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Proposito per l’ultimo dell’anno

Ho sempre vissuto in qualche tipo di appartamento. Quand’ero bambino mi sarebbe piaciuto molto avere un animale domestico, ma mio padre, che aveva studiato come si curano gli animali, non ne voleva, per paura che soffrissero in un ambiente a loro non adatto.

E così sono cresciuto con l’impressione che gli animali debbano essere trattati con un certo rispetto, che esista una differenza tra possedere una cosa e avere in casa un animale.

Poi mi è capitato di passare un capodanno in un paese in cui l’avere una casa monofamiliare e abitarci con un cane è la norma. Nel vicinato, quando i petardi hanno iniziato a scoppiare, ho avuto la percezione di quanti cani ci fossero, e di quanto soffrissero.

Non ho mai capito i “botti”. Non ho mai capito perché ogni anno il primo gennaio sia necessario fare un bilancio di morti, arti amputati, occhi distrutti. Ma anche senza andare su quelli pericolosi, ho visto, anzi ho sentito con le mie orecchie quanto anche i petardi più piccoli possano disturbare.

Ecco, è da anni che mi regolo così, ma quest’anno mi va di dirlo, senza voler accusare nessuno, ma con l’idea di proporre un modo diverso di festeggiare: a San Silvestro se mai la mia famiglia e io useremo effetti pirotecnici, saranno innocui e silenziosi.

Per rispetto a noi stessi e agli animali che ci circondano. Buon ultimo dell’anno a tutti.

I comandamenti della statistica

Premetto subito che non mi piacciono i sermoni televisivi. Benigni ieri sera l’ho guardato per dieci minuti intanto che scrivevo appunti, poi ho cambiato canale.

Di questo tipo di spettacolo televisivo del buon Roberto non riesco a digerire alcuni aspetti direi epidermici. Un’aggettivazione iperbolica senza una (per me) adeguata giustificazione, da un lato. Dall’altro, il desiderio di spiegare anche la poesia, certe affermazioni suggestive che nel tentativo didascalico di spiegazione, perdono i chiaroscuri che le pieghe naturalmente offrono.

Ma questi sono gusti.

L’oggettività dice che Benigni è in grado di fare uno share impressionante, tenendo milioni di persone davanti a un mezzo televisivo senza pacchi, senza ballare con le stelle, senza tragedie in diretta, senza liti tra personaggi politico-mondani, senza reality, ma semplicemente con la forza della sua narrazione e la profondità di un testo (questa volta biblico, ma altre volte era stato dantesco o la Costituzione). Un testo scelto sempre come riferimento culturale di una comunità, che, evidentemente, ci si ritrova.

Leggo oggi commenti scocciati. Quanti milioni ha preso Benigni, quanti milioni ha pagato la RAI, per sentire l’ideologia di Benigni.

Le idee di Benigni, evidentemente, sono opinabili. Se si vogliono criticare quelle è chiaro che gli appigli non mancano.

L’ideologia che vedo lampante, però, non è quella di Benigni, ma quella di chi, di fronte a chi la pensa diversamente da sé, non critica l’idea, ma il fatto che il servizio pubblico paghi per un prodotto considerato “partigiano”.

Capirei l’ateo che non si ritrova nel discorso religioso. Ma è un’obiezione facile da smontare, o almeno da controbilanciare proprio in senso culturale: chi siamo oggi come italiani dipende in larga misura (non unicamente, certo) da una tradizione giudaico-cristiana di cui questi dieci comandamenti sono espressione di primo piano.

Da un punto di vista economico, io non ho presente i conti della RAI, quali sponsor abbiano finanziato il progetto, quali introiti pubblicitari abbiano coperto i compensi. Certamente, e proprio in questo momento in particolare, la RAI, che è un’azienda, non può permettersi di compiere operazioni in perdita.

D’altra parte, il pagare nel canone programmi su cui non si è d’accordo capita un po’ a tutti quelli che il canone lo pagano. Io, ad esempio, non mi scandalizzo ormai più nel pensare che una parte dei soldi che ogni anno a gennaio verso come tassa per il possesso del mezzo televisivo finiscano a finanziare chessò, l’isola dei famosi, i programmi pomeridiani o quello dei misteri…

E comunque la questione del compenso la determina almeno in parte il mercato; sono inoltre convinto che il compenso di Benigni non vada completamente a lui, ma anche a un gruppo autoriale e redazionale che collabora con lui; e in ogni caso, non spetta certo a me giudicare la coerenza e la destinazione degli introiti per una prestazione professionale di nessuno.

