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Note a margine della notizia del giorno

Ringrazio Elena Dusi di Repubblica.it, che ha pubblicato un resoconto della conferenza stampa di presentazione dei risultati del ritrovamento del bosone di Higgs. Mi permetto di riportarlo e di commentarlo qua e là, dove serve.

GINEVRA  – Da oggi l’universo è diventato un luogo più stabile, perché l’ultima particella elementare è stata finalmente trovata. Ma è anche diventato più instabile, perché il bosone di Higgs, che dopo 48 anni di ricerche è finito nella rete dei fisici del Cern, ha lasciato un’impronta piuttosto diversa dalle attese.

Da oggi. Perché l’universo intero segue la conferenza stampa e ha deciso, in seguito a quel che è stato detto, di stabilizzarsi un po’. E che cribbio, tutta questa precarietà fa male anche a lui. Ma anche più instabile, perché, ricordato che è la diciassettesima particella, si è seduto, l’universo, un po’ più scomodo sulla sedia: chissà che non porti sfiga. Forse la giornalista intendeva dire che, se i dati sperimentali saranno confermati dalle inevitabili esperienze future, il quadro che abbiamo, cioè la conoscenza che abbiamo, dell’universo è un po’ più completa, ma anche con qualche nuovo punto di domanda legato al fatto che i dati non sono esattamente come li si attendeva.

L’annuncio nell’auditorium gremito di scienziati del Consiglio europeo per la ricerca nucleare a Ginevra è stato come una scossa di elettricità.

Infatti, non se l’aspettava nessuno: erano tutti lì perché le patatine del distributore del CERN sono notoriamente le migliori d’Europa.

È passato infatti quasi mezzo secolo da quando Peter Higgs, uno schivo fisico 35enne dell’università di Edimburgo, armato solo di carta e penna, nel 1964 lanciò l’idea che spiega perché l’universo è un luogo pieno di stelle e pianeti, di chimica e fisica, e non una zuppa informe, fatta di particelle che fuggono all’infinito senza incontrarsi mai.

Poesia pura. A partire dall’armamentario, “carta e penna”. A parte che nel ’64 non c’erano grosse alternative, specialmente per un fisico teorico. Magari un droghiere una calcolatrice poteva anche averla; a un bibliotecario un po’ di letteratura da leggere non l’avrebbero negata. Ma al povero e schivo Higgs, su nella povera e schiva Scozia…

“Abbiamo raggiunto una tappa storica nella nostra comprensione della natura”, ha detto il direttore del Cern Rolf Heuer. “Nei nostri strumenti abbiamo osservato tracce chiare di una nuova particella a circa 125 Gev di massa”, aveva appena annunciato Fabiola Gianotti, la scienziata italiana che guida l’esperimento Atlas, uno dei due enormi rivelatori sotterranei incaricati di identificare le impronte dell’Higgs.

Ancora una volta le tappe storiche. Almeno un condizionale mi sarebbe piaciuto. Ma qui non è colpa della giornalista, e Fermilab soffia sul collo…

Senza quel minuscolo frammento di materia teorizzato dal fisico scozzese in appena tre settimane estive del 1964, tutte le particelle elementari dell’universo sarebbero infatti state prive di massa.

No cara, ancora una volta confondi il piano della realtà e quello della descrizione. Senza quel minuscolo frammento teorizzato da Higgs il Modello Standard, cioè la teoria che cerca di spiegare alcune delle interazioni fondamentali, non sarebbe stato completo, visto che le particelle la massa ce l’hanno, a quanto pare, checché ne dicano i fisici.

Ma la massa è sorgente di forza di gravità. E senza la forza di gravità descritta da Newton non c’è attrazione fra gli atomi, le molecole, le stelle, i pianeti e gli esseri viventi.

La forza di gravità descritta da Newton ha poco a che fare con gli atomi e le molecole, per il semplice motivo che ai tempi di Newton sicuramente non si parlava di molecole e qualunque cosa si intendesse per atomo era certamente molto diversa da ciò che si è venuto chiarendo nei primi decenni del XX secolo. Sull’attrazione tra atomi, molecole, e persino esseri viventi, la gravità ha poca influenza, se non in casi particolari in cui le altre forme di interazione, normalmente preponderanti, sono per qualche motivo trascurabili.

Il bosone di Higgs appena scoperto al Cern è una sorta di colla che tiene insieme l’universo, ed è anche per questo che si è guadagnato il soprannome di “particella di Dio”, con un termine poco amato dai fisici e giudicato dallo stesso Higgs “inutilmente offensivo nei confronti di alcuni credenti”, ma ormai diventato irreversibilmente popolare.

