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Manoscritto dell'incipit della sinfonia n. 4 "Romantica"

Bruckner, o delle cattedrali sonore

siamo qui, due uomini in fuga
    dal passato che rincorre
in attesa di eventi,
    cerchiamo di difenderci
domandandoci se lasciarci raggiungere o andare avanti
    continuando a correre.

il mio amore
    il mio impegno passato
che non mi deve trovare
    ma che io voglio, che mi espone al pericolo
che ho messo via, ho buttato la chiave
    e invece ritorna, e forse per il bene.

non vorrei, ho paura del confronto
    e vorrei, temo le conseguenze,
ho paura di far del male, di restituire
    e temo ciò che può avvenire,
ciò che per trent’anni ho sofferto
    se non agisco, soffrirò per cent’anni

ma negarmi ancora, è pur sempre il negarsi che ho odiato
    ma negarmi ora, è dar partita vinta
è rendere male per male
    male per male
incontrerò Chiara, incontrerò Chiara
    incontrerò Crawley, incontrerò Crawley.

Anton Bruckner è un organista, prima di tutto. E lo si potrebbe giurare, sentendo la sua musica. Che è fatta di masse sonore che si alternano, si scontrano, e, spesso, tacciono all’improvviso, per lasciare il tempo alle note di raggiungere gli angoli più remoti e di confondersi spegnendosi nel silenzio. E poi gli ottoni, come le trombe e i clarini dell’organo, a sostenere i ripieni orchestrali.

Bruckner è un musicista di provincia, inizia all’abbazia di St. Florian, vicino a Linz, e si sposta a Vienna solo quando la fama gli merita un posto da insegnante al conservatorio e da organista di corte. E a un certo punto, ammirando Beethoven e Wagner e le meraviglie di cui sono capaci con l’orchestra, inizia a scrivere sinfonie. Nove, un numero nemmeno tanto simbolico: la sua Nona è incompiuta e lui certamente troppo umile da poter pensare alla propria B e alle sue Nove accostate a Beethoven e alle sue sinfonie.

Sinfonie, che, nonostante tutto, lo allontanano, nel fare, dal suo idolo Wagner, che non è certo noto per le sinfonie, ma, come abbiamo visto, per il modo innovativo di portare la narrazione nella musica. Si può dire che Bruckner è wagneriano, anche se non usa la narrazione continua, ma i blocchi musicali. È un sinfonista anche se non viene riconosciuto dai brahmsiani perché le strutture che propone sono un ordine diverso da quello da loro propugnato: accostamento e accumulo di blocchi invece di sviluppo formale dialettico. Insomma, la sua semplicità lo lascia un po’ fuori dai circoli teorici.

La sua semplicità in musica, però, è diversa dalla sua semplicità sociale e relazionale, che, pare, gli guadagna in qualche occasione l’epiteto di “sempliciotto”. È una semplicità basata sulla matematica, ed ecco il motivo della sua presenza qui. Una semplicità che si fonda su numeri e rapporti. I blocchi sonori hanno “misure” precise, la loro dinamica proporzioni determinate.

E, da organista, non può esimersi dal conoscere l’altra grande B del repertorio, quella di Bach, ormai riportato a una nuova celebrità.

Lo scontro tra masse sonore non è la sua sola firma. L’incipit di molte sinfonie è caratterizzato dal cosiddetto Bruckner-Anfang, l’inizio alla Bruckner: tremolo d’archi, melodia che spunta dalla nebbia e che un crescendo impressionante porta presto all’esposizione più chiara, sostenuta dagli ottoni. La Sinfonia n. 4 (“Romantische”) è un esempio. La Sinfonia n. 7 pure.

Herbert von Karajan pare descrivesse le sinfonie di Bruckner come “messe senza parole”. La religiosità sincera del compositore traspare tra i blocchi musicali che costruiscono la sinfonia, grezzi, come pietre di una cattedrale sonora.

Le sinfonie sono però solo una parte della produzione di Anton Bruckner: una quantità di musica sacra costituisce il contraltare “con parole”. E tra queste, il Te Deum è il suo capolavoro. Un grande successo quando tra il 1885 e il 1886 viene rappresentato in diverse modalità a Vienna, rappresenta una svolta nella carriera del compositore.

