Ho passato ieri il pomeriggio al pronto soccorso dell’ospedale di città. Niente di grave, solo accertamenti rapidi per un dolorino che “quindi deve avere origine muscolare, passerà”. E va bene.
Intanto, mi è capitato di incontrare due miei studenti.
Con uno mi sono quasi scontrato intanto che vagavo senza meta aspettando i miei risultati. Era lì, insieme al padre, perché un altro membro della famiglia è ricoverato in quella zona.
Un altro non ho voluto disturbarlo: era al telefono e stava dettando i compiti di analisi grammaticale a un fratellino, intanto che sceglieva una merenda alle macchinette. Chissà da quanto tempo era lì, o per quanto tempo ancora, e perché, per chi.
E ho pensato, da insegnante, quante cose non so dei miei studenti. Non solo perché li ho conosciuti meno di un mese fa, ma anche e soprattutto perché il nostro incontro avviene in un ambiente, riguarda un’esperienza che certamente è importante nella loro vita, ma non rappresenta mai la totalità, e qualche volta, di fronte a certe situazioni della vita che possono toccare anche loro, può anche diventare semplicemente marginale.
Quante cose non so di loro, ed è giusto che io possa non saperle. Cose che, tuttavia, per la loro potenzialità mi impongono una dose ancora maggiore, nei confronti di tutti i miei alunni, di attenzione, di serietà. Nessuno sconto, no, ma il riconoscimento della loro giovane umanità. Che in tanti casi è fatta di gioco, di svago, di spensieratezza; ma qualche volta anche d’altro. Una miscela fuori dalla mia portata, che c’è, in proporzioni diverse, in ognuno e merita solo, da parte mia, rispetto.