Non so, evidentemente appena la gente scopre di avere a che fare con un fisico smette di parlare di questa “particella di Dio”. Io posso assicurare che, tra fisici, credenti o meno, il “bosone di Higgs” è noto come “bosone di Higgs”, ci si scherza(va) su parecchio come si scherza dello Yeti, consapevoli che sia lo Yeti che il “bosone di Higgs” potrebbero tutto a un tratto fare cucù. Come pare sia successo, appunto. Della “particella di Dio” abbiamo letto da Leon Lederman, e poi da una selva di giornalisti a cui, evidentemente, “bosone di Higgs” fa schifo, mentre “particella di Dio” piace da morire. De gustibus non est disputandum, dicono. Io direi che l’intervento divino sta al bosone di Higgs come sta alla giraffa e alla Luna, mentre Higgs con la giraffa e la Luna c’entra meno e quindi, a titolo di paternità, il bosone lo attribuirei a lui.

Oggi Higgs è seduto in prima fila nel seminario del Cern che illustra i dettagli della complicatissima caccia alla sua creatura. La conferma sperimentale della sua previsione teorica gli srotolerà quasi sicuramente un tappeto rosso verso il premio Nobel. E lui risponde al successo della sua intuizione giovanile con un sorriso da 83enne dolce e schivo. “Congratulazioni, è straordinario vedere questo risultato mentre sono ancora vivo”, ha detto emozionato, ricordando il contributo di una manciata di colleghi ugualmente invecchiati in attesa di questa giornata, e che oggi sono seduti nell’auditorium del Cern accanto a lui, sorridenti dopo decenni di invidie e rivalità.

Così, solo per sensibilità, un paio di virgolette intorno a “creatura” gliele metterei. Giusto per dire che il fatto che ne abbia previsto le caratteristiche teoricamente non comporta il fatto che l’abbia anche creato dal nulla la sera dopo.

Con la scoperta del bosone di Higgs si completa così il quadro delle 17 particelle elementari che compongono la materia a noi nota.

Secondo la teoria oggi più accreditata e meglio rispondente ai dati sperimentali. Sempre il vecchio “per quanto ne sappiamo”, please.

L’ultimo pezzo mancante è stato finalmente trovato.

Ne siamo sicuri? O è stato trovato un candidato che si adatta piuttosto bene all’identikit offerto da Higgs?

Ma per i fisici riuniti al Cern l’annuncio di oggi rappresenta anche l’apertura di un capitolo nuovo. Da domani gli strumenti di fisica più potenti del mondo verranno rimessi in moto per definire meglio i dettagli ancora ambigui dell’impronta del bosone di Higgs e per partire alla ricerca di quella parte dell’universo composta da materia oscura ed energia oscura. Ingredienti a noi del tutto ignoti, ma che pure rappresentano il 96% del contenuto dell’intero universo.

Un po’ troppi indicativi per i miei gusti. Come sempre.

Per catturare l’impronta del bosone di Higgs c’è voluto l’acceleratore di particelle più potente del mondo, il Large Hadron Collider, un tunnel sotterraneo lungo 27 chilometri, che lambisce il lago di Ginevra e le pendici del Giura, che ha iniziato a scagliare protoni furiosamente l’uno contro l’altro nel 2008, dopo 20 anni di costruzione e 10 miliardi di spesa.

L’LHC non è IL tunnel. E’ NEL tunnel, se no non se ne spiegano i costi. Per fare un tunnel non serve la tecnologia usata per LHC: basta una piccozza (e tanto tanto tempo). Mi piace molto anche quell’avverbio: “furiosamente”. Vedo mentalmente cattiveria nei volti di chi preme il bottone on-off.

La lunga attesa per mettere nel sacco il bosone di Higgs è dovuta in buona parte alla necessità di costruire questo gioiello della tecnologia, in cui l’Europa ha nettamente scavalcato gli Stati Uniti e a cui l’Italia partecipa con 3mila dei circa 10mila scienziati attraverso l’Istituto nazionale di fisica nucleare. Tre dei quattro esperimenti che studiano i frammenti di particelle generati dalle collisioni fra i protoni sono attualmente guidati da fisici italiani. Fabiola Gianotti in particolare è responsabile di Atlas, un gigante da 7mila tonnellate e 48 metri capace di individuare il passaggio di particelle di dimensioni infinitesime. Questo rivelatore, insieme al gemello Cms, ha dato la caccia per 18 mesi alle impronte lasciate dal bosone di Higgs.