Io proverei a porre la questione in termini che i miei alunni conoscono molto bene. Quando si vuole sollevare la media, bisogna prendere un voto superiore alla media, o cancellarne uno inferiore alla media.

Io credo che da un punto di vista culturale le operazioni che Benigni ha proposto negli ultimi anni in televisione siano indiscutibilmente superiori alla media dei programmi RAI, per quanto si possa essere in accordo o in disaccordo con le sue opinioni. Portare Dante, la Bibbia in televisione, in modo divulgativo e popolare, mi sembra di poter dire che eleva la qualità dell’offerta.

Ecco, proviamo ad esercitare l’arte di scandalizzarci su quel che abbassa, più che su quel che eleva. Piano piano, eliminiamo il peggio: la media si alzerà, e forse, un giorno, arriveremo a dire che Benigni è nettamente al di sotto degli standard, basta!

Temo che ci vorrà molto tempo ancora. Purtroppo.

Altro che pomodoro!

Se un giorno vi svegliaste e scopriste di avere in giardino una varietà rara di pomodoro, sconosciuta ai più, ma che evidentemente ama particolarmente il clima, il terreno, l’acqua che trova a casa vostra ripagandoli con abbondanti e ripetuti raccolti, che fareste?

Io immagino che lo direste in giro. Lo fareste assaggiare, per far apprezzare il gusto, la genuinità, l’aroma unico, del vostro prodotto. Vi infilereste nella rete dei km0, del biologico, invitando gente a conoscere il vostro pomodoro, educando il gusto della gente, la sensibilità dei vicini a tutto ciò che il vostro pomodoro rappresenta.

E, se gli affari vanno bene, come fareste a cercare gente che venga a lavorare da voi? Magari andreste dagli operai in mobilità dello scarpificio della vostra città e direste: “guardate, la vostra fabbrica tra tre mesi chiude qui e riapre ad Addis Abeba; il mio pomodoro invece vien su solo qui da noi…”. E fareste così, credo, non perché per coltivare il vostro pomodoro non serva una manodopera specializzata, ma perché potendo offrire come bonus la stabilità di un’attività che non è delocalizzabile, ci sarebbe anche il rischio di garantirsi il cuore, e non solo i muscoli, dei vostri neoassunti.

Non esiste nessun pomodoro che non possa essere delocalizzato in Olanda (non so perché, ma mi viene da pensare che in Olanda abbiano delle serre in cui sparano “‘O sole mio” dagli altoparlanti giorno e notte), o anche altrove (non so bene ad Addis Abeba, non ci sono mai stato, ahimè).

Ma ci sono delle risorse che funzionano un po’ come il vostro pomodoro di razza antica, autoctona, eccellente. Ad esempio, per noi italiani, la bellezza: cultura, arte, archeologia, musica, teatro, ma anche risorse naturali. Provate a delocalizzare le Terme di Caracalla o il Catinaccio. La musica, è vero, è delocalizzata in partenza, ma quella dal vivo si fa dove ci sono i musicisti…

Ecco, avete appena scoperto il vostro pomodoro. Che fate ora? Create il mercato, lo curate, lo allargate, fate in modo che sempre più persone siano in grado di acquistare il vostro ortaggio.

Aumentate le ore scolastiche di arte, musica, teatro. Investite nella riformulazione dei musei: prendete tre operai in mobilità dello scarpificio e li spedite, spesati, ad imparare e a fare le spie: al Louvre, al museo del Krapfen di Sigmaringa che ha vinto il premio come migliore museo della galassia nel 2014, e via dicendo, non solo nei musei famosi, ma soprattutto in quelli che brillano per essere moderni, in grado di attirare appassionati del pomodoro… ops, pardon, dell’arte, della cultura eccetera. Investite negli scavi archeologici. Investite cercando di dare un posto di lavoro come risorse pregiate e preziose a quella schiera di archeologi che avete fatto lavorare come schiavi nelle campagne estive intanto che erano laureandi e poi avete spedito a costituire cooperative inutili. Avete un servizio pubblico televisivo? Lo usate per formare i gusti della gente: esporli all’arte, alla cultura significa, alla fine dei conti, creare l’utenza della vostra fantastica risorsa. Andate poi a spiegare a quelli di qua come mai quelli di là, che non hanno il mare ma la guazza del Po, attirano turisti da mezza Europa e loro, che invece il mare ce l’hanno, li fanno scappare.

