Archivi tag: racconto

La fine del mondo

Non fu quando mia madre mi prese sulle ginocchia e mi disse che io e papà saremmo tornati a vivere in Jubilee street, dalla nonna. Avevo otto anni ed ero abituato a passare i pomeriggi con granny e granpa, i genitori di mio padre, a tre isolati da casa mia, su per El Dorado road, visto che entrambi i miei lavoravano. Era un giorno caldissimo, non avevo molta voglia di stare così vicino a mia madre; lei, probabilmente temendo che avrei faticato ad accettare questo cambiamento, che in realtà non capii fino in fondo per qualche tempo, cercò di baciarmi e di abbracciarmi un po’ troppo, e io le sfuggii per chiudermi nella mia camera, steso sul letto col ventilatore a soffitto al massimo. Ricordo che mi aveva stupito soprattutto l’enfasi data da mia madre a questo che a me pareva un piccolo aggiustamento, del resto gradito perché ai miei nonni ho sempre voluto molto bene. Tutto a posto, la vita continuava bella e varia.

Non fu quando seppi che mio padre stava per risposarsi. Avevo dodici anni, una sera mio padre mi disse che saremmo andati a cena fuori. Al Pizza Hut ci aspettava anche lo zio di mio padre, Jack, curiosamente solo due anni più vecchio di lui, con cui usciva spesso. Non mi portavano con loro, di solito, e questa serata, lo sentivo, aveva un’aria di solennità. Ho nella memoria l’aria condizionata glaciale che ci accolse, e non la pizza, probabilmente la solita, ma una caraffa enorme di Pepsi, saranno stati due litri, una valanga di cubetti di ghiaccio. Al brindisi lo zio Jack disse che era pronto per fare il best man, e mi guardò interrogativo, come sfidandomi a risolvere l’indovinello. Io sapevo che mio padre aveva una fidanzata, me l’aveva detto lui stesso qualche tempo prima. Ma al matrimonio non avevo mai pensato. Quella del matrimonio era la mia mamma. Non risolsi l’enigma. Penso di aver trascorso mezz’ora in silenzio guardandoli a turno, in attesa che mi svelassero quello che non riuscivo ad afferrare. E non fu una mezz’ora piacevole: anche se probabilmente si trattò solo di un paio di minuti, e mio padre e zio Jack avevano tutta l’aria di divertirsi ed essere felici, io ero a disagio, come se mi avessero portato in un posto in cui non dovevo stare, messo in una condizione che non mi apparteneva, nonostante tutto. E poi mio padre me lo disse, con semplicità. E io con semplicità lo sentii e compresi. Capii che qualcosa sarebbe cambiato, che quella Natalie che aveva iniziato a frequentare le nostre riunioni di famiglia sarebbe diventata una presenza stabile. “Poco male”, pensai: “basta che non ce ne andiamo dalla casa dei nonni”. Devo anche averlo detto, perché mio padre prima mi deluse, poi mi rassicurò: disse che aveva trovato una casa vicina, su Fairley street, forse a due isolati da dove vivevamo; ma disse anche che se volevo potevo rimanere in Jubilee street, con i nonni, almeno all’inizio.  E questo fece la differenza. Poi, fu un inizio molto lungo, perché il loro matrimonio finì prima che io decidessi di trasferirmi con loro: fu mio padre a traslocare, di nuovo, non io. Tutto a posto, la vita continuava bella e varia.