Le dimensioni non contano, in questo caso. Lasciamole in pace, se non sappiamo a cosa riferirle. 48 metri di che? Dimensioni infinitesime? Ma siamo davvero a questo punto? Ma sono infinitesime perché non si possono nemmeno immaginare, o perché non riusciamo a misurarle?

L'”ultima particella mancante” viene prodotta nelle collisioni ad alta energia, ma poi decade in un tempo brevissimo, impossibile perfino da misurare, trasformandosi in altre particelle che invece gli strumenti sono in grado di rilevare. Ed è stato proprio nei prodotti di decadimento del bosone di Higgs che gli scienziati si sono ritrovati dei dati inattesi. Gli Sherlock Holmes del Cern si sono accorti che il ricercato non ha esattamente le caratteristiche previste. E addirittura i ricercati potrebbero essere più di uno.

Ah, vedi! Allora questo è o non è IL “bosone di Higgs” (scusa: LA “particella di Dio”?) Ce ne sono altri/e? Come diceva Ezio Greggio tanti anni fa: è lui o non è lui? Quello che non si dice è che sono proprio le anomalie del bosone misurato, le sue caratteristiche che scartano dalla previsione, che potrebbero aprire la strada alla comprensione di una parte di quel mondo ancora ignoto perché “oscuro”, cioè non interagente con nulla.

“Le osservazioni di oggi ci indicano la strada da seguire in futuro. C’è ancora molto da fare per capire i dettagli dei nostri dati”, ha detto Sergio Bertolucci, direttore della ricerca del Cern. Da spiegare, in fondo, resta ancora il 96% dell’universo.

Ecco, io direi anche più del 96%. Perché non sono solo la materia e l’energia oscura che necessitano di essere comprese. Anche tanto di quel che diciamo di avere a portata di mano, compreso il nostro “bosone di Higgs”, ha bisogno di molta cura e approfondimento. Certo, ogni tanto un comunicato stampa va dato, anche per giustificare le spese enormi e mostrare di essere un passo avanti rispetto alla concorrenza. La cautela e un po’ più di attenzione a ciò che si comprende al di fuori delle sale stampa, sono però sempre benvenute, anche in quelli che, a ragione, si collocano come annunci di vere e proprie svolte nella conoscenza che abbiamo del mondo.

Scodinzolii

Fenomeno finora abbastanza limitato al mondo dei tabloid anglosassoni, l’attenzione dedicata alle wags sta finalmente e inesorabilmente contagiando anche i giornali nostrani.

Wags: wives and girlfriends, acronimo che finisce con il significare in inglese diverse cose divertenti tra cui il movimento caudale del canide soddisfatto. Quando, nel contesto, si riferisce alle compagne dei calciatori. In realtà, non solo dei calciatori: in uno dei primi incontri ufficiali dei capi di governo europei, con famigliari al seguito, era stato seguito dalla stampa anche il gruppo delle wags, incluso anche il marito di Angela Merkel, con una buona dose di umorismo.

Torno però ai calciatori. Se questi hanno mediamente mogli bellissime, qualche volta anche famose prima del loro intervento, questo non mi sorprende né mi infastidisce. Io auguro a ciascuno una vita serena, lunga e prolifica.

Sono però colpito dall’insorgenza di questa nuova categoria: la wag. Mi sembra davvero l’avanguardia, antropologicamente parlando. In un tempo e in un Paese in cui abbiamo importato ogni forma di politically correct, tanto da scardinare anche forme consolidate nella lingua e nel discorso, pardon, nel “diversamente corso”, riusciamo a unificare, con la solita strizzatina d’occhio, donne di diversissima origine, professionalità, situazione sentimentale, cioè sostanzialmente persone distantissime, nell’insieme delle wags. Cioè, come dire, queste donne hanno in comune l’accompagnarsi a una celebrità. Chissà se sono amiche tra di loro, se hanno fondato un club per sostenere questa nuova appartenenza, se qualcuna pensa di lasciare il lavoro per dedicarsi a tempo pieno allo scodinzolio, accompagnando la propria fonte di definizione agli allenamenti, dal parrucchiere, in biblioteca, a Coverciano (per le più wags di tutte).

