivanovič e inventa una scala ottatonica: toni e semitoni alternati in modo simmetrico: TSTSTSTS. Anche in questo caso si tratta di una scala artificiale e aliena, con cui Rimskij-Korsakov, è in grado di abolire la qualità tonale della musica composta su questa scala.

E poi, con questi due elementi, gioca: fa danzare un tema sempre uguale a se stesso con uno che non è mai uguale a se stesso perché fluttua in tante tonalità diverse senza appartenere a nessuna di esse.

Forse Pëtr Il’ic non capiva la necessità di stravolgere anche le regole più basilari che i Cinque sembrano propugnare. Ma Nikolaj Andreevič non si mette a studiare per colmare la propria ignoranza. Piuttosto lo fa per poter teorizzare con credibilità e autorevolezza il nuovo modo di scrivere. Un modo che trasmetterà a tutta la generazione successiva: Prokof’ev e Stravinskij in primis. Un modo di scrivere che inizia a costruire con Antar e continua a perfezionare lungo tutta la sua produzione, compreso il famosissimo ciclo di Shéhérazade. In questo poema sinfonico, di nuovo in ambiente arabo (da Mille e una notte, per la precisione), Rimskij-Korsakov non sfoggia soltanto la sua rivoluzione permanente, ma anche una capacità di uso dei timbri orchestrali unica, precisissima e lussureggiante. Un’altra eredità che lascia in particolare a Glazunov e Ippolitov-Ivanov.

La consegna del lavoro di scrittura iniziale: scegli un enunciato testuale: una frase di cinque o sei parole, precisa e geometricamente definita. Questa è il tuo invariante. Costruisci tre brevi testi in cui questa frase viene inserita senza alcuna modifica interna, ma in contesti di tono o semantici diversi: ad esempio, un contesto concitato e frammentato, uno lento e dilatato e uno ironico o straniante, oppure riferendo la stessa frase ad ambiti semantici differenti. La variazione e il senso del movimento devono derivare esclusivamente dal contesto che edifichi intorno all’invariante e non dall’invariante stesso.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente riguardava Glinka, mentre il prossimo parlerà di Sergej Rachmaninov.

Prime battute dell'Inno dei Cherubini

Čajkovskij, o del divino di sfuggita

I piedi sul letto, finalmente ascolto gli ultimi minuti.
Sanctus Sanctus Sanctus, eco dopo eco, sempre più piano.
Sull’unisono degli archi.
Immagini e suoni di un futuro ancora solo previsto.
Nell’attesa di un colpo di pianoforte, ecco il mio accordo mancante.
Nient’altro.
In una palla di fuoco. Con le orecchie piene di bellezza. Una piccola consolazione.

Poco prima del Natale 1880, Pëtr Il’ič Čajkovskij scrive alla sua benefattrice ed amica Nadežda von Meck, raccontandole come per inciso di un concerto di un mesetto prima. La Liturgia è stata presentata all’Associazione Musicale di Mosca, che l’ha trovata interessante. Tutto qui.

La Liturgia a cui fa riferimento è la “Liturgia di San Giovanni Crisostomo”, op. 41. Si tratta del frutto della curiosità dell’autore per un mondo, quello della liturgia ortodossa, che aveva conosciuto come fedele praticante. E che ora, da compositore di un certo successo, ha affrontato dal lato autoriale.

Si tratta di un modo agli antipodi rispetto allo stile di Čajkovskij. Che è uno stile fatto di tensioni e di risoluzioni, di melodie cantabili indimenticabili, di dispiego di forze orchestrali finalizzate a suscitare passione nell’ascoltatore. Un grande compositore romantico in stile occidentale, con qualche parzialità verso il folklore russo (e italiano).

