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Illustrazioni di Manet per l'egloga di Mallarmé

Debussy, o dell’importanza di non andare da nessuna parte

Il Maestro: ha calendarizzato.
L’Arcivescovo: ha inaugurato.
Il Sovrintendente: ha restaurato.
Il Sindaco: si è pavoneggiato.
Il Presidente: ha polemizzato.
Il Magnifico: ha comunicato.
Il sottoscritto: si è informato.

Claude Debussy è qualche passo oltre, più vicino a noi rispetto a Fauré. Dove quest’ultimo si sforza, da allievo, e amico di Saint-Saëns, di modernizzare le regole del gioco della musica occidentale con qualche iniezione di antiquariato e la sua sensibilità moderna, Debussy decide che è ora di cambiare gioco del tutto.

Scale pentatoniche (ad esempio nella Cathédrale engloutie), esatoniche (in Voiles, Cloches à travers les feuilles) alternate con episodi più tradizionali o addirittura diatonici, allentano le tensioni tonali: non ci sono i mezzi toni che puntano verso la tonica e la terza maggiore: la funzione delle note non è più dettata da un sistema di regole esterne al brano, onnipresente e sempre uguale, ma è il sistema di valori interni al brano a definire tensioni, stasi, passaggi liberi e necessari.

Ogni brano è un piccolo mondo con regole proprie. Regole semplici, ma spesso ferree: la logica è quella dell’evocazione e non dello sviluppo, o della descrizione, e questo richiede una costruzione particolarmente accurata.

Un parallelo che i contemporanei hanno spesso trovato calzante, ma che mandava in bestia Debussy, è, pittoricamente parlando, con gli impressionisti. Lo faceva arrabbiare perché riteneva il termine usato a sproposito: era convinto di fare altro rispetto ai pittori del movimento di Monet, Manet e Renoir. Anche da un punto di vista cronologico, Debussy sarebbe stato un impressionista un po’ fuori tempo massimo. Sembra più sensato accostarlo alla poesia simbolista: Debussy, ad esempio, frequenta i mardis letterari a casa di Stéphane Mallarmé.

Evocare, e smettere di farlo appena prima che l’evocazione diventi presenza: potremmo dire che è questa la poetica di Debussy. E in mezzo qualche espediente nuovo e qualche perla antica. Ad esempio, nella Cathédrale, riesuma un movimento di accordi paralleli, pratica medievale poi vietata dalle sacre leggi della polifonia dal Rinascimento in avanti. Debussy infrange deliberatamente questa regola contrappuntistica per costruire i pilastri sonori della sua cattedrale sommersa, intanto che la mano sinistra, a tratti, muove il fondo con arpeggi che evocano il moto ondoso.

Un punto di contatto molto evidente con la poesia simbolista di Mallarmé riguarda l’egloga “L’après-midi d’un faune”, pubblicata nel 1876, in cui il poeta tratteggia sensazioni ed emozioni di un fauno che si sveglia dal pisolino pomeridiano pensando alle ninfe di cui si è invaghito. Non c’è trama, solo sensazioni e pensieri liberi. E Debussy, una quindicina d’anni dopo la pubblicazione (1892-94) compone un “Prélude à l’après-midi d’un faune”. Da notare: non è una resa musicale dell’egloga, non è un accompagnamento. Un preludio: un brano animato dallo stesso spirito, che dovrebbe introdurre l’ascoltatore alla lettura individuale o recitata del componimento poetico. Un contrappeso d’atmosfera.

E con l’egloga condivide anche le caratteristiche salienti: non accade nulla, non ci sono tensioni, tranne in un inciso centrale che ha qualche tratto dell’idillio romantico; gli episodi melodici sono molto fluidi e si trasformano prima di concretizzarsi in temi veri e propri. L’armonia è sospesa, quasi sempre, e la ritmica estremamente libera, ma non è saltata: il tempo conta ancora, conta i battiti ma non li scandisce.

Debussy scrive molto per pianoforte, ma il suo universo comprende anche la voce e l’orchestra. E lo fa in modo da allargare l’orizzonte della musica a programma: non solo descrizioni o narrazioni, ma anche atmosfere, simboli, evocazioni. I suoi Préludes per pianoforte hanno tutti un titolo, ma è un titolo posto tra parentesi, dopo puntini di sospensione, alla fine del brano, a posteriori. Un suggerimento tardivo per chi volesse dare una fisionomia specifica all’indefinito delle immagini che mira a suscitare.