Io sono convinto che tra gli importatori di questa meravigliosa novità nel panorama sociale italiano ci siano anche giornaliste donne. Sono altresì convinto che l’ammiccamento dei colleghi uomini sia scontato, e che le celebrità stesse, quasi tutte forse, in fondo in fondo, traggano qualche forma di piacere nel vedere illuminate della propria luce le donne-satellite che scodinzolano intorno.

Ma credo, invece, che queste donne, quasi tutte, vivano con fastidio questa novità, l’essere le wag. Non perché le macchi o tolga loro dignità. Macchie e dignità dipendono da loro e dalla loro consapevolezza, e sono, alla fine, unicamente affar loro. Ma piuttosto perché, tramite loro, questa novità continua a dipingere un modo di vedere la donna che trascura tutto di lei e mette in evidenza solo il maschio che la ospita sotto le coperte.

Vorrei ricordare, tanto per rimanere nel mondo del pallone, una donna, che ora non c’è più, che è stata oggetto da parte del marito-celebrità, di un gesto inconsueto in quel mondo e, credo, di grande rispetto; lei, non wag ma moglie, ha visto il marito, sposato da calciatore e ora allenatore rinunciare al proprio lavoro, a un ricco contratto con la Roma, per poterla assistere negli ultimi mesi di vita. Niente di che, sono d’accordo: quasi qualunque marito qualunque, potendoselo permettere e trovandosi nella situazione, l’avrebbe fatto o lo farebbe; è che in una storia raccontata così non ci sono scodinzolii, non ci sono annullamenti di identità. Ci sono invece due persone che mettono in gioco tutto quel che hanno, c’è un rapporto d’amore, di stima e di rispetto, ci sono due volti precisi: quelli di Manuela Caffi e di Cesare Prandelli.

Sarebbe bello che i giornalisti e le giornaliste che parlano di wags imparassero il rispetto e la delicatezza.

Grazie mamma, logicamente.

Un’amica segnala un articolo interessante malgré lui.

Nelle prime righe si legge: "Le tue esperienze interpersonali con tua madre durante i primi 12 a 18 mesi di vita, predicono il tuo comportamento nelle relazioni romantiche 20 anni dopo". A parte l’aria di traduzione da Google e una punteggiatura essenziale e curiosa, qui si dice: se ho avuto esperienze negative o positive con mia madre, è perché le avrò anche con la morosa a ventidue anni. Una sorta di influenza dal futuro, una predestinazione in salsa di gambero. Non credo sia questo il contenuto dello studio dell’università del Minnesota che qui si cerca di riportare. Lo spero, almeno.

Forse bisogna fare uno sforzo esegetico e sostituire "predicono" con "permettono di predire" oppure con "anticipano". In questo caso la versione diretta diventa: "se ho esperienze prevalentemente positive o negative con mia madre mentre sono in tenera età, allora avrò esperienze dello stesso segno con la morosa a vent’anni o poco più". Ricordiamoci di questa implicazione: antecedente è l’esperienza infantile, conseguente è l’esperienza adulta.

Vediamo il titolo dell’articolo: "Grazie, mamma, se le mie relazioni vanno male". Costruzione diretta: se le mie relazioni vanno male allora è colpa di mia madre (o, come si legge in seguito, della relazione più o meno conflittuale instaurata con mia madre quando ero molto piccolo). Un’implicazione, ancora, ma questa volta è ribaltata: l’antecedente è la relazione adulta, il conseguente è l’aver avuto esperienze negative da piccolo.

Semplifico? Semplifico. Esempio tipico di logica a scuola. "Se sei promosso ti regalo lo scooter". Cosa vuol dire? Se alla fine dell’anno l’esito sarà favorevole, ti consegnerò le chiavi di un veicolo a motore e due ruote. E se non sarai promosso? La frase non dice quel che farò. La frase dice solo quel che farò nel caso in cui tu sia promosso. Se non sarai promosso io potrei ugualmente regalarti uno scooter per somma generosità, o, verosimilmente, consegnarti appiedato a un ambulante del mercato perché ti schiavizzi per tutta l’estate in giro per la regione. Se avessi voluto eliminare l’ipotesi "generosità", avrei dovuto dire "avrai lo scooter se e solo se sarai promosso", oppure "se sei promosso ti regalo lo scooter, altrimenti no".

"Se ti regalo lo scooter allora sei stato promosso" vuol dire un’altra cosa. Vuol dire che se mi vedi alla porta con lo scooter e un fiocchetto sopra, puoi star certo che sei stato promosso. E se non mi vedi con lo scooter? Non lo dico. Potresti essere stato promosso, oppure no. Ma se non mi vedi con lo scooter devi andare tu stesso a controllare il tabellone dei voti, o chiedere a qualcun altro.

