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Autunnizio

Cosa ha portato questo inizio d’autunno?

  • Il primo capitolo della tesi è pronto. Pronto… diciamo in attesa di revisione, ecco. Due revisioni. Ma insomma, intanto c’è.
  • Ho riaccompagnato i bimbi a scuola, dopo una settimana di assenza. Le altre mamme hanno chiesto di me a mia moglie, pare. Non immaginavo questa popolarità. Comunque, rieccomi.
  • Abbiamo sconvolto la sala. Un giro di valzer ai mobili, in previsione dell’accensione del camino.
  • Una serenata: Rachmaninov. Non so, mi viene così, autunnale.
  • Ho scoperto due tizi in televisione che vendono case a gente improbabile e poi gliele ristrutturano pure. Li vorrei vedere in Italia, con le pareti di mattoni e tutto quanto. Comunque, da quando li ho visti, mi vien voglia di buttar giù muri, cambiare il lavello, mansardarmi la camera da letto (nel senso di metter su una scala, aprire un buco, e invadere la camera da letto della Mina al piano di sopra).
  • Ho il raffreddore e il mal di gola. Mannaggia. E d’altronde, finché ci sono venticinque gradi al pomeriggio…

Ecco, così, a mo’ di aggiornamento. Buon autunno, comunque.

Il penultimo giorno

E così, dopo che mi sono immedesimato e commosso leggendo del silenzio di novembre, ieri il penultimo giorno di novembre mi ha regalato uno sprazzo di celeste.

I prati mi hanno salutato con la porporina, residui brillanti di piogge che hanno portato devastazioni e dolore; il cielo azzurro e terso, sebbene circondato da un muro grigio e impenetrabile allo sguardo, permetteva ai caldi raggi di sole di abbagliarmi sia che guardassi in alto che  a terra, verso lo specchio delle pozzanghere; come anziane signore che, in casa in un giorno luminoso, tolgono dai cassetti con nostalgia rossetto e vestiti sgargianti e li indossano per sé sole, gli alberi, consapevoli della fine dell’autunno, hanno fatto splendere orgogliosi il poco colore rimasto sui rami.

Anche nella penultima stagione, nel penultimo mese dell’anno, e c’è ancora un mese, e c’è ancora una dura stagione da affrontare, il penultimo suo giorno mi ha saputo stupire con uno squarcio e un attimo di luce, di calore, di colore. Niente di nuovo, nessuna nuova speranza, solo il benvenuto promemoria di un mondo più vasto e ampio delle mie abitudini.

L’adorato autunno

Sono tre giorni che la inseguo, avvertita, con grande nostalgia, a tratti a partire da domenica scorsa.

Il caldo, questo lunghissimo grande caldo che da mesi a ondate che non sono onde ci ha avvolto, non ha odore, anzi odora di caldo, di secco, di assenza di essenze. E anestetizza la pelle, non solo l’olfatto, con il suo bruciore e il nostro sudore.

Invece la fine dell’estate è questione di naso e pelle.

Il profumo del sollievo della terra arida, della gratitudine della vegetazione stremata; aromi che tornano ad emergere, sottratti al torpore del caldo estremo. Qualche tono di fumo, sterpi e rami, promettono sapori cari, ancora in lontananza, fuochi e castagne, forni e pane. E poi sfumature legnose che mi sono abituato ad associare al piacevole sentore di matite nuove, di carta stampata di fresco, di libri mai aperti, alle emozioni ricordate di un tempo che si chiude e a quelle ignote del futuro prossimo, all’ansia dei preparativi, all’attesa del primo giorno.

E il freddo, la pelle che lo prova, lo subisce, ne gode, ancora scoperta o vestita di quel poco che per inerzia sopravvive nei guardaroba impreparati. Scalzo, coperto di cotone leggero, rabbrividisco con piacere alle folate tra finestre finalmente aperte anche nelle ore centrali del giorno, tra tende che lasciano passare una luce non più abbacinante, ma talvolta velata e incapace di proiettare ombre, altre volte ancora di sole diretto e caldo in un’aria che non se ne accorge. E’ il senso del tatto ad avvertire anticipi di piogge che verranno, di libertà all’aperto senza il prezzo del sudore, del ritrovarsi senza dover fuggire o nascondersi e ricominciare.

Quasi già settembre, quasi non più agosto, quasi non più estate, e già arriva l’adorato autunno.