Ecco allora la consegna del piccolo esercizio di scrittura che apre questo post. Scrivi una frase di un numero fissato di sillabe metriche (ad esempio, endecasillabi), con gli accenti dove li vuoi tu: sarà il tuo blocco. Ora spostalo: riscrivila sei volte, sostituendo ogni volta le parole piene (nomi, verbi, aggettivi) con altre della stessa categoria grammaticale, con lo stesso numero di sillabe e lo stesso accento finale, e se ci riesci gli stessi accenti anche all’interno.

La forma deve restare identica, cambiano solo i suoni e le immagini. Puoi restare nello stesso mondo, come in una pagina di titoli di giornale, oppure farlo scivolare piano piano da una riga all’altra, ma senza costruire una storia: nessuna causa, nessuna conseguenza, nessun punto d’arrivo. Prova a rimescolare le righe: se il senso non cambia, hai traslato. Leggi tutto di seguito, ad alta voce. Se senti che stai andando da qualche parte, stai sviluppando e non traslando: rifai.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente riguardava Gabriel Fauré. Quello successivo un altro francese, Maurice Ravel.

La scala esatonica divide lo spazio delle note in due sezioni

Glinka, o delle scale sdrucciolevoli

Ginevra dice che Ermanno accetta di vedermi presto.
Dice che Manno acconsente a un incontro; infine ci riesce, Ginevra.
Manno ha intenzione di incontrarmi a breve, Ginz ne è certa.
Ha detto di sì, vuole parlarmi, finalmente, e Ginz parla del mio Manno!
Parlarci, dopo tanto tempo, Ginevra c’è riuscita, Manno ha acconsentito.
Alla fine, Ginevra convince. Ermanno ha deciso di non fuggire più.
Ginevra dice che Ermanno accetta di vedermi presto.

Mikhail Ivanovič Glinka nasce nel 1804. Effettivamente è un bel salto indietro rispetto a Čajkovskij, che è del 1840. Mikhail Ivanovič potrebbe essere il padre, se non il nonno, di Pëtr Il’ič. Vedremo che è un salto all’indietro necessario per il prossimo in avanti.

Mikhail Ivanovič studia, ma siccome in Russia l’educazione musicale è ancora agli inizi, è a Berlino che trova una formazione che lo soddisfa. Eppure torna in patria con idee rivoluzionarie: una musica nuova, tecnicamente ineccepibile, ma riconoscibilmente russa.

Ne ha gli strumenti. La sua prima opera, Una vita per lo zar (1836), è un successo enorme, di pubblico e critica. All’improvviso Mikhail Ivanovič diventa il riferimento, il padre della musica russa.

Cosa vuol dire “riconoscibilmente russa”? Questo è l’epilogo dell’opera, con l’apoteosi dello Zar. Pare facile sentire una differenza piuttosto evidente tra questa apoteosi, con coro e campane, rispetto, ad esempio, al finale di un’altra opera, che ha lo stesso stampo italiano su cui anche Glinka si è formato, ma in cui un espertissimo Rossini non risparmia nulla del suo repertorio: il finale del Guglielmo Tell (1829).

Coro e campane, ma anche armonie molto meno “filanti” al nostro orecchio rispetto alla rigorosa tenuta tonale rossiniana, che si inceppa ad arte solo quando Rossini vuol inserire una cadenza d’inganno, per giocare con le aspettative del pubblico pagante. L’alienità dell’armonia di Glinka è legata a un frasare diverso, prima di tutto per la lingua e per la sua diversa musicalità. Ma anche per una tradizione corale nata e sviluppatasi nella millenaria liturgia (della cui centralità abbiamo letto anche recentemente), testimoniata dal suono degli zvon, le campane monastiche.

Ma Una vita per lo zar, tutto sommato, è opera oggi quasi sconosciuta. Glinka è invece ancora famoso per la sua seconda opera, Ruslan e Ljudmila, del 1842, tratta da un poema giovanile di Puškin. Purtroppo per Glinka, la sua seconda non riscuote altrettanto successo della prima. E alla fine scompare dai cartelloni per lasciare, ironicamente, spazio all’opera all’italiana da cui Glinka cercava di distanziarsi.

