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L'isola dei morti, terza versione, di Arnold Bocklin

Rachmaninov, o di quando Caronte rema

La signora riparte
di fretta, per lavoro;
per lavoro, è sempre
eppure, nei suoi occhi
questa volta, ho letto
speranza, desideri,
emozioni nascoste,
che dire per lavoro
suggerisce menzogna.
Ritorna, il signore
questa sera; ma lui le
racconta, ogni volta,
costruzioni, imprese,
passione declinando
per lavoro, persone
e per lei, che per prima
rientrando, ricerca.
Stasera rincasando
nessuno troverà.

Tra i compositori russi di questa serie, Sergej Vasil’evič Rachmaninov è il primo ad aver attraversato la Rivoluzione d’Ottobre e, da aristocratico, ad aver abbandonato la Russia nel 1917, già famoso, a quarantaquattro anni. Si costruisce una seconda vita da immigrato di lusso negli Stati Uniti. Il concertista e compositore più famoso dei suoi giorni muore infine quasi settantenne nel 1943, poche settimane dopo aver ottenuto la cittadinanza americana.

Con Čajkovskij ha diversi punti di contatto. Uno riguarda la musica liturgica. Rachmaninov, con le Veglie, porta avanti l’interazione, incontrata parlando della Liturgia di San Giovanni Crisostomo, tra la musica occidentale e la religiosità cristiana orientale.

Un’altro è quello sui ritmi “strani”. Se Čajkovskij nella Sinfonia n. 6 aveva scritto un intero movimento usando il ritmo bizzarro di 5/4, producendo una danza graziosa ma inevitabilmente “aliena”, e un po’ zoppa, Rachmaninov, specialmente nell’ultima parte della sua produzione, fa lo stesso, e va anche oltre.

L’Isola dei morti è un poema sinfonico ispirato ai dipinti di Arnold Böcklin. Caronte porta la barca, remando, verso l’isola di cui parla il titolo. Il ritmo è in 5/4. Ora, l’effetto della divisione in 5 parti del tempo della battuta, essendo 5 dispari, introduce degli accenti che l’orecchio percepisce o come 3+2 o come 2+3. E questa ambiguità, con continuo spostamento degli accenti, è il tratto principale della composizione: l’ondeggiare della barca su un mare calmo è descritto strutturalmente con questo fondo, rigoroso complessivamente, ma essenzialmente liquido al suo interno.

Anche l’aspetto melodico, oltre a quello ritmico, è interessante. Il tema non è altro che una rielaborazione della più evidente ossessione di Rachmaninov: il tema del Dies Irae gregoriano. Se non fosse un topos romantico abbastanza diffuso (ad esempio Berlioz nell’ultimo tempo della sua Symphonie Fantastique, Liszt nella Totentanz; il già incontrato Saint-Saëns nella Danse macabre lo cita in modo parodico, quasi amichevole), dalla frequenza con cui il nostro Sergej lo introduce, potremmo definirlo una sorta di firma.

Lo sviluppa nelle Rapsodia su un tema di Paganini, come un elemento nascosto nella scrittura del grande violinista, che lui scopre e porta alla luce: prima in modo solenne nella variazione 7, poi nella variazione 10 in modo quasi diabolico. E infine nella variazione 24, agile e saltellante, il tema compare come un macigno sonoro nell’intervento degli ottoni, appena prima della cadenza finale.

Lo inserisce nella sua ultima composizione, le Danze sinfoniche, nell’ultima in particolare. Le Danze vengono considerate il testamento musicale di Rachmaninov, in cui condensa la sua esperienza compositiva in una serie di tre brani-epilogo. Tutto ciò che caratterizza la scrittura di Rachmaninov, torna dentro queste danze.

Torna la liturgia: il Dies Irae, ma anche l’Allelujah della Risurrezione, ed è quest’ultimo tema quello che vince, alla fine, su quello del giudizio dell’ultimo giorno.

Torna l’instabilità ritmica, con frequenti transizioni, nella terza danza, tra 9/8 e 6/8.

Matematicamente, i momenti di transizione realizzano macroritmi instabili in 15/8. Torna il 5.

Il finale della terza Danza è un momento straniante. Indubbiamente è una danza. Macabra perché sulle note del Dies Irae inestricabilmente unito all’Allelujah della Veglia per tutta la durata della notte. Fino al vortice finale e al colpo di tam-tam “Laissez vibrer” con cui, in cui, tutto si spegne.

Una vita musicale riassunta in tre brani, un’ossessione che trova pace, si spegne in un gong percosso tre volte e risuona fino al silenzio. Un coro di liturgia ortodossa della sua mai così lontana Russia tradotto in una danza sinfonica completata a Long Island. E in calce alla sua ultima pagina orchestrale, le parole “I thank thee, Lord”, invece del solito “Slava Bogu”.

Ecco la consegna dell’esercizio di scrittura iniziale. Scegli un verso dispari della tradizione italiana, il quinario (5 sillabe) o il settenario (7), e costruisci una sequenza di versi con esattamente quel numero di sillabe, verificando l’accento secondo le regole della metrica italiana (verso piano: accento obbligato sulla penultima sillaba). Il vincolo è assoluto: non si aggiunge né si toglie.

Cerca di fare in modo che in ogni verso ci sia un secondo accento principale, oltre a quello obbligato sulla penultima sillaba; possilmente cerca di alternare la caduta del primo accento a volte sulla seconda, a volte sulla terza sillaba. Leggi poi la sequenza battendo a mano le sillabe e con forza maggiore i due accenti, verificando cosa succede alla musicalità del verso e della sequenza con uno schema degli accenti che cambia in continuazione (nel quinario, 3+2 oppure 2+3; nel settenario, 3+4 oppure 4+3).


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente riguardava Rimskij-Korsakov, mentre anche il prossimo si soffermerà su Rachmaninov.