Non fu nemmeno quando mia madre mi disse che sarebbe andata a vivere in Canada, a riunirsi con la sua famiglia. Avevo sedici anni, ma lei era sempre lì, in Jubilee street: veniva a trovarmi ogni giorno, anche quando c’era papà. Ogni tanto si chiudeva in cucina con i nonni e con lui, se era in casa, e probabilmente parlavano di me, di come andavo a scuola, forse anche di soldi, non so. Ma per il resto passava con me un’oretta, guardava i miei quaderni, facevamo progetti per il weekend, parlavamo. Poi un pomeriggio, stavo guardando il cricket in tv, lei passandomi dietro come se volesse uscire e andarsene, disse cinguettando che aveva comprato il biglietto per il Canada. Non le diedi peso, lei ogni tanto partiva per un viaggio: Florida, crociera, Grenada… non sapevo con chi andasse, secondo tutti andava da sola, e per me andava bene così. Un paio di giorni dopo, però, tornò sull’argomento. Sarebbe stata via per sei mesi, sarebbe tornata a Natale e poi avrebbe deciso cosa fare, se fermarsi o ripartire. Uscì la nonna dalla cucina, in quel momento, e mi disse che non dovevo preoccuparmi: avrebbero pensato lei e granpa a tutto. E questo mi bastava. La sensazione era che granny fosse più preoccupata per mia madre che per me. Me lo spiegai con il fatto che lei stessa aveva dovuto salutare una figlia, la zia Betty, che viveva ormai da anni nel New Jersey e per la nonna il punto di vista era quello materno. Cercai di capire quale altro punto di vista avrebbe potuto indurre in me preoccupazioni, ma non ne trovai. Certamente non il mio: tutto a posto, la vita continuava varia e bella.

Non fu neppure quando Mel mi disse che era incinta. Ci eravamo conosciuti un paio d’anni prima, a un party dell’università. Entrambi frequentavamo l’UWI a St Augustine, io ero al terzo anno del BSc in ingegneria civile, lei al primo di studi afroasiatici. Nel frattempo io mi ero iscritto al MSc e lei stava finendo. Ci frequentavamo in modo variabile: in alcuni periodi molto vicini, in altri meno, ma non necessariamente perché c’erano altri interessi. Ci stavamo raffreddando dopo un periodo di passione e una sera Mel mi chiamò al telefono e, dopo il classico preambolo apparentemente casuale ma studiato per entrare in argomento, iniziò a interrogarmi sul mio senso di paternità. Paternità/maternità: argomento mai affrontato insieme, nemmeno lontanamente. Dopo la decima domanda ne feci una io, sulle ragioni di quella improvvisa e urgente curiosità. Lei rispose, quasi fosse un dettaglio, che aveva un piccolo e probabilmente insignificante ritardo. Non provai nulla. Come se non mi riguardasse, o fosse la scena di un film. Poi, per qualche giorno non entrò più in tema, e io me ne dimenticai. Ma circa una settimana dopo mi chiamò e mi disse che dovevamo vederci. Mi diede appuntamento dopo la fine delle lezioni nel giardino dietro all’edificio amministrativo dell’università. Un po’ di paura per quello che mi avrebbe detto l’avevo. Forse temevo maggiormente che volesse dirmi che c’era qualcun altro, o forse desideravo pensare così. Invece ecco come avvenne: mi venne incontro, mi salutò guardandomi negli occhi ma senza sorridere; quando ci fermammo uno di fronte all’altra, mi prese le mani e iniziò a giocarci, facendole rimbalzare le mie palme sulle sue; per un minuto si concentrò su questo movimento, mentre io aspettavo che parlasse. Sapevo che l’avrebbe fatto, e che l’avrebbe fatto quando le parole erano pronte. Sapevo che dovevo lasciar fare a lei. E infatti, dopo l’ennesimo rimbalzo, sollevò il viso pensieroso, e con un mezzo sorriso mi disse “allora, pare proprio che avremo un bambino”. Quel suo mezzo sorriso, quel suo umore pensieroso: per la prima volta Mel mi parve trovarsi di fronte a una situazione sconosciuta, e mi fece una tenerezza enorme. Mi guardava senza quella maschera di sicurezza ed esperienza che aveva usato per conquistarmi, che era la stessa che avevo indossato io per averla. Risi, smisi anch’io il mio travestimento, e lei rispose ridendo. “Quanto tempo abbiamo per organizzarci?”, le chiesi. Lei capì che non era una domanda stupida: “Io e te, un paio di mesi, forse tre; per il resto direi dai cinque agli otto, chi lo sa?” E così iniziammo a prepararci, a dirlo in casa, lei ai suoi onnipresenti genitori, io ai miei indispensabili nonni prima di tutto. Decisero di prendersi cura di noi, noi decidemmo di aiutarli continuando a vivere separati e continuando a studiare.  Mia nonna, mi disse una cosa che mi rimarrà sempre impressa: “se lasci che questo bambino ti distolga da quel che stai facendo così bene, anche se questo bambino te lo sei cercato tu, difficilmente gli vorrai il bene che merita; a lui pensiamo noi, finché possiamo: tu pensa a sistemarti”. Tutto a posto, la vita continuava, bella, varia e incontenibile.

