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Altro che pomodoro!

Se un giorno vi svegliaste e scopriste di avere in giardino una varietà rara di pomodoro, sconosciuta ai più, ma che evidentemente ama particolarmente il clima, il terreno, l’acqua che trova a casa vostra ripagandoli con abbondanti e ripetuti raccolti, che fareste?

Io immagino che lo direste in giro. Lo fareste assaggiare, per far apprezzare il gusto, la genuinità, l’aroma unico, del vostro prodotto. Vi infilereste nella rete dei km0, del biologico, invitando gente a conoscere il vostro pomodoro, educando il gusto della gente, la sensibilità dei vicini a tutto ciò che il vostro pomodoro rappresenta.

E, se gli affari vanno bene, come fareste a cercare gente che venga a lavorare da voi? Magari andreste dagli operai in mobilità dello scarpificio della vostra città e direste: “guardate, la vostra fabbrica tra tre mesi chiude qui e riapre ad Addis Abeba; il mio pomodoro invece vien su solo qui da noi…”. E fareste così, credo, non perché per coltivare il vostro pomodoro non serva una manodopera specializzata, ma perché potendo offrire come bonus la stabilità di un’attività che non è delocalizzabile, ci sarebbe anche il rischio di garantirsi il cuore, e non solo i muscoli, dei vostri neoassunti.

Non esiste nessun pomodoro che non possa essere delocalizzato in Olanda (non so perché, ma mi viene da pensare che in Olanda abbiano delle serre in cui sparano “‘O sole mio” dagli altoparlanti giorno e notte), o anche altrove (non so bene ad Addis Abeba, non ci sono mai stato, ahimè).

Ma ci sono delle risorse che funzionano un po’ come il vostro pomodoro di razza antica, autoctona, eccellente. Ad esempio, per noi italiani, la bellezza: cultura, arte, archeologia, musica, teatro, ma anche risorse naturali. Provate a delocalizzare le Terme di Caracalla o il Catinaccio. La musica, è vero, è delocalizzata in partenza, ma quella dal vivo si fa dove ci sono i musicisti…

Ecco, avete appena scoperto il vostro pomodoro. Che fate ora? Create il mercato, lo curate, lo allargate, fate in modo che sempre più persone siano in grado di acquistare il vostro ortaggio.

Aumentate le ore scolastiche di arte, musica, teatro. Investite nella riformulazione dei musei: prendete tre operai in mobilità dello scarpificio e li spedite, spesati, ad imparare e a fare le spie: al Louvre, al museo del Krapfen di Sigmaringa che ha vinto il premio come migliore museo della galassia nel 2014, e via dicendo, non solo nei musei famosi, ma soprattutto in quelli che brillano per essere moderni, in grado di attirare appassionati del pomodoro… ops, pardon, dell’arte, della cultura eccetera. Investite negli scavi archeologici. Investite cercando di dare un posto di lavoro come risorse pregiate e preziose a quella schiera di archeologi che avete fatto lavorare come schiavi nelle campagne estive intanto che erano laureandi e poi avete spedito a costituire cooperative inutili. Avete un servizio pubblico televisivo? Lo usate per formare i gusti della gente: esporli all’arte, alla cultura significa, alla fine dei conti, creare l’utenza della vostra fantastica risorsa. Andate poi a spiegare a quelli di qua come mai quelli di là, che non hanno il mare ma la guazza del Po, attirano turisti da mezza Europa e loro, che invece il mare ce l’hanno, li fanno scappare.

Lo so, state sorridendo.

Ma fate una gita in Austria. A Salisburgo, per esempio.

Tornate piangendo, ve l’assicuro. Lì davvero capite quanto siamo alla frutta. Altro che pomodoro!

Musei

Mi ha trovato, sotto il pioppo, in questo post in cui esponevo una foto della mia città, un viaggiatore che ha avuto modo di apprezzare, ma non solo, una visita in queste terre.

Il suo post è questo, ma ce n’è anche un altro sui chiostri di San Giovanni.

Il commento finale sulla mentalità di chi ancora vede i musei come depositi di artefatti e non come fabbriche e laboratori di cultura mi si incrocia con quello che sentivo questa mattina su Radio1, con Umberto Broccoli che commentava, da Londra, il fatto che nella capitale inglese i musei offrono percorsi per ogni genere di visitatore, comprese le famiglie, al punto che i musei sono luoghi che le famiglie non disdegnano per il loro tempo libero.

I miei figli, specialmente il maggiore, sono innamorati del Museo di Storia Naturale di Kensington (gratuito), che hanno visitato (in piccolissima parte, tanto che quando torneremo sicuramente vi faremo nuovamente tappa) l’anno scorso.

E’ un problema dei musei nostrani, delle istituzioni che li gestiscono: sembra che l’unico parametro importante sia il costo.

Ma è anche un problema, credo, delle famiglie, per cui il museo, anche quelli che, pochi o tanti, cercano di proporre una fruizione innovativa, spesso non rientra nemmeno nella lista delle “cose che potremmo fare questo weekend”.

Ed è triste, perché, per quel che ricordo dalle mie esperienze da bambino (mio padre mi ha portato diverse volte al Museo Archeologico Nazionale, su mia insistenza dopo la prima volta, perché era un’esperienza ai limiti del magico), e per quel che ho visto con i miei figli, una visita a un museo risveglia la curiosità, genera storie, apre mondi e interessi.

L’ultima volta che mi è successo e stato poco più di un mese fa a Volterra, al museo etrusco (che purtroppo, eccezionale per qualità e quantità di materiali, non fa invece eccezione come qualità di esperienza museale nel desolante panorama italiano). Grazie a un depliant che ci è stato consegnato all’ingresso, la nostra brevissima visita (costataci però come se avessimo trascorso l’intera giornata all’interno) è stata una caccia al tesoro, alla ricerca dei pezzi raffigurati sulla brochure. I bambini si sono divertiti, hanno fatto chili di domande su questi oggetti sconosciuti e assolutamente estranei alla loro esperienza, domande a cui noi genitori abbiamo dovuto dare tentativi di risposte traendole al volo dai pannelli esplicativi, assolutamente inadatti a questo tipo di visita.

Però ci siamo andati, e ai bambini questo è rimasto impresso. Il maggiore oggi, quando si avvicina il tramonto, non manca di farci notare la sua “ombra della sera”.

Sarebbe bello se si potesse investire di più sui musei. Sarebbe un modo intelligente per affrontare la crisi, attingendo al nostro passato in modo nuovo, per dar valore a ciò che siamo e saremo attraverso ciò che siamo stati.