Lo so, state sorridendo.

Ma fate una gita in Austria. A Salisburgo, per esempio.

Tornate piangendo, ve l’assicuro. Lì davvero capite quanto siamo alla frutta. Altro che pomodoro!

Un prefisso alla passione

Io vorrei sapere cosa ci prende in certe circostanze.

Cosa ci spinge, di fronte a vicende dolorose su vari livelli, a voler per forza prendere posizione.

A dividerci tra innocentisti e colpevolisti. A parteggiare per il carabiniere che spara o per il delinquente ammazzato. Pro o contro i marò. E via dicendo.

Come se sapessimo tutto.

Come se si trattasse di una partita di calcio, in cui, alla fine, l’importante è che la nostra parte prevalga, o al limite pareggi.

Come se fosse più importante mettersi nei panni di uno piuttosto che dell’altro.

Come se aver ragione, in questi casi, lenisca la sofferenza di entrambe le parti coinvolte.

Come se la nostra sofferenza, in tutto questo, fosse minimamente coinvolta, minimamente confrontabile con quella dei protagonisti.

Come se una sola parte fosse quella che ha subito o subisce.

E’ in questi casi che vorrei poter mitigare la passione che sento in certi discorsi, che vedo nei social network o sento nei bar, trasformandola in compassione, da distribuire con equanimità e generosità. E’ zen, è cristiana, è quel che volete. Persino umana, se accettiamo di vederci un tantino belluini quando non la esercitiamo.

Che non vuol dire trattare tutti allo stesso modo. Non vuol dire non desiderare che sia fatta giustizia. Anzi.

Ma prima di dire “io sto con”, guardiamoci allo specchio, per favore. E concludiamo: “con chi soffre, comunque”.

Coding

Uscito il piano del governo Renzi per la scuola, avendo un figlio che si appresta ad iniziare il suo percorso alla scuola primaria, sono rimasto colpito dall’idea di vedere presto il “coding” tra le sue materie scolastiche.

Premetto: non ho idea del motivo per cui questo fantomatico “coding” non possa essere chiamato “programmazione” (in senso informatico).

L’idea mi piace: aiutare i bambini a capire che il computer fa quel che gli dici tu, e non viceversa. E che è possibile fargli fare cose che nessun programma gli fa fare, semplicemente scrivendo il programma.

Come insegnarglielo? Io, che da dilettante mi scrivo i miei applicativi PHP o C++, non saprei proprio da dove iniziare con i bambini. Non so quanti colleghi della primaria siano nella mia posizione.

Non vorrei che per insegnare il coding ci fosse bisogno di installare sui computer delle classi (ci sono in tutte le classi? di che dinastia egizia? quanto tempo impiegano ad accendersi, a connettersi, a far partire i software necessari?) costosi programmi e attivare i relativi corsi di formazione e aggiornamento, magari monopolizzati da qualche ditta che qualche maligno potrebbe anche pensare avere qualche interesse nella mossa, visto che questo è ciò che si dice sia successo con le LIM.

E basterebbe poco.

Basterebbe installare una qualunque distribuzione Linux, aprire il terminale, e insegnare a fare qualche operazione in bash. Costo dell’operazione: ZERO euro da dare a fornitori, qualche ora di buona volontà del personale docente e ATA, magari retribuita tanto per cambiare, per l’installazione del sistema operativo, la stampa e la lettura di uno dei mille manuali che si trovano gratuitamente sulla rete.

Vantaggi? Capire (docenti e alunni) com’è fatto un computer, cos’è un sistema operativo. Recuperare vecchi computer e usarli senza essere minimamente disturbati dalla loro lentezza.

Ma dico di più. Basterebbe ancora meno. Anche in assenza… di computer!

Diceva un commento che ho letto da qualche parte su Facebook: la programmazione è questione di testa, non di PC.