E non fu neanche quando nacque Adam, al Mount Hope, in quella sala operatoria in cui non potei entrare, ma da cui mi portarono un fagottino verde da cui proveniva un pianto inverosimile, fino a quando me lo misero in mano e vidi la bocca spalancata, enorme, gli occhi chiusi strettissimi e i pugnetti anch’essi stretti e tremanti. I preparativi erano serviti ad arrivare a quel momento. Mel stava bene, mi dissero. Ancora non riesco a tradurre in parole le emozioni di quella mattinata. Una certa preoccupazione, inizialmente, per il cesareo, un’attesa lunghissima, anche se l’orologio non arrivò a contare un’ora. Nervosissimo, mi sciolsi in lacrime e baci e carezze e meraviglia. Per Adam, il mio primo ometto, per la mia Mel, dolorante e intontita: mai l’ho rivista così bella. E poi in stanza, imparando i nuovi piccoli gesti, le attenzioni, le richieste sempre molto vigorose e urgenti. Certamente quel ventidue marzo la mia vita cambiò, ma non cambiai io: una nuova sfida si era aggiunta, una sfida continua, a tempo indeterminato, ma io ero lo stesso. Tutto a posto, la vita continuava, bella e varia.

Non fu quando ci sposammo. Non fu quando decidemmo di farlo. Non ci fu nemmeno una proposta vera e propria. Adam aveva undici mesi e stava dormendo sul mio letto (a casa dei miei nonni); eravamo soli Mel e io. Lei mi chiese come stavo. Io risposi che stavo benissimo, convinto, perché era vero. Le rimandai la domanda: lei mi rispose annuendo, con uno sguardo pensieroso che conoscevo bene non perché gliel’avessi visto frequentemente sul viso, ma perché le rarissime volte che l’aveva indossato era sempre stato in momenti decisivi. L’anticipai: “pensi che dovremmo finirla con questo viavai?” e mimai con le mani un traffico tra due o tre direzioni diverse, intendendo la casa dei miei nonni, quella (l’ennesima) di mio padre e della sua attuale compagna e dei loro figli, quella dei genitori di Mel, quella di mia madre, la cui esperienza canadese si era conclusa assai presto. Lei mi rispose: “penso che potremmo iniziare qualcosa di nuovo”. E da quel momento iniziammo a cercare di capire che cosa potesse essere questo “qualcosa di nuovo”. Mia nonna ci offrì ospitalità in un paio di stanze (la mia e quella di zia Betty), e così si fece strada l’idea di sposarci. Lei è pentecostale, io sono cresciuto in una famiglia che si potrebbe definire ecumenica. Scegliemmo la chiesa pentecostale. Non dovemmo fare nulla. A tutto pensò la comunità. E genitori di Mel, che erano quelli che ci tenevano più di chiunque altro. Tutto a posto, la vita continuava, varia, bella e complicata.

Fu quella notte, fu il giorno dopo. Quando Adam si svegliò e ci svegliò piangendo. Il suo pianto presto si trasformò in singhiozzi, i singhiozzi in tremori, i tremori in convulsioni. Non sapevamo come calmarlo, come tenerlo, piccolo com’era nei suoi quindici mesi. Mia nonna prese un pacchetto di fazzolettini e gliela mise in bocca di traverso, poi chiamò l’ambulanza. Io ero impotente. Mel piangeva. Non ricordo come giunsi in ospedale. La scena successiva nella mia mente è lui addormentato in un letto troppo grande, con una flebo al braccio. Fu quella mattina, quando la dottoressa pronunciò una parola durissima da pronunciare e da ascoltare, appena ammorbidita da un condizionale e dal dubbio di altre possibilità e di regressioni col passare del tempo. Fu in quel momento che il mio mondo finì, si sgretolò davanti alla sofferenza di mio figlio. Fu in quel momento, di fronte all’infanzia minacciata di Adam, che fui cacciato dalla mia. Ho sentito di non avere più il diritto di dire: tutto a posto. Ma Adam dovrà essere in grado di farlo. Ma la vita, la sua, continua, varia e bella nonostante tutto. E anche la mia, alla fine, non è niente male.

