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Trasparenza e opacità

Ieri sera Renzi a Ballarò proponeva di mettere online tutte le fatture della PA, come già si fa al Comune di Firenze. Stamattina un’invitata in un programma radiofonico di commemorazione della tragedia della scuola di San Giuliano chiedeva che l’anagrafe degli edifici scolastici sia messa online per permettere a tutti i genitori di avere accesso ai dati costruttivi e di sicurezza delle scuole dei propri figli. E sono solo due esempi di pratiche di “trasparenza” già in essere, in corso di realizzazione o semplicemente proposte per il futuro.

La mia prima reazione, come credo di chiunque, è di approvazione. L’idea è quella di un controllo diffuso, e in questo senso più informazioni sono disponibili e accessibili a tutti, meglio il controllo funziona, minore è la possibilità di situazioni di opacità e di pericolo di diritti lesi.

Poi però mi sono chiesto quali sono le contropartite di questo processo di “messa in trasparenza” che pare trasversale nella nostra società e sembra andare in parallelo con quello che è successo o sta accadendo, grazie alle nuove tecnologie e al vasto accesso a queste, in altri Paesi.

Secondo me ci sono alcuni “effetti collaterali” sia pratici che di fondo, che vale la pena considerare. Sono probabilmente solo delle possibili derive a cui si può arrivare se questo processo non viene governato e affiancato da altri processi che lo mantengono sotto controllo. Ma proprio per questo credo sia importante identificarle e tenerle d’occhio.

Prima di tutto, è vero: oggi abbiamo la possibilità di accedere, ed è questo il significato della trasparenza, a una serie di informazioni importanti, a volte cruciali (ad esempio, lo stato di salute degli edifici scolastici, ne sono assolutamente convinto; a proposito, ecco un interessante punto di vista segnalatomi ieri). Ma siamo spesso impreparati a leggere ed interpretare questi dati. Io dei dati delle fatture della PA non saprei proprio che farmene, sono piuttosto analfabeta da questo punto di vista. E credo che in tanti siano almeno parzialmente analfabeti rispetto alla mole diversificata di informazioni a cui, comunque, grazie alle tecnologie e alla trasparenza, avrebbero accesso. Il problema è che siamo un popolo di commissari tecnici, come diceva qualcuno; ci dobbiamo aspettare un’ondata di demagogia, di chiacchiere da bar basate su dati pubblici letti male, fuori contesto, da persone che non sono competenti. In altre parole: non basta avere le informazioni, bisogna anche saperle leggere e usare. E, temo, in molti casi e mediamente non ci siamo. Con questo non voglio dire che il processo debba essere arrestato, tutt’altro, e lo ripeto. Voglio invece suggerire che sia necessario essere pronti, almeno inizialmente, a una sbornia di cretinate in allegria; e voglio inoltre suggerire che, invece di insegnare ai giovani cose che conoscono meglio dei loro insegnanti, tipo ad usare il computer, bisognerebbe aiutarli a districarsi nella messe, sempre crescente e di importanza sempre maggiore, di informazioni a cui hanno accesso. Per far sì che la fase di sbornia demagogica duri il più breve tempo possibile. Quella sì che è opacizzante: nasconde i problemi veri in mezzo a una foresta di problemi inesistenti.

L’altro elemento che trovo francamente preoccupante deriva dalla sovrapposizione di due considerazioni.

Da una parte, il fatto che il controllo sia distribuito e diffuso, in un Paese “normale”, con un buon senso civico, va a rafforzare i diritti di tutti. In Italia ho qualche dubbio. Temo, invece, che certifichi la fine di una già agonizzante cultura della prevenzione. Da noi è evidente che spesso i controllori “istituzionali” (magistratura contabile, protezione e genio civile, organi dell’ordinamento costituzionale, sanità, giusto per fare qualche esempio), che sono tali a tutela dei diritti di tutti, specialmente di coloro che non sono in grado di tutelarsi da sé, e nella nuova ottica, di avere accesso alle informazioni, di interpretarle, di utilizzarle, non sono in grado di controllare e di intervenire. L’attenzione e il controllo diffusi grazie alla trasparenza diventano un’attenzione non complementare a quella istituzionale, ma sostitutiva. Che può anche andar bene, se è più efficace, ma chi pensa a chi non sa tutelarsi da sé? Per loro, l’opacità delle informazioni e, cosa assai più grave, dei diritti (e forse anche dei doveri), rimane e anzi peggiora.