Credo che già oggi le competenze di problem solving e di pensiero algoritmico, che sono alla base di ogni approccio alla programmazione (e alle discipline scientifiche, e non solo!), facciano parte degli obiettivi della scuola primaria. Dal mio punto di osservazione delle superiori, però, mi viene da dire che quasi sempre la priorità sia data ad altro.

O forse gli insegnanti ricevono oggi una formazione inadeguata su questi temi. Chi gliele spiega queste cose?

Allora sarei contento se mio figlio, nei prossimi cinque anni, mi portasse a casa qualche diagramma di flusso, qualche algoritmo su cui riflettere, oltre a quello della divisione, che lavorasse sui problemi da risolvere, sì, va bene, anche di quelli che richiedono creatività e pensiero laterale, ma prima di tutto di quelli in cui la strada possibile è una sola: prima di poter scegliere il sentiero da prendere, è importante sapere com’è fatto un sentiero.

Lo sento, sembra un approccio “vecchio”. Ma bisogna che ci rassegniamo, io credo.

  • L'”informatica”, lo sappiamo tutti benissimo, semplifica le cose solo se la si sa usare. Altrimenti le complica terribilmente.
  • Imparare a usare l'”informatica”, per noi insegnanti che non siamo nativi digitali, richiede tanto tempo e tante energie.
  • I nostri ragazzi oggi sono invece nativi digitali: possono imparare facilmente e da soli tante cose.
  • E allora, visto che non riusciamo ad insegnar loro, perché siamo più lenti di loro, almeno aiutiamoli ad imparare da soli, ad interpretare ciò che sperimentano da soli. A capire com’è fatto il computer, come “ragiona”, ad acquisire una struttura di pensiero compatibile con quella del computer, a tradurre situazioni comuni nella logica degli algoritmi. Poi i linguaggi per tradurre verranno, se i ragazzi saranno curiosi: impareranno da soli. E intanto avremo offerto strumenti anche per capire meglio tanti altri aspetti della realtà.

Oppure facciamo il coding.

Chiediamoci il meglio

E’ sempre qualcun altro a chiederci di adattarci.

O forse fa molto comodo proporre l’ennesimo livellamento al ribasso come un adeguamento a come stanno le cose in Europa.

Fatto sta che, ancora una volta, si parla di ridurre il percorso scolastico di un anno, “perché in Europa si fa così”.

Rispetto all’Europa, però, l’Italia ha qualche caratteristica particolare. Non mi risulta che in altri paesi europei vengano sciolti d’autorità organi elettivi per collusione con la criminalità organizzata. Non mi pare di aver sentito che in altri paesi le forme di devozione popolare si inchinino, fisicamente o metaforicamente, al potente locale, magari anch’esso affiliato a forme di criminalità organizzata.

E mi pare di poter dire che si tratti della punta dell’iceberg, un iceberg che viaggia tranquillamente lungo le autostrade italiane da nord a sud, da est a ovest, isole comprese. L’iceberg di una vera emergenza culturale che dai tempi del boom degli anni Ottanta è stata più cavalcata che affrontata e che ora ci ritroviamo in giardino, più o meno tutti quanti.

Dov’è che insegniamo ai nostri giovani il senso dello Stato, delle istituzioni, della convivenza civile, delle regole, dei diritti e dei doveri?

Allora, smettiamola di far finta che l’Europa ci chieda un percorso scolastico di dodici anni e non di tredici. L’Europa, quella a cui l’Italia ha contribuito fin dal dopoguerra, vuole un Italia europea. Vuole che superiamo le nostre emergenze culturali, una buona volta. Vuole che investiamo sulla scuola, non che continuiamo a tagliarla.

Investire vuol dire, prima di tutto, metterci soldi. E energie, idee, lungimiranza.

Il resto è disonestà intellettuale, e forse non solo intellettuale.

Scuole accessibili

Quando abbiamo iniziato a stendere il programma elettorale di Fornovo Insieme, la mia attenzione si è focalizzata subito sulle problematiche relative alla scuola. Parlando anche con amministratori attuali e del passato, alcune idee di fondo mi sono sembrate oggi irrinunciabili.

