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L’adorato autunno

Sono tre giorni che la inseguo, avvertita, con grande nostalgia, a tratti a partire da domenica scorsa.

Il caldo, questo lunghissimo grande caldo che da mesi a ondate che non sono onde ci ha avvolto, non ha odore, anzi odora di caldo, di secco, di assenza di essenze. E anestetizza la pelle, non solo l’olfatto, con il suo bruciore e il nostro sudore.

Invece la fine dell’estate è questione di naso e pelle.

Il profumo del sollievo della terra arida, della gratitudine della vegetazione stremata; aromi che tornano ad emergere, sottratti al torpore del caldo estremo. Qualche tono di fumo, sterpi e rami, promettono sapori cari, ancora in lontananza, fuochi e castagne, forni e pane. E poi sfumature legnose che mi sono abituato ad associare al piacevole sentore di matite nuove, di carta stampata di fresco, di libri mai aperti, alle emozioni ricordate di un tempo che si chiude e a quelle ignote del futuro prossimo, all’ansia dei preparativi, all’attesa del primo giorno.

E il freddo, la pelle che lo prova, lo subisce, ne gode, ancora scoperta o vestita di quel poco che per inerzia sopravvive nei guardaroba impreparati. Scalzo, coperto di cotone leggero, rabbrividisco con piacere alle folate tra finestre finalmente aperte anche nelle ore centrali del giorno, tra tende che lasciano passare una luce non più abbacinante, ma talvolta velata e incapace di proiettare ombre, altre volte ancora di sole diretto e caldo in un’aria che non se ne accorge. E’ il senso del tatto ad avvertire anticipi di piogge che verranno, di libertà all’aperto senza il prezzo del sudore, del ritrovarsi senza dover fuggire o nascondersi e ricominciare.

Quasi già settembre, quasi non più agosto, quasi non più estate, e già arriva l’adorato autunno.