Questo si lega a un’altra tendenza che vedo con una certa preoccupazione, quella di voler a tutti i costi importare “il modello X” da Paesi ritenuti virtuosi in questo o quel settore. Giusto stamattina il viceministro Martone a Radio Anch’io cantava le lodi del modello di sviluppo tedesco messo in atto negli anni Novanta e Duemila. Nel caso di cui sto scrivendo, l’idea che i diritti siano quasi dei prodotti accessibili solo a chi può permetterseli è un modello (o forse, l’esagerazione di un modello) che vediamo propagandato in campagne elettorali di altre nazioni; ad esempio, è questa l’accusa che la campagna di Obama muove nei confronti di quella del rivale Romney. Dalle nostre parti siamo sempre molto ansiosi di voler importare modelli da destra o da manca. Credo che occorra esercitare una grande attenzione nell’analizzare modelli stranieri, dove con “straniero” intendo più “estraneo”, per cercare un’integrazione con quella che è una società e una pluralità di presenze culturali che ci sono peculiari.

In definitiva, la questione della trasparenza, a mio modestissimo avviso, dovrebbe andare di pari passo con il potenziamento, e non con l’accettazione del fallimento, degli attori istituzionali preposti al controllo. Una delle realtà che stanno emergendo in questa direzione sono le associazioni di cittadini, o di consumatori (!), che dovrebbero rappresentare i diritti collettivi e hanno oggettivamente una maggiore capacità di controllo e di intervento rispetto al singolo. Ma non basta! Per quanto lo Stato e le amministrazioni locali debbano attivare percorsi di collaborazione con queste relativamente nuove realtà nell’ottica di una qualche variante del principio di sussidiarietà, demandare completamente a queste ultime la rappresentatività dei diritti dei cittadini significa l’abdicazione dello Stato ad essere ciò che deve essere, da una parte, e dall’altra conferire a queste entità non istituzionali connotati e poteri che, prima o poi, li porteranno ad essere ingranaggi della burocrazia.

Per cui, cari Renzi et al., benissimo mettere online tutto quanto, dagli stipendi, alle bolle d’accompagnamento delle forniture di gessetti alle scuole del territorio. Ma non crediamo che questo risolva tutto. Non pensiamolo nemmeno, perché se ci trastulliamo con questo bel concetto che semplifica tante cose, finiamo sommersi da dati che non sappiamo più cosa vogliono dire, sparando alla cieca contro nemici immaginari, mentre la burocrazia annaspa, non funziona, non controlla sprechi, corruzione e pericoli vari, e sempre più persone vengono escluse, paradossalmente, dai propri diritti, e probabilmente anche dai propri doveri.

Pensiamoci.

Dati

Sono diversi anni ormai che i nostri comunicatori pubblici, assumendo ad esempio lo stile USA, hanno preso l’abitudine di suffragare le proprie tesi “dati alla mano”.

Molto bene, spesso i numeri facilitano la comprensione, danno un’idea degli ordini di grandezza coinvolti, e in ultima analisi dovrebbero facilitare la verifica che ciò è detto non sia una panzana.

In un Paese come il nostro, in realtà, in cui al numero viene associata spesso un’esperienza scolastica fallimentare o comunque sgradita, vedere qualcuno che snocciola cifre con apparente competenza conferisce, temo, un’aura mistica all’oratore, un’autorità da “ipse dixit”, più che una salutare falsificabilità.