La scuola in senso lato, a partire dal nido d’infanzia fino alla scuola secondaria, è esperienza fondamentale, la più importante e determinante che la comunità, a partire da quella locale fino al livello internazionale, offre e richiede sia offerta a tutti, bambini e bambine, ragazze e ragazzi.

Il problema dell’accesso al sistema scolastico è un problema di equità sociale, di discriminazione, di pari opportunità; si colloca nel piano dei diritti e in quello dei doveri.

Il problema dell’accesso al sistema scolastico riguarda prima di tutto quella che, strettamente parlando, non è considerata “scuola dell’obbligo”, e quindi non è adeguatamente tutelata a livello normativo: il nido d’infanzia e la scuola dell’infanzia. Non è “dell’obbligo”, ma è da una parte un’esperienza molto importante per i bambini, per la loro prima socializzazione, per l’acquisizione di abilità di gioco, di apprendimento, di comunicazione; e dall’altra spesso è “dell’obbligo” per le famiglie per cui la cura dei bambini risulta sempre più difficilmente compatibile con le esigenze di un mercato del lavoro in stallo e in difetto di flessibilità per i genitori meno protetti. In quest’ottica, occuparsi dell’accesso al sistema scolastico significa adoperarsi per la riduzione delle liste d’attesa, prendendo in considerazione tutte le risorse del territorio, statali e parificate, ma anche studiare forme di tariffazione e di riscossione che siano eque, sostenibili, flessibili e frequenti, perché mandare i figli a scuola non sia un onere insostenibile.

Il problema dell’accesso al sistema scolastico riguarda anche la scuola primaria, laddove le risorse destinate a formulazioni estese di tempo-scuola sono insufficienti a coprire le richieste. Occuparsi dell’accesso al sistema scolastico può significare, in questo caso, studiare modalità di integrazione del tempo-scuola offerto dalle scuole del territorio per mezzo di servizi aggiuntivi che siano però armonizzate e in continuità con l’attività scolastica strettamente intesa.

Il problema dell’accesso al sistema scolastico colpisce anche la scuola secondaria, in particolar modo nella forma della dispersione scolastica. Occuparsene significa studiare insieme alle scuole strategie comuni per fare in modo che nessuno dei ragazzi si perda per strada. Anche se questo, apparentemente, è un problema tipicamente scolastico, la sua rilevanza per il territorio è notevole: ogni ragazzo che abbandona il proprio percorso scolastico non fa solo male a se stesso, ma impoverisce la comunità, e contribuisce all’acuirsi di un (probabilmente già presente) disagio personale e sociale  che la collettività dovrà poi affrontare. E’ allora importante che tutti gli attori istituzionali possano confrontarsi e lavorare insieme in unità d’intenti.

Il problema dell’accesso al sistema scolastico attraversa tutti i livelli di scuola per quanto concerne l’integrazione delle diversità, in modo particolare delle diverse abilità e delle diversità culturali, etniche, di provenienza. E’ compito della comunità e della sua amministrazione fornire un supporto alla scuola, al suo personale, in tutte le modalità che possono essere studiate e condivise, affinché da una parte nessuno sia escluso o discriminato in qualunque fase del percorso scolastico, ma tutti siano messi in condizione di affrontarlo al meglio, e dall’altra che la ricchezza che la vita scolastica acquista nel momento in cui è in grado di accogliere il diverso in tutte le sue forme, non sia pagata nemmeno con la sola percezione di un impoverimento qualitativo del percorso scolastico stesso.

In alcuni casi occuparsi dell’accessibilità delle scuole significa anche occuparsi di edifici o mezzi di trasporto. Ma il tema è quello dell’accesso, non dell’edilizia o dei servizi: al centro c’è la persona, non le strutture. Solo ricordando qual è il fine, consentire a tutti i nostri bambini e ragazzi di vivere un’esperienza scolastica piena, significativa e di qualità, si può mettere in opera la creatività per trovare soluzioni diverse, i mezzi per raggiungere il fine. Confondere fini e mezzi, in questo come probabilmente in tanti altri campi, significa rischiare di sbagliare mira, proporre progetti fuori bersaglio e dimenticare i dettagli che fanno, spesso, la differenza.

Perché puntare sul protagonismo dei bambini e dei ragazzi

Perché ci sono, e non è scontato che ci siano; ed essendoci hanno il diritto e il dovere di contribuire a rendere migliore il mondo in cui vivono: non sono i “futuri cittadini”, cittadini li sono già oggi.