Il ritorno


8 giugno
Jeanelle non voleva tornare indietro. L’ho pianta per due anni nel freddo di Oxford, in silenzio per non rattristare amici e conoscenti. Lei ha voluto essere sepolta nella sua nuova terra, Jeanelle non è riuscita a tornare indietro.
Dopo quarantun anni di Inghilterra, quaranta di lavoro in fabbrica e uno di pensione, non ancora sessantenne, oggi io torno indietro. Forse è un modo per sentirmi ancora più solo, per lasciarmi alle spalle la donna con cui ho condiviso tutto, perdendomi in un mondo che non mi appartiene più. Ma è anche il modo per ricordarla meglio, come quando insieme facevamo progetti e progettavamo di tornare.
Mi accorgo di essere a Trinidad quando si aprono i portelloni dell’aereo, dall’aria che entra mentre sto armeggiando con il bagaglio a mano nella cappelliera. Un’aria calda, umida, pesante, che scaccia l’aria condizionata e ne sostituisce l’impersonalità con un fiorire d’odori. Odore di pioggia, di fogliame bagnato, sì, ma è come se il calore della pioggia creasse un infuso di essenze speziate, che si respira. E poi l’odore dei ristoranti dell’aeroporto, che sono gli stessi che si trovano a Londra o ad Atlanta, ma che mescolano al solito fritto fragranze che si trovano solo qui.
E so di essere a casa. La memoria viene svegliata dalle narici, un’onda di emozione sale dallo stomaco e si ferma in mezzo al petto, e quasi faccio fatica ad inspirare ancora.
Tutto è cambiato: l’aeroporto è nuovo, i nastri dei bagagli, i negozi, i fast food, l’organizzazione dei facchini. Riconosco però il calore dell’addetta al controllo passaporti che, guardando il timbro dell’ultima mia visita, mi rivolge un sorriso e dice “Bentornato, signore” con un tono di sincerità che mi commuove.
Pioggia leggera, i SUV arrivano, caricano e scaricano persone e valigie, poi ripartono. Io mi siedo fuori dal terminal, ordino una Stag al chiosco, mi ritrovo in mano un bicchierone di plastica molle pieno di birra gelida. Un giovane appollaiato su uno sgabello vicino al mio mi chiede se torno dall’Inghilterra e al mio cenno di risposta leva il suo bicchierone di plastica molle in un ideale brindisi di benvenuto. Sì, torno dall’Inghilterra, un paese a un milione di miglia da qui.
Il taxi mi porta all’Holiday Inn, una novità asettica il cui unico pregio è distare due minuti dall’aeroporto. Vedo equipaggi con diverse uniformi entrare e uscire. Un male necessario: è ormai tardi, ma domani è giovedì, mi organizzerò diversamente.

9 giugno
Oggi è una giornata molto produttiva.
Prima di tutto vedo Jim, nipote di mio cugino Les e unico parente rimasto qui a Trinidad. Tutti gli altri sono sparsi in una mezza dozzina di Stati Uniti, o in Canada. E con Jim riesco ad affittare un appartamento ad Arouca per tre mesi, a noleggiare un’auto (una vecchia Corolla con targa P, come “private”, non R come “rental”, che attirerebbe parecchie attenzioni non desiderate), ad aprire un conto alla Republic Bank di Arima, e a raccogliere informazioni su come ottenere rinnovi e rilasci dei documenti che mi occorrono.
Riesco anche a godermi un buon pranzo da Wings, roti e pollo in umido. Appena arrivati in Inghilterra, Jeanelle e io avevamo cercato ingredienti caraibici per cucinare o ristoranti in cui si potessero gustare i sapori di Trinidad, con le sue tante tradizioni e i loro spettacolari intrecci. Poi, col passare del tempo, ci siamo rassegnati all’unicità, al fatto che il cibo creolo o indiano in Inghilterra non ha lo stesso effetto sul palato di quello di casa. E ogni volta che siamo venuti in visita, quello gastronomico è stato un elemento centrale, com’è realmente nella vita di ogni trinidadiano.
I piatti a cui ho rinunciato per quarant’anni devono tornare ad essere quotidianità, a partire da oggi, primo giorno della mia prima ed ultima visita da solo al mio Paese. Wings, St Augustine: si ordina, si asporta o si mangia ai tavoli; lo ricordavo migliore, forse anche più pulito, ma la sua salsa di peperone piccante (“della suocera”) rimane insuperabile.