La dicitura è “Te Deum, Per coro, soli e orchestra, organo ad libitum”. Una partitura che il direttore Gustav Mahler usa per una sua rappresentazione, recita, invece, nella grafia di Mahler stesso, “Per lingue d’angelo, cercatori di Dio, cuori tormentati e anime purificate nel fuoco!”. A testimonianza della grande ammirazione di questo maestro (di cui parleremo a breve) della scrittura orchestrale per questo brano.

Il grande successo arriva nonostante il Te Deum si concluda con un passo assai poco “romantico”. Assai poco aderente allo Zeitgeist della Vienna di fine Ottocento. Una doppia fuga che si scioglie in un corale a canone che finisce nell’eternità di “In te, Domine, speravi: non confundar in aeternum”.

Doppia fuga, ossia fuga a due soggetti, compatibili tra loro per incastrarsi alla perfezione. Non roba da sempliciotti: tutt’altro. Musica che dimostra che l’attenzione alla matematica di Bruckner non tocca solo la lunghezza dei temi e delle pause necessarie a far quadrare le sovrapposizioni. La chiusura, l’abside di questa cattedrale, che si semplifica in un andamento a canone fino al corale finale, sviluppa solo il secondo tema della fuga: “non confundar in aeternum”, non sarò smarrito in eterno: la forma si fa meno complessa, non ci si perde più tra le voci. Le dissonanze, anche aspre, si risolvono istantaneamente. L'”aeternum” viene reso con un coro più alto, più forte, più a lungo. La parola detta le note e le loro durate, le armonie, la struttura, come nella migliore tradizione sacra a cui Bruckner attinge consapevolmente.

La religiosità semplice, o forse solo espressa semplicemente, di Bruckner, considerava il Te Deum il suo lasciapassare ai cancelli dell’aeternitas: la partitura sarebbe stata, nelle sue intenzioni, ciò che avrebbe mostrato al buon Dio per poter contare sulla misericordia divina e una residenza celeste. Quella stessa religiosità è capace di costruire, blocco per blocco, cattedrali sonore emotivamente dinamiche, innovative dal punto di vista strutturale e timbrico, armonicamente ardite e melodicamente memorabili. Dal punto di vista umano, una sua eternità se l’è assicurata.

La consegna dell’esercizio di scrittura questa volta è complicata, come è complesso il brano del Te Deum di cui prende a prestito il motivo strutturale. Scegli un soggetto (un momento, una scena, un pensiero) e scrivilo due volte, da due prospettive che non devono fondersi. Per esempio; o chi parte e chi resta; o ciò che accade e ciò che se ne ricorderà. Non due testi qualsiasi: due voci sullo stesso soggetto, ciascuna con la propria logica. Il vincolo è doppio, come in una doppia fuga. Primo: ciascuna voce deve reggersi da sola. Letta per conto suo, dall’inizio alla fine, ognuna dev’essere un testo compiuto, con un senso che non ha bisogno dell’altra.

Secondo: le due voci devono essere costruite per stare insieme. Disponile in due colonne affiancate, riga contro riga, oppure alternane le righe una dopo l’altra: dove l’una sale, l’altra tenga; dove l’una tace, l’altra dica. Le righe che si fronteggiano devono avere durata simile. Un respiro dell’una per un respiro dell’altra, così che, lette di seguito, le due voci si rispondano senza urtarsi.

Quando hai finito, prova a leggere il tutto in tre modi: solo la prima voce, solo la seconda voce, e poi le due insieme, riga dopo riga. Se le prime due letture funzionano da sole, e la terza non produce caos ma un intreccio in cui entrambe le voci restano riconoscibili, allora hai capito, scrivendola, la differenza tra fusione e compatibilità. Le due voci non diventano una: coesistono, ciascuna intera, come i due soggetti di Bruckner che salgono insieme senza confondersi. È la forma più precisa dello stare insieme: non fondersi, ma incastrarsi.