Perché hanno voglia di fare, conoscere, partecipare: affinché noi adulti li deludiamo qualche volta di meno.

Perché le idee le hanno, siamo noi adulti che non sappiamo decifrarle e renderle praticabili: per loro formulare idee e per noi capirle sono due esercizi fondamentali che costruiscono la comunità attraverso la coesione generazionale.

Perché hanno avuto meno tempo per formarsi pregiudizi e possono ricordarci cosa vuol dire esserne liberi.

Perché per imparare non c’è modo migliore del fare, dello sporcarsi le mani.

Perché hanno il maggior interesse nell’evitare scelte miopi e nel praticare quelle lungimiranti, già oggi.

Perché noi adulti siamo quasi tutti genitori, zii, nonni, fratelli o sorelle maggiori, e siamo stati tutti bambini e ragazzi: sappiamo benissimo che quando i bambini e i ragazzi si trovano a loro agio, tutta la comunità vive più serena, mentre quando i bambini e i ragazzi vivono situazioni di tensione, di pericolo, di difficoltà, è la comunità tutta a sentirle su di sé.

Perché non votano.

Perché impareranno, crescendo, che le orecchie non smettono mai di crescere; perché imparino anche che non si tratta solo di una curiosità anatomica.

Perché cresceranno, se ne andranno: per dar loro motivo di tornare.

Il protagonismo dei ragazzi non è una novità. Io ne sento parlare da almeno trent’anni. Ma nell’azione concreta delle nostre comunità locali, troppo poche sono le amministrazioni che hanno voglia di prendere i bambini e i ragazzi a misura delle loro iniziative.

Penso valga la pena provarci. E’ forse la ragione più importante che mi ha spinto ad accettare un impegno con Fornovo Insieme.

Chi sa fare e non può

Era il 2004. Parlavo con Sofia, collega insegnante. Mi diceva: “e che dovevo fare? dopo il dottorato in fisica sono andata avanti in Italia e all’estero a forza di assegni di ricerca. A un certo punto ho provato il concorso per l’insegnamento, l’ho vinto, e mi si è posta la scelta tra un posto a tempo indeterminato nella scuola e una vita da precaria nell’università. Io che volevo metter su famiglia ho dovuto scegliere la prima”.

Una sconfitta doppia per il Paese. Primo, perché ha perso una valida ricercatrice, senza darle la possibilità di farla vivere di quello che faceva più volentieri, per cui era formata e in cui stava producendo risultati importanti. Secondo, perché ha perso una valida ricercatrice dopo aver investito abbondantemente nella sua formazione. Un po’ come un contadino che si compra l’Alfa nuova, la usa tre mesi in strada e poi decide di destinarla ad andare nei campi.

Dieci anni dopo, 2014. M, brillante ricercatore tedesco, H-index 18, non trovando offerte stabili e soddisfacenti presso università tedesche, avendo già una famiglia che si aspetta da lui un sostegno economico e alle spalle anni di lavoro in università e istituti di ricerca internazionali e nazionali, decide di accettare una posizione come insegnante di scuola superiore.

Qualche volta ho sentito pronunciare la massima (di filosofia da quattro soldi) “chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”. Questi due sono esempi in cui ad insegnare è finito qualcuno che saprebbe benissimo fare, ma non può.

Sono certo che M. diventerà un ottimo insegnante, esattamente come Sofia.

Ringrazio entrambi, e tanti altri come loro, perché il loro contributo, in Italia, in Europa, dappertutto, nonostante l’ovvio scoraggiamento iniziale, eleva il livello della classe docente. E perché, in qualche modo, la loro scelta di insegnare mostra che non hanno gettato la spugna, hanno solo fatto un passo indietro. Si sono resi conto che il problema è più ampio, più generale: se il sistema non è pronto a sostenere la ricerca, l’unica soluzione è formare una generazione che sceglierà di farlo.

Venticinque aprile e venticinque maggio

Il 25 aprile è il giorno in cui festeggiamo la liberazione del nostro Paese dall’occupazione nazista, delle nostre città dalla dittatura fascista, la fine di una tragedia, la guerra, che ha toccato ogni famiglia, ogni persona di diverse generazioni.