10 giugno
Il sogno che tanti anni fa aveva spinto Jeanelle e me ad attraversare l’Atlantico era stato quello di tornare, un giorno, con i nostri figli, ad aprire una pensione a Tobago. Di figli non siamo riusciti ad averne; Jeanelle non è stata capace di lasciare quello che avevamo costruito con tanti sacrifici, finché non è stato troppo tardi. Il sogno, però, c’è ancora. Può contare ormai solo sulle mie forze, che grazie a Dio non mancano. Andrò a Tobago, presto. Ma prima voglio visitare qualche agenzia immobiliare qui a Trinidad. Con tutta probabilità è qui che la compravendita avverrà.
Ma oggi piove. Mi rendo conto che quarant’anni di Inghilterra non mi hanno reso un inglese. La pioggia è immediatamente tornata ad essere ciò che era prima di andarmene da qui: una compagna quotidiana, in questa stagione, molesta solo se troppo intensa e principalmente a causa degli allagamenti. Una compagna contro cui l’ombrello è inutile: se pioggia debole, non vuoi proteggertene, se intensa, non puoi, con un ombrello.
E’ una tropical wave, ha detto un tale al TruValu stamattina. (A proposito, da quanto tempo non mi capitava di scambiare parole con qualcuno al supermercato?) Vuol dire che pioverà tutto il giorno. Potendo approfittare della Corolla e del prezzo della benzina, dedico la giornata a una gita e a riprendere dimestichezza con le strade e i luoghi. Dopo aver messo al sicuro la spesa, imbocco la Churchill-Roosevelt Highway verso est, finché questa non si assottiglia in una strada di campagna. A Sangre Grande diluvia. Poi prendo verso sud. Manzanilla arriva prima di quanto mi ricordassi. Ed ecco la strada costiera, tra palme e boscaglia, l’Oceano quasi sempre in vista sulla sinistra. Arrivo a Mayaro e non piove più. Fatico a riconoscere i luoghi, ma per fortuna la chiesa è ancora al suo posto. Scendo e proseguo a piedi scalzi, su una sabbia umida, a tratti bagnata, qualche goccia ancora in caduta libera. Vedo, noto, studio e fotografo mentalmente le nuove guesthouse nate abbondanti a ridosso della spiaggia. Mi fermo, mi siedo su di un tronco cavo appena fuori dal bagnasciuga.
Eccoti. Fragoroso, specialmente oggi, vivace, forte, a tratti violento, mi chiami. E io, spogliandomi, rispondo. Sulla spiaggia: nessuno, solo due cani randagi piuttosto malconci, che stanno alla larga. Le finestre intorno chiuse e oscurate da pesanti tende. Siamo soli, sapevo che così sarebbe stato.
E finalmente arriva anche il bentornato della mia terra, che è un abbraccio d’acqua. Sotto la calda pioggia che riprende, acqua dall’alto, è l’Oceano da sotto e da tutti i lati a spingermi e tirarmi, premersi contro di me e lasciarmi andare, mentre io sto in piedi, immerso fino al petto, le braccia larghe a ricambiare l’abbraccio.
Ricordo i weekend estivi che proprio qui, adolescenti, Jeanelle e io trascorrevamo, e il ricordo delle nostre essenziali conversazioni mi porta a sollevare gli occhi verso est: so che laggiù, oltre un orizzonte chiuso dai nembi, c’è la terra dei nostri avi, un’Africa mai vista, il nostro mito delle origini. Ma l’orizzonte è chiuso, il cerchio d’acqua ha centro qui, ed è qui che Jeanelle e io parlavamo.
Gli occhi scendono, i passi mi riportano a riva, mi volto ancora a guardare l’immensità di questo caldo grembo che avvolge un’intera nazione. Ah, è un caldo grembo, non una barriera di gelo come quella che separa le isole britanniche dal resto del mondo.
Ora ho i piedi soli nell’acqua. Una lieve brezza ora si fa avvertire sul mio corpo bagnato, ma non ho freddo. Le onde sottraggono sabbia da sotto di me, come volessero invitarmi a non andarmene. E vorrei rispondere: no, non me ne andrò, non posso chiamare casa nessun altro luogo, e Jeanelle è qui, ve la ricordate? non mi tratterrà più altrove. Ma non so parlare al mare, non con la bocca; no, sono gli occhi a prendere l’iniziativa, ed è acqua salata la loro espressione. Mi versano, i miei occhi, nel grande pianto che mi circonda.
Ma a Mayaro non piove più, sul tronco i miei vestiti sono asciutti.