In poche parole, scambiare antecedente e conseguente in un’implicazione è un ottimo modo per confondere le idee dicendo due cose diverse che sembrano la stessa. E lo studio del Minnesota? Dice che ogni volta che un bambino ha dei problemi con sua madre, li avrà anche da grande, o dice che ogni volta che vedi un adulto con dei problemi relazionali puoi star sicuro che li ha avuti fin dall’inizio con mamma? Sono due cose diverse: nel primo caso si lascia libera la possibilità che vi siano degli adulti con problemi che però non li hanno avuti da bambino. Nel secondo, possono esistere dei bambini con problemi con la mamma che però non manifestano disagio da adulti.

L’unico modo in cui queste due implicazioni possono diventare equivalenti (e quindi giustificare la confusione dell’articolo) sarebbe se vi fosse un rapporto di equivalenza causale tra antecedente e conseguente. Ossia, se i problemi del bambino con la mamma sono sempre legati a successive manifestazioni di difficoltà relazionali da adulto. Allora si elimina la possibilità di avere adulti in difficoltà che non sono stati bambini in difficoltà e bambini con problemi che si rivelano adulti senza problemi.

Ma qui, dalla logica entriamo in campi più complicati (ebbene sì). Da fisico (e la fisica, come diceva un mio venerando insegnante, è la scienza che si occupa delle cose semplici) posso dire che prima di arrivare a una correlazione così esclusiva tra una causa e un effetto remoto, tanto chiara da poter dire che ogni volta che A succede B e ogni volta che B è perché prima è successo A spesso occorrono secoli di esperimenti, diversi vicoli ciechi, e quasi mai il fenomeno iniziale, quello che ha suscitato l’interrogativo, si rivela essere un buon esempio della relazione che alla fine si trova. Figuriamoci in una scienza della complessità quale è la psicologia. Mi riconosco un ignorante in materia, ma anche da ignorante sono consapevole che esistano diverse scuole psicologiche che si distinguono anche, nel campo dell’età evolutiva, per il diverso peso da assegnare alle esperienze prenatali, alla struttura neurologica, alle esperienze cognitive e affettive, ad aspetti genetici, a peculiarità individuali che rientrano nel regno del caso. Questo solo per sottolineare come affermare in questo campo un’equivalenza causale tra due fenomeni sia sicuramente discutibile e probabilmente impossibile.

Certamente non con una statistica di 75 casi. Con una statistica di 75 casi, il massimo che si può dire è che sembra esserci una relazione tra i problemi relazionali sentimentali di alcuni adulti del Minnesota nel 2011 e problemi relazionali degli stessi con le loro madri a basso reddito nel 1981. Chi sono? In ambito urbano o rurale? Le madri tutte vedove? Divorziate? Il padre dov’è? Le esperienze che questi ragazzi hanno fatto sono le stesse? Hanno vissuto le stesse situazioni di conflittualità? L’articolo tace questi dettagli, che pure sembrano piuttosto significativi.

Mi chiedo poi il perché del silenzio totale sul padre. Tutta colpa della madre se le cose vanno male. Questa irrilevanza della figura paterna, oltre a disturbarmi personalmente, non riesco a giustificarla, nemmeno nel Minnesota. Possibile che la relazione col padre sia neutra affettivamente quando quella con la madre è conflittuale o particolarmente appagante? Anche nel caso dell’assenza del padre, possibile che questa non conti nulla?

Il fatto che la relazione con la madre sia fondamentale nello sviluppo di un bambino è una ovvietà. Cercare di giustificare in modo scientifico una ovvietà, però, non ha nulla di ovvio, e il fatto che si tratti di una ovvietà non può giustificare pressapochismo o superficialità nella ricerca: "ma sì, più o meno, tanto lo sanno tutti che le cose stanno così". Proprio perché lo sanno tutti, uno dei pochi effetti di una scienza pasticciona non è al servizio di una aumentata conoscenza ma un disservizio alla scienza la cui autorevolezza metodologica va a minare.

"Per sostenere le loro ipotesi, gli scienziati hanno sottoposto a studio 75 bambini nati da madri…". Proviamo a pensare. Se volessimo ammantare di rigore scientifico una teoria bislacca che ci fa comodo in qualche modo, o semplicemente per guadagnare notorietà, cosa dovremmo fare? Fornire dati, certamente, ma pochi, ben selezionati per sostenere la nostra tesi e presentarli in modo fumoso ma gradevole al pubblico, che ne possa cogliere il buonsenso e sorvolare su eventuali scricchiolii di sottofondo.

