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Bella per il suo pubblico

E’ di un’altra decadenza che vorrei parlare.

Ne hanno già parlato in tanti, non farete fatica a trovare commenti online sull’intervista. Non fate nemmeno fatica a trovare l’intervista stessa, anche perché ci penso io a mettervi il link.

Cosa ci vedo, in questa intervista, da parlarne oltre ai tanti che ne hanno già parlato?

Ci vedo sicuramente un corpo colpito dalla malattia. Facendo un confronto mentale con l’immagine dell’attrice sul palcoscenico di “Allacciare le cinture di sicurezza”, la figura di questo scricciolo di donna, dalla voce a volte forzata, dai lineamenti distorti, ne è assai lontana.

Ci vedo anche l’attrice comica che ancora coglie l’occasione, improvvisa, ammicca, e in fondo colpisce.

Ma c’è qualcosa d’altro. Uno spessore dell’anima, direi, che contrasta con, e smentisce, la debolezza esteriore. Lo spessore che tante volte ho visto in persone che si sono nutrite e si nutrono di cultura, e forse in modo ancora maggiore in coloro che la cultura l’hanno attraversata (o se ne sono fatti attraversare) da sopra il misterioso tavolo anatomico che è il palcoscenico del teatro.

Una rappresentazione plastica dell’immagine, abusata forse, ma sicuramente poco compresa, di una ricchezza interiore che permea, pervade, tracima, soprattutto quando si fa diafano l’involucro del corpo. E lascia il segno.

Sarà l’età, saranno le esperienze, saranno la formazione, la malattia: è la vita, credo, letta, interpretata più e più volte, amata nello svelarsi poco a poco non solo del futuro che diventa presente, ma anche del passato che nel presente ancora ed ancora torna ad essere.

Come vorrei fosse più facile cogliere che la signora Marchesini oggi è anche una risposta alla domanda sul senso dell’istruzione, della cultura, della ricerca e del lavoro, dell’interiorità, della moralità.

Una risposta agli antipodi rispetto al mito odierno, quello dell’uomo fisicamente efficiente nonostante l’età, combattivo ma… comicamente incapace d’autoironia, guscio vuoto d’un’anima estinta.

Grazie, signora Marchesini. Continui, la prego, a farsi bella per il suo pubblico.

Quando un piccolo sta male

Non sto pensando a niente di grave: basta qualche “linea” di febbre.

Qualche linea basta a vedere la vivacità appassire, a specchiarti in occhi arrossati, acquosi, stanchi; basta a voler accogliere con l’abbraccio più avvolgente di cui sei capace la testolina che si fa strada verso il tuo petto, le mani tese verso il tuo collo, la pelle desiderosa di un contatto.

E pagheresti qualunque prezzo per poter far qualcosa subito, per scambiare il tuo star bene col suo malanno.

Ci siamo abituati a pensare che la sofferenza non sia parte della vita, specialmente di quella dei bambini, che devono vivere nel più perfetto dei mondi inventati. Ma eccola lì, la malattia, e non sto parlando di niente di grave, di quella malattia che tutti una volta ogni tanto sperimentano, a ricordarci che il mondo fatato che i nostri bimbi frequentano è una bugia.

E’ una sofferenza che vorremmo evitare, ma non possiamo. Si dice, non so se è vero, che i bambini crescano più rapidamente durante un’influenza. Possiamo forse crescere anche noi genitori, se il loro star male ci riporta alla realtà, alla fragilità della vita, alla qualità e alla quantità del tempo e delle parole spese insieme, alla verità e alla profondità del mondo che condividiamo con loro e a cui li introduciamo.

Anche perché non c’è solo l’influenza, né per loro né per noi.