L’albero parlante

Se chiedete a un dendrologo, ammesso che ne conosciate uno, molto probabilmente vi riderà in faccia. Eppure fin dal Medioevo il tema degli alberi parlanti è tutt’altro che una burla.
Nelle Cronache di Etcardo, scritte tra il 1120 e il 1138 si parla per la prima volta di un albero con peculiari proprietà. Un melo (mala malus) in un giardino di Augusta, in Germania, che scagliava mele ai passanti, col passare del tempo sempre più numerosi per una strana forma di masochismo medievale non del tutto estinto ai giorni nostri, e li insultava con linguaggio colorito. Esso fu sradicato e bruciato nella piazza maggiore con cerimonia solenne ed esorcismi vari.
Fu Ludwig von Ficker, nel 1903, a pubblicare a Kiel un’istruttiva quanto piacevole opera in tre tomi, purtroppo mai tradotta né stampata oltre la prima tiratura, che raccoglie leggende e testimonianze sugli alberi parlanti lungo i secoli e cita scritti, alcuni dei quali perduti, di eminenti studiosi quali Francis Bacon, Benjamin Franklin, Linneo, a riguardo.
Una di queste occorrenze, particolarmente significativa per la portata interpretativa, fu a Frisinga ad opera di un monaco bolognese che arrivò a teorizzare che in realtà nel paradiso perduto non vi fu alcun serpente, ma solo un albero parlante di particolare malignità. Questa tesi, pubblicata in proprio forse in modo non del tutto oculato nel 1596 dal frate nella città bavarese, fu immediatamente bollata come eretica, e le centoventi copie dell’opera usate come combustibile nel rogo dell’uomo di fede che rifiutò di sottomettersi alla censura ecclesiastica e il cui nome stesso non ci è giunto per una sorta di damnatio memoriae da cui il von Ficker salvò quanto poté.
Nel secolo scorso si moltiplicarono le identificazioni, solitamente pubblicate su giornali quotidiani come notizie stravaganti. Sono numerose le testimonianze che affermano che alla Casa Bianca vi sia tuttora un acero parlante, spesso consultato dai Presidenti anche su questioni di una certa gravità, il che spiegherebbe parecchie cose.
Sui mezzi di comunicazione iraniani nel 1995 fu dato molto risalto a un non meglio identificato albero parlante che declamava il Corano, rivelatosi poi però un trucco della propaganda di regime e destinato fatalmente al rogo dall’autorità religiosa.
In Africa, Australia, Sudamerica sono innumerevoli le leggende a proposito, ma forse l’albero parlante più noto è quello che Idi Amin Dada si fece trapiantare nella sua residenza di Kampala, di cui pubblicamente si vantava e cui aveva concesso la libertà di esprimere giudizi estetici sulle donne ospiti, e che venne sfortunatamente abbattuto nel 1979, si dice per ordine di una ex-moglie.
Tuttavia, nonostante le numerose fonti, non è chiaro quanto parli un albero parlante e cosa dica, a chi e perché. Non si sa nemmeno se vi siano specie particolarmente portate alla parola, o quali possano essere fattori facilitanti o inibenti l’espressione verbale. Infine, è ignoto quale sia l’organo fonatore, anche se alcuni scienziati si sono giocati la reputazione avanzando ipotesi circa la risonanza del tronco su vibrazioni provenienti dalle radici.