Perciò quando leggo nelle indicazioni ministeriali scolastiche per la matematica e le scienze una certa enfasi sull’analisi dei dati e sull’interpretazione dei grafici, un sorriso amaro mi affiora sul viso. Per carità, attenzioni importantissime, sicuramente da anteporre a tanti contenuti più specifici, intellettualmente stimolanti ma solo per quei pochissimi che sono in grado di arrivarci fino in fondo. Saper leggere una tabella o un istogramma, saper comprendere che tipo di andamento vi viene rappresentato, avere un’idea di cosa significhi un’inflazione al 2,4% o che roba sia una centrale da 3000 megawatt credo siano competenze indispensabili per un cittadino di questo secolo in questo mondo.

Quando però vedo il comunicato stampa in cui il governo italiano vanta investimenti “intorno ai 45 milioni di euro” in un tunnel inesistente, un’altra verità mi si presenta davanti. I dati si possono inventare, prima di tutto, di sana pianta.

Un altro ritornello con cui si sono vinte le ultime elezioni e si è affrontato il riordino tombale del sistema scolastico è stato quello secondo cui “ci sono più bidelli che carabinieri”. Non ho verificato le cifre, a suo tempo mi ero fidato di un’informazione totalmente irrilevante (oggi non mi fido più nemmeno quando fanno domande). Se il pragmatismo anglosassone pone l’accento sul dato come base oggettiva su cui costruire una tesi, la disonestà intellettuale (credo che non sia corretto appropriarcene campanilisticamente, ma noi Italiani ci stiamo dimostrando dei campioncini nel campo) usa il dato per giustificare una tesi già formata. In altre parole, se è giusto farsi un’idea sul da farsi a partire da un’analisi quantitativa della situazione, è anche possibile, però, scegliere accuratamente i dati, tra tutti quelli disponibili, a sostegno della decisione che si è formata in altro modo. Dammi una tesi e ti trovo i dati con cui giustificarla.

Ecco allora, che saper leggere un grafico non basta; capire le cifre che il politico di turno sciorina a Ballarò non è sufficiente; interpretare i dati che il comitato anti-qualcosa diffonde non è tutto.

Occorre buonsenso, per capire se i dati offerti sono verosimili, sensati, attinenti, coerenti o no. Occorre logica, per non farsi impressionare dai numeri ma capire quali sono i rapporti di causa ed effetto, come procedono le implicazioni del discorso. Occorrono ampi orizzonti culturali, perché spesso è per analogia che si può arrivare a comprendere meccanismi sconosciuti. Occorre senso critico, per mettere in dubbio i numeri forniti, verificarli, offrire dati alternativi, ma anche e soprattutto per porsi la domanda su “cosa c’è sotto”: in breve non farsi abbindolare, in modo propositivo.

E non mi pare che buonsenso, logica, ampiezza culturale, senso critico siano uno specifico delle materie scientifiche o addirittura della matematica. Anzi, mi convinco sempre più che se vengono relegate nello spazio angusto di una sola disciplina, soffrono e non attecchiscono come potrebbero, invece, se fossero attenzione condivisa tra tutti coloro che si impegnano per l’educazione. Compresa la logica, sì, che nasce dal discorso, vive nell’espressione orale quanto in quella scritta, e dovrebbe essere uno degli elementi che qualunque insegnante di lingua, prima ancora che di matematica, esige, stringente e precisa, senza sconti nemmeno per quello studente che “scrive tanto bene”.

Qui c’è tanto spazio per lavorare, nelle scuole. E su queste cose non servono libri in più: bastano quelli che ci sono già, magari un quotidiano (a scelta) e un vocabolario. Ma soprattutto la volontà da parte dei docenti di andare un po’ oltre la lezioncina. In tempi di minimo impegno sindacale forse è un’idea impopolare, ma non credo ci siano, nella scuola, molti altri modi per far ripartire il futuro dei nostri giovani e giovanissimi.