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Il sistema a quattro pentagrammi nella parte terza del preludio

Rachmaninov (2), o dell’importanza di arrivare

Consolato Generale d’Ucraina nel Regno Unito – 78 Kensington Park Rd
Alla sig.ra Natasha Krilenko
70, Porchester Terrace
W2 3TP Londra
Gentile signora, è attesa presso questo consolato il giorno 13 luglio 2026, ore 14:30, per importanti comunicazioni concernenti la sua recente richiesta di visto.
La prego di recare con sé la presente comunicazione, di mostrarlo agli addetti alla sicurezza all’ingresso, e sarà condotta all’ufficio consolare competente.
Cordiali saluti,
col. Vasily Tkachenko, ufficio affari generali
Londra, 10 luglio 2026

Tam, così la conosciamo, aperta la busta con il simbolo della repubblica ucraina in azzurro in alto a sinistra, rabbrividì. Perché veniva convocata? Perché era sfuggita all’arresto, non era caduta nella trappola? Neanche a dirlo, non c’era alcuna richiesta di visto. Neanche a dirlo, il colonnello Tkachenko non esisteva. Era evidentemente una convocazione da parte dei servizi. Ma perché non era Ivan? Perché i capi di Ivan la chiamavano? Lei non aveva ricevuto nessun ordine da Ivan, se non quello di far avere la lettera ai servizi britannici. E questo aveva fatto. Anche se in modo diverso da come l’aveva concordato con Ivan. Possibile che fosse questo il problema? Ma il piano di Ivan era di sacrificarla, era evidentemente una trappola, e si era assicurata lei stessa di verificarlo: c’era, nascosta, quando avevano preso Myk e Dima. Poi li avevano rilasciati, non avevano nulla in mano, ma la sua intuizione era stata giusta. No, qui c’era qualcosa di più grosso in ballo. Ivan era fuori controllo? Forse volevano sapere cosa stava facendo, da solo? Ma lei non sapeva nulla… Andrò, si disse, non posso andare avanti qui, e nemmeno tornare a casa, senza il loro supporto.

Partì alla volta del Consolato Generale d’Ucraina nel Regno Unito lunedì alle 14:00.
Si vestì in modo sportivo, senza travestimenti particolari: era se stessa, una studentessa universitaria straniera.
Salutò il custode del palazzo, come ogni mattina in cui usciva come Natasha dal suo appartamento, in Porchester Terrace. Il consolato distava poco più di un miglio, andò a piedi.
Era a Londra da tre anni, ormai, e per la sua vita da studentessa, e soprattutto per quella di agente dei servizi ucraini, conosceva ormai Londra, le sue vie principali e quelle più strette, quasi come conosceva Kiev.
Arrivò a destinazione alle 14:23. Suonò e disse, in ucraino, di essere attesa per importanti comunicazioni concernenti la sua recente richiesta di visto. Tutto come da copione.
Le chiesero la lettera di convocazione, che lei mostrò; un’addetta piccola e bruna uscì dalla stanza della sorveglianza e la accompagnò. Scesero una rampa di scale, lungo le quali l’addetta stette rigorosamente in silenzio. Si fermò davanti a una porta in fondo a un corridoio piuttosto buio, e bussò. Quando da dentro si sentì qualcuno rispondere, l’addetta si fece da parte e indicò a Tam la porta.
Tam la aprì, entrò e si vide di fronte a una ampia scrivania, con tre uomini sconosciuti in uniforme seduti di fronte a una sedia vuota che l’attendeva. Tam salutò deglutendo.
Buongiorno, Tam, disse il graduato in mezzo. Si sieda. Si sarà chiesta il motivo di questa convocazione. Ci parli di Vladimir Semyonovic Richter, a lei forse noto con il nome di battaglia di Ivan, vuole?
Tam disse tutto ciò che sapeva; poi parlarono loro.