Ecco, la liturgia ortodossa tutto questo lo nega. Non ci sono tensioni e risoluzioni: solo la stasi del canto che accompagna parti specifiche dei riti. Né melodie indimenticabili, solo un testo antichissimo che richiede di essere sostenuto e valorizzato da un corpo musicale che deve sparire sotto le parole. Non ci sono nemmeno le passioni individuali, solo l’adesione del singolo al canto collettivo. Una musica concepita secoli prima, ciclica come è ciclica la liturgia, che gravita intorno ad eventi extramusicali e li accompagna.

Che ci fa Čajkovskij in questo mondo? Perché arriva ad entrarci? Per curiosità. E anche per provare il piacere di poter usare la propria cassetta degli attrezzi in una situazione nuova, che si nutre di una retorica diversa da quella per cui i suoi attrezzi sono stati messi a punto. Probabilmente è il sistema di vincoli nuovi, diversi dal solito, ad affascinarlo. E ad inquietarlo lo stato di congelamento di questo mondo musicale imposto dalla Cappella Imperiale di San Pietroburgo. Lo stile dettato da quest’ultima probabilmente non risonava con la spiritualità tormentata, o con le memorie infantili, di Čajkovskij. E infine probabilmente anche la necessità di entrare con la propria creazione in quella che considerava una forma d’arte totale, tra architettura, arti visive e musica.

Čajkovskij entra, forse invade, in un campo che non è il suo, e questo gli causa qualche grattacapo legale. Ma alla fine può pubblicare quello che è il primo esempio di musica liturgica ortodossa scritta da un compositore sinfonico, formatosi all’occidentale. Altri seguiranno, tra cui forse il caso più brillante sono le Veglie (Vespri) di Sergei Rachmaninov, una quarantina d’anni dopo.

Cosa ascoltiamo di questa serie di brani? Il brano in cui si staglia evidente la logica di Čajkovskij, l’artigiano esperto che il destino sfida ad usare la sua precisione confezionando qualcosa di totalmente altro rispetto al solito. L’Inno dei Cherubini. Niente orchestra, solo coro. Niente melodia cantabile: una serie di scampoli di scala discendente, appoggiati l’uno sull’altro. E giù da questa scala scendono i Cherubini, per suscitare la comunione del canto dei fedeli con quello delle schiere celesti.

Questa discesa sfrutta le capacità del coro russo, senza esagerare. Sono sempre quattro voci, ma sparse e allargate, per dare l’idea di un muro sonoro compatto, senza buchi. Non c’è costruzione ritmica: l’omofonia e la variazione ritmica per divisione semplice sono gli unici principi di movimento. Čajkovskij usa accordi semplici ma larghi, e li fa arrivare fino al punto in cui emergono gli oktavisty, i bassi profondi russi, le cui voci sono fondamentali, nel senso tecnico: le note da loro emesse, le più basse, risuonano nella cattedrale, eccitano armonici nell’edificio, rendendolo una cassa di risonanza di pietre. E la pienezza di un’armonia scarna, con accordi di quattro note, si spiega con il cantare della terra stessa, delle sue ossa, della chiesa fisica, alla discesa dell’annuncio recato dai messaggeri della gloria divina.

Un esperimento, forse, per Čajkovskij. Che però lascia il segno di una logica matematica e fisica che rivela consapevolezza e padronanza, tecnica prima di tutto. Čajkovskij artigiano, ho scritto, ma nel senso dell’artigiano medievale, custode di un’arte che può mettere a disposizione di qualunque creazione.

Ecco allora la consegna del brano con cui si apre il post. La sottrazione come metodo. Scrivi un testo di dieci frasi su un tema che normalmente ti verrebbe da sviluppare, argomentare, costruire — una convinzione, un’emozione, un’idea complessa. Poi riscrivilo eliminando tutto ciò che è sviluppo, tutto ciò che è argomentazione, tutto ciò che è tensione verso una conclusione. Quello che rimane deve essere solo presenza: affermazioni senza contrasto, immagini senza movimento, frasi che esistono invece di andare da qualche parte. Il vincolo: nessuna frase può contenere un verbo di movimento o di trasformazione.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente parlava di Sibelius. Il successivo introdurrà Mikhail Glinka.