Il fatto che manchi una vera e propria trama all’interno di un lavoro di dimensioni pachidermiche probabilmente gioca un ruolo centrale nel mancato successo. Tuttavia Glinka non perde, tra i musicisti, il suo ruolo di padre fondatore, per questo insuccesso. Ci sono almeno due motivi ulteriori, rispetto al modo di scrivere musica incorporando una tradizione propria del mondo russo.

Uno è il tema. L’idea della fiaba, dell’opera-fiaba è vincente, perché è centrale nel panorama letterario russofono il mondo fiabesco, la magia, lo sguardo infantile nei confronti dell’insolito e dell’inspiegabile. Baba Yaga per Musorgskij, Sadko ma anche il mondo arabo di Shéhérazade e di Antar per Rimskij-Korsakov, l’Uccello di Fuoco e Petrushka per Stravinskij, ma anche i famossissimi tre balletti di Čajkovskij: tutte testimonianze di una dimensione culturale di particolare presenza. Russlan e Ljudmila è l’inizio.

E poi c’è il punto matematicamente rilevante. Glinka ha imparato a comporre in modo tecnicamente ineccepibile, ma ha anche intuito dove può inserire un po’ di sabbia per far uscire qualche scintilla dall’ingranaggio della musica europea. Dove può scardinare il sistema tonale senza far troppi danni. E usa, per la prima volta in modo intenzionale e sistematico, la scala esatonica.

A differenza della scala tonale (ad esempio, la scala maggiore è fatta da una sequenza TTSTTTS di Toni e Semitoni), che essendo asimmetrica nella distribuzione di toni e semitoni caratterizza le sue note con ruoli funzionali ben precisi, la scala esatonica è fatta di soli toni: TTTTTT. Pertanto è simmetrica. E pertanto non ha un inizio o una fine, non ha una nota fondamentale, una tonica. E ce ne sono solo due, ciascuna esclusiva rispetto all’altra: le note della prima scala non appartengono alla seconda e viceversa.

Glinka deve descrivere Černomor, un mago nano barbuto che rapisce Ljudmila. Un villain della situazione. Glinka lo descrive usando questa scala, che ancora oggi sentiamo “strana”, magica, sospesa. Prima di tutto perché abolisce i riferimenti tonali, ci proietta in un mondo binario diverso da quello musicale a cui siamo abituati. Nonostante ce ne sia una sporadica e occasionale attestazione precedente in un Sanctus di Schubert, i musicisti russi chiamano questa scala gamma Černomora, perché è dal Ruslan, e dalla descrizione del nano, che inizia effettivamente la sua storia nella musica occidentale.

La troviamo oggi nella sigla dei Simpson o nella canzone (ad esempio, negli inserti di You are the sunshine of my life, di Stevie Wonder). La troviamo, un po’ più indietro, nella musica di Debussy e di altri compositori che la sfruttano senza bisogno di magia o di cattivi da descrivere: semplicemente per uscire dal mondo tonale ed entrare in un mondo geometrico, di specchi e di illusioni.

E questo fatto è tanto più significativo se si pensa che l’ouverture del Ruslan, forse la pagina più famosa di Glinka ancora oggi, inizia con la ripetizione della stessa figura ritmico-armonica nelle tre posizioni Re maggiore, Sol maggiore e La maggiore, per poi tornare al Re maggiore d’impianto. Apparentemente una professione di fede nella struttura tonale: I-IV-V-I, la base dell’armonia europea. Il gesto dell’introduzione della scala di Černomor nella stessa opera è quindi un passaggio deliberato e sovversivo. Il buon padre fondatore ha seminato un ordine diverso nella nascente musica russa.

Ecco allora la consegna da cui è nato l’esercizio di scrittura che apre questo post. Scrivi un testo di sei frasi che non abbiano alcun nesso temporale o causale, ogni frase comprensibile isolatamente. Individua sei elementi semantici ricorrenti e permutali ciclicamente attraverso le sei frasi, in modo che ciascuna prospettiva sullo stesso nucleo di significato risulti equivalente alle altre: nessuna frase deve fungere da premessa, da culmine o da conclusione rispetto alle altre.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente riguardava Čajkovskij, il prossimo Nikolaj Rimskij-Korsakov.