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Quando il papà vola via

Forse non si è mai “grandi” abbastanza per salutare il papà che vola via.

A me è successo che ero già adulto, già babbo a mia volta. L’averlo visto invecchiato, infermo, consumato, perso non ha potuto tuttavia cancellare le immagini, ma sopratutto i profumi, il contatto di pelle, i baci, i ricordi di me bambino insieme a lui grande e forte, il babbo.

Mi manca, inevitabilmente. Mi mancherà sempre, credo, e spero. Anche com’era negli ultimi suoi giorni. I suoi racconti, i suoi ricordi, il mio volermi rivolgere a lui per un consiglio, anche se sapevo di non potermi più aspettare un consiglio utile.

Ma rimane con me, lo porto con me, ogni giorno. In quello che gli racconterei, in quello che gli spiegherei, in quello che gli chiederei. Nei momenti difficili, quando un abbraccio mi farebbe tanto bene; nelle decisioni, quando posso tornare indietro nel tempo e ricordare le sue scelte e come mi ha aiutato nelle mie; nelle soddisfazioni piccole e grandi che incontro, che spesso gli dedico, di cui voglio pensare sarebbe orgoglioso.

La sua presenza è reale.

E’ reale perché il suo passare nel suo mondo ha lasciato una traccia viva: una famiglia; affetti che rimangono, legami che senza di lui non sarebbero stati. Tanto di ciò che siamo è passato dalle sue forti mani, reca le sue impronte. Certo, mescolate ad altre, ma le sue sicuramente tra le più profonde, della profondità che dà il voler bene fino in fondo.

Anche senza considerare la speranza di rivederci un giorno, speranza incrollabile che lui aveva e che mi ha trasmesso, tutto questo non toglie nulla al dolore di una partenza, di un’assenza continua, ma forse può dargli una prospettiva diversa.

(Dedicato a Carola, quel che c’era dentro alla carezza di stamattina)

Il valore di una statistica

Le statistiche un po’ ti fregano. Col fatto che si basano sui grandi numeri, ti danno l’illusione di poter prevedere come sarà il tuo singolo povero numerino da estrarre.

Ad esempio: la speranza di vita, l’età media a cui si muore. Un numero che col passare degli anni aumenta, grazie alla medicina, all’alimentazione e chissà che altro. Ma il fatto che la speranza di vita aumenti, e il fatto che aumenti è un obiettivo sacrosanto delle nostre società, non dice nulla di certo sull’età che tu o io raggiungeremo. Dice: “è probabile che”, “è più probabile che”…

Ma la morte fa parte dell’esperienza della vita a tutte le età, indipendentemente dalla statistica.

Secondo la mia statistica esperienziale, secondo il mio campione, è molto frequente che i bambini crescano, diventino adulti e che raggiungano età avanzate. E questo mi porta a considerare che le cose debbano stare sempre così. Che quei rari casi in cui le cose vanno diversamente siano aberranti, anormali. Che l’etica della vita non contempli un genitore che piange la scomparsa del figlio.

Evidentemente non è solo un’impressione mia, tanto che i bambini, i giovani sono spesso considerati come “il futuro”, i futuri adulti, i futuri cittadini eccetera. Come se fosse scontato che lo diventeranno, come se tutto ciò che sono oggi fosse solo attesa di ciò che saranno.

Poi qualcosa succede. A Daniele; e prima di lui, a Benedetta. Le parole dei loro meravigliosi genitori continuano a risonare come campane. E dicono che le vite di Daniele e Benedetta, brevi, brevissime secondo la statistica, sono state grandi, piene, ogni giorno.