Rachmaninov l’abbiamo visto nel post scorso come il compositore che riprende la liturgia ortodossa, che finisce negli USA suo malgrado, che ha l’ossessione per il Dies irae gregoriano.

Però è prima di tutto un pianista inarrivabile. Dotato di mani incredibilmente grandi e veloci, scrive non esclusivamente ma principalmente musica in cui il pianoforte è presente e ha un ruolo centrale, e in cui le sue doti di esecutore risplendono. Ed è come pianista che si guadagna da vivere negli States quando vi arriva da profugo.

Una serie di preludi (24, in totale, secondo lo schema tipico dei preludi: tutte le dodici tonalità maggiori e le dodici tonalità minori vengono esplorate); due densissime sonate per pianoforte, due cicli di Études-Tableaux due grandi cicli di Variazioni per pianoforte solo, su un tema di Chopin e su un tema di Corelli Op. 42, per parlare del pianoforte solista. Quattro concerti per pianoforte e orchestra, e la Rapsodia su un tema di Paganini per quanto riguarda il pianoforte in orchestra. Tutto questo, insieme a qualche altro brano giovanile o occasionale, rappresenta il corpo della produzione di Rachmaninov per pianoforte.

Il primo dei suoi preludi, op. 3 n. 2, in Do# minore, è quello da cui prende avvio la serie dei 24. Il preludio è tripartito.

C’è una prima parte, lenta, costruita su uno schema che comprende un motivo al basso e una sequenza di accordi nella parte superiore. Il ritmo è trattenuto, la dinamica è contenuta, l’armonia molto ricca. A questo segue una seconda parte agitata, con un tratto che poi Rachmaninov svilupperà sempre più nella sua scrittura: un andamento arabescato, nel quale alcune note, grazie anche alla regolarità con cui vengono accentate, danno luogo a voci melodiche che spiccano nell’armonia dinamica creata dall’incessante rapido fluire del discorso.

Infine, la terza parte ci riporta alla prima. Ma questa volta raddoppiandola sistematicamente. Anche visivamente sulla partitura, a ogni mano viene dedicato un intero doppio rigo, perché ogni mano fa quello che insieme le due facevano nella prima parte. Il pianoforte raddoppiato moltiplica gli armonici, le armonie, già piene, saturano lo spazio auditivo, mentre gli aspetti melodici e ritmici sono esattamente quelli di prima.

Rachmaninov costruisce il brano pensando a questa tempesta armonica che addensa nel finale, ma la tempesta si calma, le nuvole rimangono; la forza, la violenza da cui il brano era partito, si stemperano in un finale che lascia forse un senso di incompiutezza: non tonale, ma emozionale.

Questo è un altro tratto della scrittura che, a partire da qui, sviluppa in modo originale. Rachmaninov costruisce melodie, se si guarda complessivamente, ma a blocchi, sviluppando frasi fino al momento epifanico della melodia piena. Ma spesso l’accrescimento crea un’aspettativa che poi il momento di rivelazione non è in grado di soddisfare. L’onda di piena ha un picco che porta poi inevitabilmente a un riequilibrio, a volte molto rapido, repentino, che lascia scoperte, isolate, le passioni forti di poco prima.

Qualche altro esempio di questa dinamica. Il preludio in Si minore, op. 32 n. 10.

Dopo l’introduzione di elementi diversi, è al minuto 1:40 che inizia la grande volata melodica, dal registro medio-basso in una ascesa che promette tanto, e che però s’infrange al minuto 2:45 come un’onda sulla spiaggia; da quel punto in avanti riaffiorano elementi di schiuma, disgregazione di quel momento chiave culminante, finché non si torna alla quiete dell’inizio, e a una chiusura incerta tra maggiore e minore, in cui non ci si ricorda quasi più di quel momento di grande aspettativa, ormai delusa.