Nell’isola di Trinidad, nelle Indie Occidentali ex-britanniche, non lontano dal drive-in Kay Donna e lungo la Southern Main Road, ha radici l’unico albero parlante attualmente segnalato con una certa sicurezza. A differenza di quanto è avvenuto in altri casi in diversi Paesi del mondo, chi è consapevole della sua presenza ne parla malvolentieri, dimostrando disinteresse e scarsa curiosità, quasi l’albero parlante fosse una pura e semplice seccatura piuttosto che un’attrazione, benigna o maligna.
I racconti ne farebbero un albero ben più vecchio della sua età apparente. A parte le inverosimili storie che lo dicono un albero magico degli Arawak già prima dell’arrivo di Colombo, la ricostruzione più attendibile vuole che, ancora virgulto, esso sia stato allontanato nel 1812 dalla piantagione di cacao della Reconnaissance dal conte Loppinot perché molestava gli schiavi.
Attorno all’albero negli ultimi trent’anni è sorto un quartiere residenziale, ma nessuno ha voluto appropriarsene o anche solo adottarlo. Esso è rimasto solo nella savannah, lo spazio pubblico dedicato all’esercizio fisico dei residenti.
Ormai solo i più anziani si ricordano della natura speciale di quell’albero, dall’aspetto nient’affatto eccezionale, al centro del loro quartiere. Per gli altri è solo un elemento costante del paesaggio.
A chi parli non è lecito sapere. Pare che il calypsonian Lester “Wheelbarrow” O’Connor, che per un certo periodo dimorò poco lontano, amasse particolarmente trascorrere le ore del primo mattino ai suoi piedi, mentre i vicini correvano intorno alla savannah. Se l’albero davvero avesse ispirato il cantante nelle sue opere di denuncia sociale, bisognerebbe concludere che il vegetale avesse o forse ancora abbia una precisa conoscenza dell’attualità e aggiornate fonti di informazione sulla cronaca.
Un altro personaggio celebre del vicinato, Anand Ramnarine, noto per aver vinto per quattro volte nel giro di un semestre il massimo premio alla lotteria nazionale, è stato spesso visto in prossimità dell’albero. Anand però nega qualsiasi suo rapporto con l’albero.
Le storie più interessanti sull’albero parlante sono quelle di Jim Faranton, oggi trentenne, che non ha mai abitato in zona ma da bambino visitava abitualmente i nonni che vivono ancor oggi affacciati sulla savannah. Più volte, avvicinandosi alla loro casa e passando di fianco all’albero parlante, Jim avrebbe “sentito” messaggi rivoltigli dall’albero stesso. Suggerimenti di una certa importanza, ad esempio di esaminare la bombola del gas alla ricerca di una perdita (poi effettivamente trovata ma di scarsissima pericolosità vista la tecnica costruttiva “emmental” delle case di Trinidad), o di non entrare in casa ma rivolgersi ai vicini e chiamare la polizia perché era in corso un furto (avvertimento fondato, anche se la polizia arrivò con tutta calma a furto perfezionato e fuga ampiamente assicurata), o ancora di usare un certo preparato sull’ibisco del giardino, infestato da parassiti (l’ibisco seccò definitivamente un mese dopo la cura).
Vi è, comunque, chi mostra grande apprezzamento per l’albero parlante. C’è Zac, che parcheggia alla sua ombra, talvolta per mesi, il furgone ad assetto variabile con cui svolge senza troppa convinzione l’attività di raccolta e rivendita di noci di cocco. C’è la schiera di cani randagi che hanno nella savannah l’unico spazio libero e nell’albero parlante l’unica frescura ove non rischiano morsi da parte dei domestici e bastonate dai loro padroni. E, soprattutto, ci sono gli operai della cooperativa che cura il verde pubblico della comunità, che appendono ai suoi rami i viveri della giornata e sotto i suoi rami trascorrono lunghe, calde ore. Che importa l’erba da tagliare? C’è un raro albero parlante che soffre di solitudine da ascoltare.

UFO

Invitato da amici di amici, vado a una festa in piscina.
Intanto, in piscina: privata.
Gli invitati: alieni, dischi volanti lucidi, con oblò oscurati da cui, ogni tanto, spuntano occhi feroci.
Mi si dice: mangia! Non mi faccio pregare, come al solito, ma l’impressione è di essere l’unico. L’unico a non farsi pregare, l’unico a mangiare davvero, gli altri forse impegnati altrove nonostante la maionese sulle dita.

Amo stare da solo in mia compagnia. In mezzo a tanta gente mi sono sentito solo. Probabilmente è colpa mia: non ho visto un’anima viva là in mezzo, disadattato tra gli abitanti di un mondo parallelo mai davvero prima incontrato, invasori invisibili del mio mondo.