“Ma avrebbero potuto donare ancora tanto”, si dice. Certamente, avremmo tutti voluto che fosse loro data la possibilità di continuare a donare ancora tanto. Avremmo tutti voluto poter contare sulla loro presenza tra di noi, nelle loro famiglie, nelle loro scuole, nei luoghi in cui erano protagonisti delle loro vite. Io non riesco nemmeno a immaginare quale debba essere per una madre, per un padre, una sorella, sentire questa mancanza, la mancanza di quella particolare persona, unica, al di fuori di ogni statistica, che non tornerà. Ma i genitori di Daniele, i genitori di Benedetta questo mi hanno mostrato, grazie certamente a una fede forte e luminosa (ma non credo che le strade della luce passino necessariamente per la fede): si può leggere la vita di un figlio fino all’ultima definitiva parola e custodirne la storia nonostante lo strazio della sua fine come un capolavoro compiuto.

E sono due i chiodi che mi si piantano dentro, con il dolore della morte ma anche con la forza della vita.

Il primo è una domanda, durissima, che mi si ripresenta a ogni funerale, ma qui e ora con una insistenza senza precedenti. Se una vita di cinque anni, di ventidue anni, può essere una vita compiuta, un capolavoro a cui non serve aggiungere altro, com’è il mio libro? Sarei pronto stanotte, domani, fra una settimana a scrivere la parola fine? E che storia ne uscirebbe?

Il secondo è una riflessione da genitore, da educatore, da insegnante. Non spetta a noi fare progetti per i nostri “piccoli”. Loro sono perfettamente in grado, giorno dopo giorno, di vivere pienamente la loro vita, di farne una storia da raccontare, una storia compiuta, di progettare per sé, di incontrare il successo e la frustrazione, di essere se stessi alla loro età. A noi spetta invece preparare, mostrare, comprendere insieme a loro le possibilità, fornire i nutrimenti necessari ad una vita realizzata, sapendo che l’unico spazio di cui abbiamo piena disponibilità è ora. Ricorda, questo, un abusato carpe diem, quello originale o quello storpiato non importa, ma è in verità l’esatto opposto: non sono io a “cogliere l’attimo”, ma piuttosto sono io a dovermi far cogliere da questo momento, che è il loro, quello dei piccoli, dei giovani, di chi non si sta preparando per la vita, ma sta imparando a vivere vivendo; un momento che appartiene a chi sta eseguendo un disegno, sta seguendo un progetto che, se c’è (e io credo che proprio storie come quelle di Daniele e Benedetta ci permettano di credere che ci sia), è solo così che si svela e che nessun altro è in grado di indicare. A noi spetta credere che sia possibile, sostenerli, mettere sul tavolo matite colorate e fogli, suggerendo, casomai, ma lasciando a loro quello che è il loro disegno, un disegno che si arricchisce ogni giorno di una riga, di una cancellatura, di una piega, ma che ogni giorno racconta chi è la persona che lo sta creando.

Questo è un ultimo grande regalo di Daniele e di Benedetta. Mi mostrano che non c’è età per essere grandi, grandi davvero. Mi mostrano che i miei “piccoli”, i miei piccoli di casa come anche i miei piccoli più grandi a scuola, non sono la proiezione dei miei desideri, dei desideri delle istituzioni, della società, del mondo del lavoro, ma persone vere, uniche, compiute, anche ora, solo ora, sempre ora. Che sono un dono da custodire in ogni istante, di cui essere grato, finché posso. E questo limite è mio, non loro.

Allora Daniele, Benedetta, che avete riempito di bontà, di condivisione, di gioia le stanze, vicine o lontanissime, in cui siete passati, certo, vorrei foste ancora presenti in quelle stanze, e certo, vedo il dolore dei vostri famigliari, e per quanto riesco lo sento mio. Ma vi ringrazio per il bel disegno che avete lasciato, in cui non manca niente: i colori ci sono tutti. Sono racconti che sanno di vita, che hanno dentro, per me che leggo, anche il dolore di una fine giunta molto prima della media. Ma sono racconti che toccano, che cambiano la vita di chi legge, che interpellano, sollevano domande, provocano riflessioni: grazie, di cuore. E ringrazio anche, con un abbraccio, chi vi è stato più vicino, papà, mamme, sorelle, perché senza la qualità della loro presenza, forse, davanti avremmo disegni incompiuti, storie solo abbozzate, in attesa di un futuro che a un certo punto non c’è stato più.