E’ la festa dei Partigiani: uomini e donne di diversa estrazione culturale e sociale, comunisti, cattolici, liberali, ricchi, poveri, cittadini e contadini, letterati e analfabeti, che decisero di mettere a repentaglio le loro vite e il benessere delle proprie famiglie per contribuire a sovvertire un regime dittatoriale, per opporsi a nemici spietati, alcuni dei quali erano stati amici fino a poco tempo prima.

Perché credevano nella democrazia e nella libertà. Per dare ai loro figli, ai loro nipoti un futuro di democrazia e di libertà.

Il 25 maggio, quest’anno, sarà un momento di celebrazione di questa stessa democrazia, di questa stessa libertà.

Non importa se ci piace o non ci piace l’Europa dei tecnocrati, la signora Merkel, Tsipras o Schultz. Il Parlamento che andremo a eleggere il 25 maggio è la risposta al 25 aprile. Non più un’Europa disintegrata, rasa al suolo, a lutto in ogni famiglia per la guerra, ma un’Europa che si siede in cerchio e decide del proprio futuro, insieme. Seguendo le regole della democrazia, non delle armi. Certo, una democrazia imperfetta, una libertà non totale. Ma prima di guardare avanti, guardiamo indietro e ricordiamo da dove veniamo. E allora recupereremo anche lo slancio per eleggere rappresentanti che portino avanti lo spirito delle origini di questa costruzione di pace, lo spirito di Schuman, Adenauer, De Gasperi, Spinelli, Monnet: nemici, secondo le logiche della guerra, iniziatori di un percorso di integrazione che ci conduce fino ad oggi.

Ma il 25 maggio sarà anche il giorno in cui, più in piccolo, in tante città si deciderà chi amministrerà il bene comune per i prossimi cinque anni.

Amministrare il bene comune: si tratta di questo, e non è un gioco sporco. E’ il frutto di ciò che celebriamo oggi.

Mi è stato chiesto di impegnarmi in una lista, nel mio paese.

Ho detto di sì.

Con lo spirito di chi non si accontenta di criticare da fuori. Di chi vuole mostrare che ancora ha un senso impegnarsi per migliorare le cose per tutti, sacrificare il proprio tempo libero, le proprie aspirazioni individuali, persino quelle famigliari, per il bene della comunità a cui appartiene.

E’ una lista civica, Fornovo insieme, che vuole aggregare un consenso ampio su alcune idee, non su posizioni ideologiche. Ma è una lista a cui hanno aderito alcuni partiti, il Partito Democratico, Rifondazione Comunista, Sinistra Ecologia e Libertà e altri gruppi politici presenti sul territorio (da ultimo, Fare per fermare il declino), che mettono a disposizione il loro patrimonio migliore di persone, di energie, di esperienze.

Mi sono sentito onorato della richiesta, come mi sento onorato di figurare in una lista in cui compaiono nomi di giovani personalità, onorato per le loro qualità umane, professionali, ideali.

E’ una lista che si stringe intorno a un candidato sindaco, Andrea Belli, che con la sua generosità e le sue capacità è stato capace di costruire intorno a sé un consenso convinto e convincente.

Il 25 maggio è anche il compleanno del mio primogenito: 6 anni. Ho pensato che un bel regalo per lui, per l’altro (che li compie poco dopo) e per tutte le bambine e i bambini di Fornovo, sarà un paese che prova a tornare a vivere. Sarà un’amministrazione che cercherà di guardare al paese dal loro punto di vista, dalla loro altezza. Che non li considererà figli di, nipoti di, o come futuri cittadini, ma che li chiamerà per nome come cittadini oggi, capaci di dire la loro, di partecipare, di progettare, di vivere il paese, nella consapevolezza che se loro sono in grado di abitare da cittadini nel loro paese, con doveri e diritti, idee e richieste, tutti gli altri cittadini, di ogni fascia d’età e condizione, si troveranno a loro agio.

E allora inizio questa campagna elettorale, in compagnia di persone che conosco da poco o da più tempo, ma che ho imparato rapidamente a stimare. E la inizio il 25 aprile: un mese per prepararmi all’appuntamento con la democrazia e con la libertà.

E a festeggiare, visto che vinceremo!