E allora? Secondo me siamo di fronte a pessima scienza o pessimo giornalismo. E questo "o" è, decisamente, una disgiunzione inclusiva.

Bilancio di competenze

Su Repubblica.it: “i neutrini sono più veloci della luce di circa 60 nanosecondi”.

Ora, io non credo che a scrivere articoli di scienza mettano il primo venuto, magari sottraendolo alla nera. E in effetti nell’articolo questa frase, errata, viene affiancata da altre corrette che contribuiscono a spiegarne il significato aldilà dell’errore, anche se non ne cancellano l’imprecisione linguistica.

Dire una cosa del genere equivale, più o meno, ad affermare che la II Guerra Mondiale durò 600 litri, o, nella migliore delle ipotesi, che Aalto è due volte Lloyd Wright. O è sbagliata di peso, o, volendo interpretare le parole in modo elastico, mancano di un necessario riferimento.

L’affermazione corretta la si legge più avanti: nel primo caso, qualcosa come: “i neutrini sarebbero più veloci della luce di circa 25 parti su un milione, o dello 0,0025%”, e nel secondo caso, presente anche nel sottotitolo dell’articolo, “i neutrini sembrano essere più veloci della luce di circa 60 ns nel percorrere 730 km”. Perché credo sia evidente a tutti che se io e mio figlio ci mettiamo a correre insieme in giardino, io arrivo dieci secondi prima di lui a metà del vialetto, ma venti secondi prima di lui alla fine del vialetto (a patto che, ovviamente, io non rallenti, o lui non cada).

Al giornalista di Repubblica bastava dire che i neutrini sono arrivati 60 ns in anticipo rispetto alle attese, lasciando stare l’aggettivo “veloci”, e la frase sarebbe stata impeccabile. Rispetto a sviste ben più evidenti e clamorose, mi pare che ci faccia una figura più che decente.

Chi fa una figura decisamente peggiore è Maria Stella Gelmini, ministra della Repubblica (non il quotidiano, purtroppo). Allego il link, ma sono certo che nel giro di poche ore verrà sostituito. E pertanto copio il messaggio originale, tratto dal sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, proprio nella sera dedicata alla ricerca:

Dichiarazione del ministro Mariastella Gelmini
“La scoperta del Cern di Ginevra e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è un avvenimento scientifico di fondamentale importanza.”

Rivolgo il mio plauso e le mie più sentite congratulazioni agli autori di un esperimento storico. Sono profondamente grata a tutti i ricercatori italiani che hanno contribuito a questo evento che cambierà il volto della fisica moderna.
Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo.

Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro.

Inoltre, oggi l’Italia sostiene il Cern con assoluta convinzione, con un contributo di oltre 80 milioni di euro l’anno e gli eventi che stiamo vivendo ci confermano che si tratta di una scelta giusta e lungimirante”.

Ora, qualcuno dovrebbe spiegare alla Ministra, prima che scriva delle fregnacce, che i neutrini sono difficilissimi da evidenziare perché passano attraverso la materia come se non esistesse. Il laboratorio nel Gran Sasso l’hanno costruito “nel” Gran Sasso anche per quello, per schermarlo da tante altre particelle che attraversano la materia fino a un certo punto, lasciando i neutrini un po’ più soli e meno impossibili da rilevare. Va da sé che non c’è bisogno di alcun tunnel. Bisognerebbe spiegarle che il Traforo delle Torricelle, passante autostradale a Verona, 11 km di cui quasi 5 km in galleria, costerà almeno 300 milioni di euro. Un tunnel di 730 km con 45 milioni di euro nemmeno i cinesi riescono a farlo. Bisognerebbe spiegarle che non c’è nessun tunnel, alla fine: c’è un tunnel per arrivare al laboratorio del Gran Sasso, c’è un enorme tunnel a Ginevra, al CERN, che ospita il Large Hadron Collider, ma non esiste nessuna galleria che colleghi i due siti. Non serve, così come non sono serviti a costruirlo i 45 milioni di cui parla, che chissà dove sono finiti, invece.

E bisognerebbe spiegare agli Italiani quali sono le reali competenze di questa donna che sovrintende alle scuole, agli atenei, alla ricerca italiana.