Nell’attesa di rivedervi, rimango con le vostre storie nel cuore, i vostri disegni appesi nella galleria della mia anima.

Coincidenze e dipartite

Cinquant’anni fa, il 15 marzo 1962, moriva Arthur Holly Compton.

Chi fu costui? Un fisico, premio Nobel 1927 per la scoperta dell’effetto che porta il suo nome e che costituì una formidabile conferma alla spiegazione quantistica dell’effetto fotoelettrico da parte di Einstein e all’idea del dualismo onda-particella della luce.

La coincidenza di essere incappato nei suoi dati biografici proprio oggi mi aveva spinto a cercare qualcosa da scrivere su di lui. E siccome non ho intenzione di tediare nessuno con i dettagli di una scoperta o la derivazione di formule interessanti solo per i pochi che certamente non hanno bisogno di leggerle qui, avevo pensato di scrivere qualcosa su come, da studente, l’ho conosciuto.

A parte menzioni più o meno passeggere in altri corsi, è stato con Fisica Teorica che ho incontrato l’effetto Compton. Il docente, già vicino alla pensione, amava molto percorrere con aneddoti ed episodi, in alcuni casi anche vissuti in prima persona, la storia dell’elettrodinamica quantistica. Era complicato seguire le lezioni di Duimio, soprattutto quelle nel primo pomeriggio. Il suo tono, discreto e sorridente, inatteso in una persona delle sue dimensioni, non agevolava. La pesantezza dei cibi della mensa nemmeno. Ricordo diverse volte di aver cercato invano di sistemare appunti in cui avevo iniziato a scrivere cose sensate, ma a un certo punto il segno della matita crollava inesorabile verso il basso in una traiettoria fuori controllo. Il problema è che eravamo in cinque o sei. Se si sia mai accorto delle mie (direi nostre) difficoltà a seguire non saprei, ma non mi stupirebbe se se ne fosse accorto e non avesse detto nulla per non mortificarmi.

Fiorenzo Duimio, però, più di altri e meglio di altri, mi ha condotto attraverso un ramo della fisica facendomene apprezzare la storia: non una storia di aneddoti fini a se stessi, ma, credo, con l’intento di far apprezzare la dimensione di un’impresa scientifica nel suo svolgersi. I problemi, visti non come altri ci avevano abituati, a partire dalla loro soluzione, ma dalla genesi, dalle condizioni al contorno, dalle domande che muovevano e dalle alternative che ponevano. E qui dentro, nel racconto di una storia e seguendo un testo “classico”, ore di integrali alla lavagna, di matrici gamma e di spinori, sezioni d’urto e scattering.

Non so quanto ricordo effettivamente dei dettagli tecnici, dopo diciassette anni. So però che non credo che impiegherei più di qualche ora a recuperarne i contenuti. Ciò che mi è rimasto è, sotto la misura e il garbo che dimostrava, una passione un po’ sonnacchiosa e nostalgica.

Arthur Holly Compton, allora. I raggi X che vengono diffusi incontrando un bersaglio elettronico, e quanto più vengono deflessi tanto più aumenta la loro lunghezza d’onda, e quindi diminuisce la loro energia. L’analogo ad energie più alte dell’effetto fotoelettrico. L’unione degli aspetti corpuscolari della luce (la diminuzione dell’energia dipendente solo dall’angolo di deflessione) e di quelli ondulatori (la lunghezza d’onda). E via gli integrali, la sezione d’urto, la dipendenza da theta.

Cose di questo tipo avrei scritto stamattina. Poi è girata la mail: cinquant’anni dopo, un’altra coincidenza. Addio caro prof dai piedi piccoli e il sorriso grande, che hai raccontato le cose a modo tuo e mi hai dato un modo tuo per ascoltarle.