E, se vuoi portare l’esercizio fino in fondo, dagli una coda. Come nella doppia fuga, dove alla fine uno dei due soggetti si spegne e resta solo l’altro, lascia che una delle due voci ceda e taccia. Oppure che converga con l’altra: entrambe le voci arrivano a dire la stessa cosa, quella che una delle due stava dicendo dall’inizio. Resta una voce sola, la più semplice, non più intrecciata all’altra, si dilata su un’ultima parola, la ripete, la tiene, la porta più in alto e più a lungo, come l'”in aeternum” con cui Bruckner chiude, dove la complessità del contrappunto cede alla pura durata di una sola voce protesa. Scegli quale voce sopravvive: è una decisione, non solo formale: chi resta a parlare, quando l’altro tace o si accoda, dice di che cosa parlava davvero il tuo contrappunto.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente parlava di Wagner, mentre il successivo riguarderà Gustav Mahler.

Haydnsaal del palazzo Esterházy di Eisenstadt (A)

Haydn, o della regola e dello scarto

Non capisco cosa sia andato storto. Sono arrivata ieri pomeriggio presto, e ho preso una stanza all’unico albergo del paese.
Ma non capisco cosa sia andato di traverso. Sono uscita a cena, alla trattoria, ero da sola e non ho incontrato nessuno.
Proprio non capisco cosa sia accaduto. Alla sera, in camera, ho ripassato tutto quello che avevo preparato, ogni dettaglio, ogni obiezione.
Eppure non capisco. Stamattina sono salita all’eremo, ho chiesto di Romeo, o di Ermanno, e mi hanno condotta dal priore.
Ma cos’è successo? Il priore mi ha detto che non hanno alcun Romeo, e che l’unico Ermanno se n’è andato.
Ma cosa è accaduto? Ho chiesto quando se n’è andato, e il priore non ha voluto dirmi altro se non che non è passato molto tempo.
Ma perché? L’ho cercato per vent’anni, e finalmente Wilma lo vede…
Ma… Forse anche lui ha visto Wilma?
Ma allora… Forse ha capito?
E se se n’è andato… forse sta ancora fuggendo?
Ma… da…?
Me?…

Abbiamo parlato negli ultimi post di fughe, composizioni polifoniche molto in voga nel periodo barocco. Franz Joseph Haydn si forma musicalmente in quel periodo, ma il mondo sta cambiando quando inizia a scrivere professionalmente. Intanto si trova nel mondo cattolico dell’Impero Austriaco, il barocco persiste, ma la novità parla di Lumi, classicismo, sfoggia linearità, brillantezza cristallina.

Lavora come musicista di corte per molti anni presso una famiglia potentissima ungherese, vicino a casa, nell’odierno Burgenland. Si tratta dei principi Esterházy, che gli mettono a disposizione ampi mezzi. Sono interessati soprattutto alla musica strumentale, sia per grandi che per piccole formazioni.

E in questa posizione scrive, e scrive tanto e in modo diversificato. Brani da eseguire in salotto, in camera, come i quartetti d’archi formati da due violini, una viola e un violoncello. Sono gruppi che occupano poco spazio, ma se a ciascuno strumento viene data la possibilità di dire la propria in modo indipendente ma dialogante con gli altri (per dirla con Goethe, “un dialogo tra quattro persone ragionevoli” – Lettera a Zelter 9/11/1829), sono quasi delle orchestre! Haydn alla fine comporrà quasi settanta quartetti per archi.

Per il quartetto d’archi il rapporto di Haydn con Mozart è molto importante. I due si stimano molto, suonano insieme, Mozart dedica a Haydn una sua raccolta di quartetti. Quasi un segno di riconoscimento di una paternità di diritto sul genere. Genere che poi, grazie ai lavori di Beethoven e Schubert, arriverà fino alla fine dell’Ottocento mantenendo una fedeltà teorica (e una frequente infedeltà trasgressiva) al modello.

Oppure scrive più in grande, per il teatro del palazzo, senza bisogno di virtuosi solisti che servono nei concerti. Nelle sinfonie i temi vengono proposti, elaborati e riproposti secondo schemi precisi, da tutta l’orchestra, oppure dalle varie sezioni (contando che ormai i legni sono maturi per entrare in pianta stabile, e gli ottoni si stanno allargando in modo interessante) o dai singoli strumenti. E anche di queste, a consuntivo, il conto sarà alto, più di cento.