O ancora nel secondo concerto per pianoforte e orchestra, il II movimento è costruito nello stesso modo. Elementi di epifania vengono presentati fin dall’inizio, ma è solo nell’ultimo minuto (20:44), in una struttura semplicissima, con gli archi che tengono note lunghissime e il pianoforte che arpeggia, che si arriva al disvelamento finale. Che però si scioglie subito, con il pianoforte che continua in arpeggi privi di appoggio, fino all’attacco del successivo terzo movimento.

Si potrebbe dire che a Rachmaninov manca il lieto fine. O che manca la fine, anche non lieta. Forse vuole attirare la nostra attenzione sul crescendo, sugli elementi che portano al climax, sul fatto che ci si arrivi. Forse gli interessa meno cosa accada dopo, come se fosse rassegnato al fatto che la normalità prenderà il sopravvento, lasciando però nudo nella memoria il momento in cui all’espressione estrema si è comunque arrivati.

Ecco allora la consegna dell’esercizio di scrittura da cui questo post ha preso l’avvio. Scrivi un testo in tre sezioni. La prima sezione è densa e verticale: poche frasi, molte parole per frase, molto peso. La seconda sezione è agitata e orizzontale: molte frasi brevi, veloci, frammentate, che destabilizzano ciò che la prima sezione aveva costruito. La terza sezione riprende la struttura della prima, ma con una densità ancora maggiore: le stesse frasi, ma con più strati, più subordinate, più peso. Il finale poi non dev’essere a effetto, ma dare un senso di incompiutezza, di qualcosa che è finito, ma di cui non si vuol parlare più, perché l’importante veniva prima.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente era ancora su Rachmaninov. Il prossimo, invece, riguarderà Gabriel Fauré.

L'isola dei morti, terza versione, di Arnold Bocklin

Rachmaninov, o di quando Caronte rema

La signora riparte
di fretta, per lavoro;
per lavoro, è sempre
eppure, nei suoi occhi
questa volta, ho letto
speranza, desideri,
emozioni nascoste,
che dire per lavoro
suggerisce menzogna.
Ritorna, il signore
questa sera; ma lui le
racconta, ogni volta,
costruzioni, imprese,
passione declinando
per lavoro, persone
e per lei, che per prima
rientrando, ricerca.
Stasera rincasando
nessuno troverà.

Tra i compositori russi di questa serie, Sergej Vasil’evič Rachmaninov è il primo ad aver attraversato la Rivoluzione d’Ottobre e, da aristocratico, ad aver abbandonato la Russia nel 1917, già famoso, a quarantaquattro anni. Si costruisce una seconda vita da immigrato di lusso negli Stati Uniti. Il concertista e compositore più famoso dei suoi giorni muore infine quasi settantenne nel 1943, poche settimane dopo aver ottenuto la cittadinanza americana.

Con Čajkovskij ha diversi punti di contatto. Uno riguarda la musica liturgica. Rachmaninov, con le Veglie, porta avanti l’interazione, incontrata parlando della Liturgia di San Giovanni Crisostomo, tra la musica occidentale e la religiosità cristiana orientale.

Un’altro è quello sui ritmi “strani”. Se Čajkovskij nella Sinfonia n. 6 aveva scritto un intero movimento usando il ritmo bizzarro di 5/4, producendo una danza graziosa ma inevitabilmente “aliena”, e un po’ zoppa, Rachmaninov, specialmente nell’ultima parte della sua produzione, fa lo stesso, e va anche oltre.

L’Isola dei morti è un poema sinfonico ispirato ai dipinti di Arnold Böcklin. Caronte porta la barca, remando, verso l’isola di cui parla il titolo. Il ritmo è in 5/4. Ora, l’effetto della divisione in 5 parti del tempo della battuta, essendo 5 dispari, introduce degli accenti che l’orecchio percepisce o come 3+2 o come 2+3. E questa ambiguità, con continuo spostamento degli accenti, è il tratto principale della composizione: l’ondeggiare della barca su un mare calmo è descritto strutturalmente con questo fondo, rigoroso complessivamente, ma essenzialmente liquido al suo interno.

