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Handel, concerti grossi, la cassetta degli attrezzi

Händel e la sua cassetta degli attrezzi

Ermanno, sorpreso, ascoltò il collega riflettendo.
Ermanno, inizialmente semiaddormentato, vide Carlo avvicinarsi; ma ora sveglio e sorpreso si raddrizzò sul sedile intanto che questi lo salutava; poi ascoltò attento quanto aveva da comunicargli. Guardò dritto negli occhi il collega preoccupato che raccontava ciò che rappresentava per lui un pericolo, riflettendo intento su quanto gli diceva e su cosa poteva significare per lui.
Vedo Ermanno, mi avvicino e lui è sorpreso di vedermi: mi siedo davanti a lui e inizio a parlare. Gli spiego perché non andrò a scuola questa mattina, senza chiedergli perché non lo farà nemmeno lui. Vedo che mi ascolta, vedo che sta cercando di capire, che sta riflettendo su quanto gli dico. Ho fatto bene a venire da lui.
Esco dal sonno e mi trovo Carlo di fronte. Sono sinceramente sorpreso, ma appena lui si siede capisco che ha qualcosa da raccontarmi. Lo ascolto, perché lo vedo preoccupato. E quello che ascolto preoccupa anche me: devo capire come posso aiutarlo

Nasce 26 giorni prima di Bach, a 200 chilometri di distanza, a Halle, in zona che sarebbe poi diventata prussiana. Georg Friedrich Händel non vide mai il Johann Sebastian, anche se pare che quest’ultimo cercò più volte di incontrare il primo, uno dei pochi colleghi di cui aveva stima. Ma niente, complice anche il fatto che Bach si trova sempre a muoversi nei dintorni di Lipsia, mentre Händel scopre Londra ed emigra.

Ma è uno che studia e capisce molto presto la musica italiana, Stradella, Vivaldi, Corelli, il grande del momento. Händel (da questo punto in avanti, Handel, visto che gli inglesi non hanno queste lettere strane con le Umlaut) deve costruirsi un nome. Ha bisogno di conquistare le platee paganti di Londra, che sono il motivo per cui ha mollato un contratto alla corte del principe elettore Giorgio di Hannover. (Vedremo nel prossimo post che mollare il principe non è stata una delle mosse più astute del nostro H).

La sua strategia è semplice: sfruttare una forma alla moda, il Concerto Grosso, quello in cui c’è un gruppo di strumenti solisti, il concertino, che dialoga con il ripieno, il tutti orchestrale. Ma rispetto ai colleghi italiani Handel vuole stupire il suo pubblico. E mette in campo tutta la sua (grande) maestria.

Scrive 12 concerti grossi (op. 6), in cui non risparmia sorprese.

Il concertino a volte lo usa, a volte lo nasconde. Il ripieno a volte lo usa per dialogare col concertino, a volte per supportarlo, a volte per inglobarlo. Le forme: a volte usa quelle di Corelli, altre volte quelle più tedesche. Rende melodie e armonie imprevedibili inserendo cromatismi, salti armonici non preparati, dissonanze sui legati. Varia i ritmi inserendo finte accelerazioni, ritmi “rock” con accenti sui tempi deboli.

Si può fare qualche esempio. Basta confrontare due Allegro, quello dal Concerto grosso op. 6 n. 2 e quello dal Concerto grosso op. 6 n. 4.

Nel primo usa una struttura tipica del concerto italiano, un trio sonata: violino I e violino II dialogano nel concertino, supportati dal violoncello, e dicono cose sempre diverse. Il ripieno li sostiene, raddoppia ora l’uno ora l’altro, oppure inizia discorsi per conto suo; discorsi che hanno al loro interno una ricchezza e uno spessore maggiore, come maggiore è la consistenza numerica del ripieno rispetto al concertino, ma anche la densità di materiale affidata al gruppo maggiore.

E qui invece? Nei post precedenti avevamo visto fughe per clavicembalo, oppure quelle misteriose senza indicazione di strumento dell’Arte della fuga. Questa è una fuga orchestrale. Tra le cose per cui vale la pena ascoltarla (in realtà, questo Concerto grosso n. 4 merita di essere ascoltato tutto, al pari di diversi altri della collezione): verso la fine un momento in cui i violini pizzicano e strappano note sul levare, e inoltre una bella cadenza d’inganno proprio alla fine, giusto per tenere alta la tensione e far capire agli ascoltatori che qui c’è qualcuno che pensa alle loro emozioni fino all’ultimo.

Quello che si vede in questi Concerti Grossi è una tecnica compositiva che viene messa a punto, che permette di scalare dalla piccola formazione a quella enorme, dal singolo solista o dal concertino, fino al ripieno di orchestra e coro, mantenendo un livello di dettaglio, di densità di linee melodiche, di pienezza armonica. Questo rende Handel il compositore barocco più pop, più orientato al pubblico, più proiettato ai teatri, alle piazze, alle masse.

Dove Bach costruisce un mondo intimo e spirituale, intellettualmente soddisfacente, ma inevitabilmente selettivo, Handel porta in piazza la ricchezza della musica barocca, la rende fruibile a tanti, con la maestria di chi sa evitare i dettagli difficili, o almeno nasconderli nel ricco sfondo di una spettacolare esecuzione.

Ecco allora la consegna per il piccolo esercizio di scrittura con cui abbiamo iniziato:
scrivi un micro-testo di due righe che contenga un’azione e uno stato emotivo essenziali. Questa è la tua cellula generatrice. Riscrivila tre volte, ciascuna con un dispositivo narrativo diverso — ad esempio un dialogo, una descrizione in terza persona, un flusso di coscienza, una serie di appunti, un resoconto, una lettera. Ogni versione deve ripartire dalla cellula originale, non dalla precedente: il contenuto è lo stesso, il dispositivo cambia.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente riguardava Bach, il successivo sarà ancora, inevitabilmente, su Handel.