Anche in questo caso, il canone stabilito da Haydn ne fa il “padre” della sinfonia. Un canone che, però, lui stesso non riconosce come normativo. E’ possibile affermare che gli esempi più maturi del genere sono le sue ultime 12 sinfonie. Queste sono dette londinesi perché pensate per le sue visite in Inghilterra. Infatti, morto il principe Nikolaus, l’erede dismise l’orchestra di corte. Haydn era libero, ma non disoccupato. Se è vero questo, cercare in queste 12 sinfonie una forma tassativa è una caccia ai fantasmi. Anzi, la ricerca della sorpresa e dello scarto dalla norma è piuttosto la norma.

Sia il quartetto che la sinfonia si basano su diverse forme: entrambi hanno una struttura quadripartita. Il primo tempo è solitamente veloce, ma può avere un’introduzione lenta, in ossequio a una tradizione barocca. Il secondo tempo è solitamente lento. Il terzo è di norma un Minuetto con trio, anche se a partire dai quartetti e poi in diverse sinfonie, questa struttura diventa uno Scherzo, più libero del minuetto. Infine l’ultimo tempo è veloce. I primi tempi sono particolari: sono allestiti sulla base della cosiddetta forma-sonata: due temi, esposti in sequenza, il primo nella tonalità d’impianto e il secondo nella tonalità dominante; poi uno sviluppo in cui i temi vengono manipolati, trasposti, trasformati a seconda della bravura del compositore, per poi arrivare alla ripresa, in cui i temi vengono riproposti, entrambi nella tonalità d’impianto per risolvere le tensioni accumulate.

Qualche esempio: questo è l’Andante (secondo tempo) della Sinfonia n. 94 (una delle londinesi).

Sarebbe un “Tema con variazioni”, ma le variazioni sono un pretesto per ripetere la stessa filastrocca (prima sorpresa!) cinque volte. Ma quanti sono gli elementi di sorpresa, lungo questi sei minuti abbondanti di musica?

Un altro esempio, tratto da una sinfonia anteriore, la n.45, e riguarda il finale.

Finale che inizia come “Presto”, ossia un tempo assai veloce, perfettamente in linea con il canone. Ma poi qualcosa accade (qualcosa che ha, secondo la tradizione, una ragione sindacale), e il Presto lascia spazio all’Adagio, che, probabilmente non serve specificarlo, veloce non è. E durante l’Adagio i righi degli strumenti (tutti tranne due, i due violini in sordina che alla fine chiudono) si concludono, a partire dal primo oboe e dal secondo corno. Non finiscono le note, finiscono le parti: gli esecutori se ne vanno. La tradizione vuole che il principe fu il primo ad essere colpito da tale sorpresa e che fu addolorato nel sapere che il suo voler prolungare la vacanza ad Esterháza oltre i termini stabiliti, impediva agli orchestrali di rivedere le famiglie, e decise di rientrare al palazzo di città di Eisenstadt l’indomani.

Questa forma è la vera protagonista della musica sette-ottocentesca, dal classicismo al romanticismo, sia nell’adesione al format, sia nel suo superamento, soprattutto nella seconda parte dell’Ottocento. Ma questo superamento, come si leggeva, è previsto e costitutivo nel canone costruito da papà Haydn: la sorpresa, lo scarto dalla regola è una delle regole che lui stesso adotta e che impedisce di cristallizzarne altro se non indicazioni generiche o poco prescrittive.

La consegna per l’esercizio di scrittura legge così. Costruisci un testo che stabilisca una regola chiara e la rispetti abbastanza a lungo perché il lettore la interiorizzi — un ritmo, una struttura sintattica ricorrente, una formula che si ripete, un pattern di lunghezza o di punteggiatura. Poi, a un certo punto, viola la regola. La violazione deve essere percepibile proprio perché la regola era solida.
Due esempi ci vengono da due sinfonie di Haydn. Il primo è l’irruzione: il testo procede quieto e regolare, e a un tratto qualcosa lo rompe di colpo — una frase che spezza il ritmo, una parola fuori registro, un’interruzione violenta — per poi riprendere come se nulla fosse. Il secondo è la sottrazione}: il testo si assottiglia progressivamente, perde elementi uno dopo l’altro — parole, immagini, voci — fino a ridursi a un residuo minimo, quasi al silenzio. Scegli uno dei due modi (o inventane un terzo).


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica; l’atto precedente riguardava Georg Friedrich Handel, il successivo sarà ancora su Haydn.