Anche l’aspetto melodico, oltre a quello ritmico, è interessante. Il tema non è altro che una rielaborazione della più evidente ossessione di Rachmaninov: il tema del Dies Irae gregoriano. Se non fosse un topos romantico abbastanza diffuso (ad esempio Berlioz nell’ultimo tempo della sua Symphonie Fantastique, Liszt nella Totentanz; il già incontrato Saint-Saëns nella Danse macabre lo cita in modo parodico, quasi amichevole), dalla frequenza con cui il nostro Sergej lo introduce, potremmo definirlo una sorta di firma.

Lo sviluppa nelle Rapsodia su un tema di Paganini, come un elemento nascosto nella scrittura del grande violinista, che lui scopre e porta alla luce: prima in modo solenne nella variazione 7, poi nella variazione 10 in modo quasi diabolico. E infine nella variazione 24, agile e saltellante, il tema compare come un macigno sonoro nell’intervento degli ottoni, appena prima della cadenza finale.

Lo inserisce nella sua ultima composizione, le Danze sinfoniche, nell’ultima in particolare. Le Danze vengono considerate il testamento musicale di Rachmaninov, in cui condensa la sua esperienza compositiva in una serie di tre brani-epilogo. Tutto ciò che caratterizza la scrittura di Rachmaninov, torna dentro queste danze.

Torna la liturgia: il Dies Irae, ma anche l’Allelujah della Risurrezione, ed è quest’ultimo tema quello che vince, alla fine, su quello del giudizio dell’ultimo giorno.

Torna l’instabilità ritmica, con frequenti transizioni, nella terza danza, tra 9/8 e 6/8.

Matematicamente, i momenti di transizione realizzano macroritmi instabili in 15/8. Torna il 5.

Il finale della terza Danza è un momento straniante. Indubbiamente è una danza. Macabra perché sulle note del Dies Irae inestricabilmente unito all’Allelujah della Veglia per tutta la durata della notte. Fino al vortice finale e al colpo di tam-tam “Laissez vibrer” con cui, in cui, tutto si spegne.

Una vita musicale riassunta in tre brani, un’ossessione che trova pace, si spegne in un gong percosso tre volte e risuona fino al silenzio. Un coro di liturgia ortodossa della sua mai così lontana Russia tradotto in una danza sinfonica completata a Long Island. E in calce alla sua ultima pagina orchestrale, le parole “I thank thee, Lord”, invece del solito “Slava Bogu”.

Ecco la consegna dell’esercizio di scrittura iniziale. Scegli un verso dispari della tradizione italiana, il quinario (5 sillabe) o il settenario (7), e costruisci una sequenza di versi con esattamente quel numero di sillabe, verificando l’accento secondo le regole della metrica italiana (verso piano: accento obbligato sulla penultima sillaba). Il vincolo è assoluto: non si aggiunge né si toglie.

Cerca di fare in modo che in ogni verso ci sia un secondo accento principale, oltre a quello obbligato sulla penultima sillaba; possilmente cerca di alternare la caduta del primo accento a volte sulla seconda, a volte sulla terza sillaba. Leggi poi la sequenza battendo a mano le sillabe e con forza maggiore i due accenti, verificando cosa succede alla musicalità del verso e della sequenza con uno schema degli accenti che cambia in continuazione (nel quinario, 3+2 oppure 2+3; nel settenario, 3+4 oppure 4+3).


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente riguardava Rimskij-Korsakov, mentre anche il prossimo si soffermerà su Rachmaninov.

Quando la moglie è in vacanza

Oggi, per rendere un po’ più leggera la correzione di uno dei miei cinque pacchi di verifiche e approfittando dell’assenza (per vacanza) della coniuge e soprattutto della prole (che mal tollera che si metta in discussione il suo monopolio dei mezzi audiovisivi) ho dato una rapida scorsa ai CD che da secoli stazionano nei pressi del lettore (anziché riposare legittimamente nello scaffale del mio studio) e me ne è capitato in mano uno che, appunto, da secoli non ascoltavo.

