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Il quaranta di maggio

In tanti mi chiedono com’era il tempo a Barcellona, essendone io appena tornato (una trasferta che ha richiesto molta preparazione e si è risolta in ore davanti a schermi di computer e di videoproiezione, qualche mangiata degna di menzione, relazioni amichevoli e nessuna forma di turismo, grazie anche ai buoni uffici di Alitalia che ha pensato bene di cancellarci il volo di ritorno e prenotarci su un aereo che partiva dodici ore prima del previsto).

Freddo e nuvoloso: nessuna novità rispetto al clima che ho lasciato a casa e che ho ritrovato.

Ma, esattamente come a casa, con la possibilità di godere di cieli spettacolari: non la profondità indistinguibile di uno sfondo uniformemente azzurro, non il soffitto vicino, quasi edile, di una coltre compatta, ma panorami sempre nuovi di sfumature di ogni colore, sempre in movimento grazie al vento freddo che anche al suolo rende vario da un momento all’altro l’abbigliamento di chi lo lascia libero di volare.

Questo per quanto riguarda il clima atmosferico. Per altri generi di clima, ciò che mi ha colpito, più dell’ultima volta a febbraio, è la quantità di cartelli “in affitto” o i prezzi degli immobili in vendita che gli sportelli bancari espongono in vetrina. Più che l’arrivo dell’estate, parlano di un inverno ancora in corso, pur nella zona più calda di Spagna.

Mi assicurano che la previdenza dei nonni insegna che

hasta el cuarenta de mayo no te quites el sayo

intendendo che fino alla metà di giugno è bene non disfarsi degli abiti pesanti. Una fredda primavera, per quanto a molti sgradita, non è una novità.

E, di nuovo parlando di ogni tipo di clima, forse è bene tornare a scoprire la saggezza di chi ne ha viste tante. Forse è bene ricordare che il mito della vita da spiaggia, per quanto goduto da tanti per lunghi anni, non garantisce per il futuro.

Che la spesa per bikini, paletta e secchiello, probabilmente, è bene affrontarla quando si sa che il cappotto non ha buchi.

E comunque dopo il quaranta di maggio.

Il penultimo giorno

E così, dopo che mi sono immedesimato e commosso leggendo del silenzio di novembre, ieri il penultimo giorno di novembre mi ha regalato uno sprazzo di celeste.

I prati mi hanno salutato con la porporina, residui brillanti di piogge che hanno portato devastazioni e dolore; il cielo azzurro e terso, sebbene circondato da un muro grigio e impenetrabile allo sguardo, permetteva ai caldi raggi di sole di abbagliarmi sia che guardassi in alto che  a terra, verso lo specchio delle pozzanghere; come anziane signore che, in casa in un giorno luminoso, tolgono dai cassetti con nostalgia rossetto e vestiti sgargianti e li indossano per sé sole, gli alberi, consapevoli della fine dell’autunno, hanno fatto splendere orgogliosi il poco colore rimasto sui rami.

Anche nella penultima stagione, nel penultimo mese dell’anno, e c’è ancora un mese, e c’è ancora una dura stagione da affrontare, il penultimo suo giorno mi ha saputo stupire con uno squarcio e un attimo di luce, di calore, di colore. Niente di nuovo, nessuna nuova speranza, solo il benvenuto promemoria di un mondo più vasto e ampio delle mie abitudini.