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La scala esatonica divide lo spazio delle note in due sezioni

Glinka, o delle scale sdrucciolevoli

Ginevra dice che Ermanno accetta di vedermi presto.
Dice che Manno acconsente a un incontro; infine ci riesce, Ginevra.
Manno ha intenzione di incontrarmi a breve, Ginz ne è certa.
Ha detto di sì, vuole parlarmi, finalmente, e Ginz parla del mio Manno!
Parlarci, dopo tanto tempo, Ginevra c’è riuscita, Manno ha acconsentito.
Alla fine, Ginevra convince. Ermanno ha deciso di non fuggire più.
Ginevra dice che Ermanno accetta di vedermi presto.

Mikhail Ivanovič Glinka nasce nel 1804. Effettivamente è un bel salto indietro rispetto a Čajkovskij, che è del 1840. Mikhail Ivanovič potrebbe essere il padre, se non il nonno, di Pëtr Il’ič. Vedremo che è un salto all’indietro necessario per il prossimo in avanti.

Mikhail Ivanovič studia, ma siccome in Russia l’educazione musicale è ancora agli inizi, è a Berlino che trova una formazione che lo soddisfa. Eppure torna in patria con idee rivoluzionarie: una musica nuova, tecnicamente ineccepibile, ma riconoscibilmente russa.

Ne ha gli strumenti. La sua prima opera, Una vita per lo zar (1836), è un successo enorme, di pubblico e critica. All’improvviso Mikhail Ivanovič diventa il riferimento, il padre della musica russa.

Cosa vuol dire “riconoscibilmente russa”? Questo è l’epilogo dell’opera, con l’apoteosi dello Zar. Pare facile sentire una differenza piuttosto evidente tra questa apoteosi, con coro e campane, rispetto, ad esempio, al finale di un’altra opera, che ha lo stesso stampo italiano su cui anche Glinka si è formato, ma in cui un espertissimo Rossini non risparmia nulla del suo repertorio: il finale del Guglielmo Tell (1829).

Coro e campane, ma anche armonie molto meno “filanti” al nostro orecchio rispetto alla rigorosa tenuta tonale rossiniana, che si inceppa ad arte solo quando Rossini vuol inserire una cadenza d’inganno, per giocare con le aspettative del pubblico pagante. L’alienità dell’armonia di Glinka è legata a un frasare diverso, prima di tutto per la lingua e per la sua diversa musicalità. Ma anche per una tradizione corale nata e sviluppatasi nella millenaria liturgia (della cui centralità abbiamo letto anche recentemente), testimoniata dal suono degli zvon, le campane monastiche.

Ma Una vita per lo zar, tutto sommato, è opera oggi quasi sconosciuta. Glinka è invece ancora famoso per la sua seconda opera, Ruslan e Ljudmila, del 1842, tratta da un poema giovanile di Puškin. Purtroppo per Glinka, la sua seconda non riscuote altrettanto successo della prima. E alla fine scompare dai cartelloni per lasciare, ironicamente, spazio all’opera all’italiana da cui Glinka cercava di distanziarsi.

Il fatto che manchi una vera e propria trama all’interno di un lavoro di dimensioni pachidermiche probabilmente gioca un ruolo centrale nel mancato successo. Tuttavia Glinka non perde, tra i musicisti, il suo ruolo di padre fondatore, per questo insuccesso. Ci sono almeno due motivi ulteriori, rispetto al modo di scrivere musica incorporando una tradizione propria del mondo russo.

Uno è il tema. L’idea della fiaba, dell’opera-fiaba è vincente, perché è centrale nel panorama letterario russofono il mondo fiabesco, la magia, lo sguardo infantile nei confronti dell’insolito e dell’inspiegabile. Baba Yaga per Musorgskij, Sadko ma anche il mondo arabo di Shéhérazade e di Antar per Rimskij-Korsakov, l’Uccello di Fuoco e Petrushka per Stravinskij, ma anche i famossissimi tre balletti di Čajkovskij: tutte testimonianze di una dimensione culturale di particolare presenza. Russlan e Ljudmila è l’inizio.

E poi c’è il punto matematicamente rilevante. Glinka ha imparato a comporre in modo tecnicamente ineccepibile, ma ha anche intuito dove può inserire un po’ di sabbia per far uscire qualche scintilla dall’ingranaggio della musica europea. Dove può scardinare il sistema tonale senza far troppi danni. E usa, per la prima volta in modo intenzionale e sistematico, la scala esatonica.

A differenza della scala tonale (ad esempio, la scala maggiore è fatta da una sequenza TTSTTTS di Toni e Semitoni), che essendo asimmetrica nella distribuzione di toni e semitoni caratterizza le sue note con ruoli funzionali ben precisi, la scala esatonica è fatta di soli toni: TTTTTT. Pertanto è simmetrica. E pertanto non ha un inizio o una fine, non ha una nota fondamentale, una tonica. E ce ne sono solo due, ciascuna esclusiva rispetto all’altra: le note della prima scala non appartengono alla seconda e viceversa.

Glinka deve descrivere Černomor, un mago nano barbuto che rapisce Ljudmila. Un villain della situazione. Glinka lo descrive usando questa scala, che ancora oggi sentiamo “strana”, magica, sospesa. Prima di tutto perché abolisce i riferimenti tonali, ci proietta in un mondo binario diverso da quello musicale a cui siamo abituati. Nonostante ce ne sia una sporadica e occasionale attestazione precedente in un Sanctus di Schubert, i musicisti russi chiamano questa scala gamma Černomora, perché è dal Ruslan, e dalla descrizione del nano, che inizia effettivamente la sua storia nella musica occidentale.