Rachmaninov, concerto n. 2 in do minore. No, non è il “Rach3” che Geoffrey Rush suonava nel film “Shine”. E’ il Rach2, se proprio dobbiamo dargli un soprannome (idiota?).

E in questo pomeriggio di nuvole in stile britannico per qualche motivo mi si è materializzata in salotto un’atmosfera afosa ed estiva. Che strideva alquanto con la congestione allergo-virale che mi sta attanagliando in queste ore.

Mi sono chiesto il motivo della calura evocata fin dai primi accordi di questo concerto. Credo di aver trovato la risposta nella memoria delle trasmissioni televisive dell’emittente locale durante le estati padane di tanti anni fa.

Quando cioè, in assenza di programmazione originale e sfruttando probabilmente qualche svendita di pellicole con almeno dieci anni di proiezioni cinematografiche, il canale metteva in onda una serie di classici (i “filmoni”, li chiamavamo in casa) che andavano da Hitchcock a “La gatta sul tetto che scotta”, passando per John Wayne, Glenn Ford e compagnia bella. Una programmazione che si ripeteva estate dopo estate.

E allora, insieme alle sirene del porto di “La finestra sul cortile” o il tema di “Via col vento”, uno dei motivi che sono rimasti associati alla prima brezza che entrava a smuovere l’afa di casa al calar del sole dalle finestre finalmente aperte sono gli accordi iniziali di pianoforte di questo concerto. Nel film di Billy Wilder del 1955 il buon Tom Ewell li usa come musica d’atmosfera per accogliere “la patata del piano di sopra”, la nuova vicina di casa che si manifesta in tutta la sua gloria proprio “Quando la moglie è in vacanza”.

Ecco, non pensate male. Il CD mi è praticamente cascato in mano e non avevo idea che si trovasse lì. E’ pur vero che qualche seguace di Freud potrebbe comunque sostenere che inconsciamente sapevo benissimo dove trovarlo e che l’occasione analoga potrebbe avermi condotto proprio là dove l’avrei trovato. E che ci posso fare, lascerò che il seguace di Freud dica quel che vuole.

Sicuramente mi è venuto caldo (o forse è stato il decongestionante che ho preso?). E mi sono goduto una mezz’ora di musica libera, a un volume consono, di ricordi e viaggi nel tempo. La correzione del pacco di compiti ha goduto di un’atmosfera più rilassata.

Però, ve l’assicuro, nessuna Marilyn Monroe è venuta a suonare alla mia porta. Per fortuna (sapeste il disordine!).

Autunnizio

Cosa ha portato questo inizio d’autunno?

  • Il primo capitolo della tesi è pronto. Pronto… diciamo in attesa di revisione, ecco. Due revisioni. Ma insomma, intanto c’è.
  • Ho riaccompagnato i bimbi a scuola, dopo una settimana di assenza. Le altre mamme hanno chiesto di me a mia moglie, pare. Non immaginavo questa popolarità. Comunque, rieccomi.
  • Abbiamo sconvolto la sala. Un giro di valzer ai mobili, in previsione dell’accensione del camino.
  • Una serenata: Rachmaninov. Non so, mi viene così, autunnale.
  • Ho scoperto due tizi in televisione che vendono case a gente improbabile e poi gliele ristrutturano pure. Li vorrei vedere in Italia, con le pareti di mattoni e tutto quanto. Comunque, da quando li ho visti, mi vien voglia di buttar giù muri, cambiare il lavello, mansardarmi la camera da letto (nel senso di metter su una scala, aprire un buco, e invadere la camera da letto della Mina al piano di sopra).
  • Ho il raffreddore e il mal di gola. Mannaggia. E d’altronde, finché ci sono venticinque gradi al pomeriggio…

Ecco, così, a mo’ di aggiornamento. Buon autunno, comunque.