La troviamo oggi nella sigla dei Simpson o nella canzone (ad esempio, negli inserti di You are the sunshine of my life, di Stevie Wonder). La troviamo, un po’ più indietro, nella musica di Debussy e di altri compositori che la sfruttano senza bisogno di magia o di cattivi da descrivere: semplicemente per uscire dal mondo tonale ed entrare in un mondo geometrico, di specchi e di illusioni.

E questo fatto è tanto più significativo se si pensa che l’ouverture del Ruslan, forse la pagina più famosa di Glinka ancora oggi, inizia con la ripetizione della stessa figura ritmico-armonica nelle tre posizioni Re maggiore, Sol maggiore e La maggiore, per poi tornare al Re maggiore d’impianto. Apparentemente una professione di fede nella struttura tonale: I-IV-V-I, la base dell’armonia europea. Il gesto dell’introduzione della scala di Černomor nella stessa opera è quindi un passaggio deliberato e sovversivo. Il buon padre fondatore ha seminato un ordine diverso nella nascente musica russa.

Ecco allora la consegna da cui è nato l’esercizio di scrittura che apre questo post. Scrivi un testo di sei frasi che non abbiano alcun nesso temporale o causale, ogni frase comprensibile isolatamente. Individua sei elementi semantici ricorrenti e permutali ciclicamente attraverso le sei frasi, in modo che ciascuna prospettiva sullo stesso nucleo di significato risulti equivalente alle altre: nessuna frase deve fungere da premessa, da culmine o da conclusione rispetto alle altre.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente riguardava Čajkovskij, il prossimo Nikolaj Rimskij-Korsakov.

A proposito di Hobbit

No, non è una recensione del film di Peter Jackson. Non sono andato al cinema a vederlo, principalmente per motivi logistici. Perciò non posso parlarne.

Voglio solo ricordare a me stesso e a chi legge alcuni piccoli dettagli del romanzo che sto leggendo (per la seconda volta e dietro sua richiesta) a mio figlio di quattro anni e mezzo, dettagli che, a quanto ho sentito, il film ha un attimo perso per strada.

Il romanzo “The Hobbit  – There and back again”:

  • è stato scritto da J. R. R. Tolkien, lo stesso autore di “The Lord of the Rings”, ed è stato pubblicato diciassette anni prima del più famoso sequel;
  • ha grossomodo le dimensioni di un terzo del “Signore degli Anelli”;
  • è scritto con il linguaggio, nei toni e nelle atmosfere di una favola per bambini: ci sono parti “spaventose” (a base di troll, goblin, warg, ragni e un drago cattivello) ma vengono trattate con ironia e leggerezza; sono frequenti richiami del tipo “quello che accadde dopo, il tale personaggio se lo sarebbe ricordato fino alla fine dei suoi giorni” volti a sdrammatizzare la situazione, a disarmare situazioni potenzialmente drammatiche o pericolose per i personaggi.

Venendo al film: se ha perso questi che non sono dettagli del romanzo, ne va pesantemente della fedeltà al romanzo stesso e all’autore.

Non è la prima volta che accade, del resto. Non mi scandalizza particolarmente, anche se mi dispiace.

Così com’è, mi incuriosisce molto l’aspetto tecnico della realizzazione del film: costumi, effetti; mi interessa anche vedere come Jackson, Walsh, Boyens e Del Toro siano riusciti a espandere la sceneggiatura in modo da “riempirne” tre film, quale lettura ne abbiano dato, come abbiano salvato, se l’hanno fatto, gli elementi infantili, la priorità narrativa, l’umorismo.

Lo affronterò, quando riuscirò a farlo, come un film “basato sul”, e non come “trasposizione cinematografica del”, romanzo.

Con un poco di rammarico, come dicevo: l’operazione di trasposizione che gli stessi sceneggiatori hanno compiuto per il Signore degli Anelli mi era invece piaciuta molto.

D’altra parte dopo il successo di incassi della prima trilogia, la scelta tra un singolo film più debole e con un target di pubblico diverso e il tentativo di un bis a qualunque costo, alla produzione non dev’essere sembrata particolarmente difficile. Una scelta che tradisce, però, proprio i lettori ai quali Tolkien aveva dedicato la sua opera: i bambini.

Da parte mia, ai miei figli (anzi, al maggiore, il minore per ora si accontenta di Barbapapà) leggo volentieri il romanzo.

Sheherazade

Ieri sera guardavo un cartone (mi capita spesso da qualche tempo in qua).

Era la storia di Sheherazade, moglie del Sultano, che per non essere uccisa come ogni moglie dopo la prima notte, chiese di poter raccontare una storia alla sorellina. La prima notte. Poi di nuovo la seconda. E via, per mille e una notte.

Conclude il narratore del cartone animato: e finché Sheherazade raccontò le sue storie, a nessuna donna fu più fatto del male.

La storia della Resistenza e della Liberazione è un racconto storico, con tanti episodi leggendari, è vero, ma centrale nella storia del nostro Paese. Raccontarla oggi non è come raccontare una favola. Ma la finalità è la stessa che animava la principessa orientale: raccontare perché a nessuno capiti più ciò che è accaduto settant’anni fa.

E se ormai mille e un racconti di quella pagina sono passati, andiamo comunque avanti, continuiamo a celebrare la Liberazione del nostro Paese. Ci serve anche a sperare che altre liberazioni siano possibili.