Il capo non comunica.
Ivan, il nostro capo e riferimento, manda un messaggio in cui non c’è scritto nulla.
Una trappola, certamente. Ma il capo, oltre alla trappola, non sembra avere un piano. O se ce l’ha, non ce lo dice. Non me lo dice.
Non lo dice a me. Non dico il capo, ma nemmeno l’ispiratore, il mentore, l’amante. Il compagno. Non lo dice nemmeno a me, in nessuna delle sue qualità.
Il capo non comunica con il resto del suo corpo. E forse ci ho messo un po’ troppo tempo ad accorgermene.
Eppure qualcuno ha parlato, ha comunicato. Secondo me è da lì che Ivan ha smesso di fidarsi. Non comunica più.
Nemmeno con me? A questo punto, no, nemmeno con me, se è solo ora, incaricata di una missione inutile, che mi accorgo che non so dove ci sta guidando.
Me l’ha detto lui, questo sì, che la lettera non conteneva messaggi. Ma qualcosa doveva dirmi. Non è solo il mio capo. Io sono qualcosa in più per lui. Non poteva non dirmi qualcosa.
Il capo ha smesso di comunicare. Cosa vuol dire?
Abbiamo rinunciato? Direi di no. Ce l’avrebbe detto, quello sì. Avrebbe tenuto compatto il gruppo, per il prossimo incarico.
No, il capo è rimasto il capo. Ha preso tutto sulle sue spalle. Non ha detto nulla a nessuno perché non si fida.
Nemmeno di me? Impossibile. Ivan sa che di me si può fidare fino in fondo. Non ha dubbi. Ha smesso di comunicare perché…
Perché sa di non tornare. Perché sa che il capo che prende tutto sulle sue spalle non ha vie di ritorno. Non ha più bisogno di noi. Non comunica perché non è più il nostro capo.
Non è stato un addio. Lo rivedrò. Ma se fosse stata l’ultima volta, il capo non mi avrebbe detto addio. Non comunica. Non mi avrebbe fatto capire.
Forse è stato un addio. Forse il messaggio vuoto, senza comunicazione, non è per il destinatario, ma per levarmi dal campo. Come faccio a saperlo? Non mi ha detto nulla.
Forse è un messaggio per me. Il capo tace, il mentore mi dice di sparire, se sono in grado di capirlo. Sono in grado di capirlo?
Il messaggio senza comunicazione deve arrivare a destinazione, dice il capo. Ma Tam deve stare attenta. Perché il capo non parla più, non le parla più.
Tam non torna a casa stasera. E Tam non cercherà il contatto a cui dare la lettera. E Tam non si farà beccare, caro, caro Ivan. La lettera in cui non dici nulla raggiungerà l’obiettivo, ma per un’altra strada. So come fare. Questo pezzettino lo decido io. D’altra parte, il capo non comunica.
“Tapiola”, op. 112, è un’opera di Sibelius che vale la pena menzionare in questo percorso per almeno due motivi.
Quello musicale per primo. Si tratta di un poema sinfonico, quindi dovrebbe rappresentare qualcosa. L’idea viene da una citazione che il sessantenne Sibelius fa apporre alla partitura:
Sorgono ampie le foreste del Nord nel loro sogno antico,
dentro vi dimorano i cupi spiriti dei boschi;
fantasmi tessono nell’ombra risposte segrete,
e un potere immenso si cela nel buio primordiale.
Tapio è lo spirito protettore delle foreste della mitologia finnica del Kalevala. Questo poema sinfonico parla della natura primordiale, della foresta nordica impenetrabile e preesistente rispetto alla presenza umana.
Sibelius interpreta questo concetto in senso radicale. Non c’è una descrizione pittorica, uno stereotipo umanizzante, la luce tremula tra le foglie, il suono della pioggia. Manca ciò che l’orecchio umano riconosce come musica nei suoni del bosco.
C’è, invece, la vita. Quattro note sono il seme generatore di venti minuti di musica. Tutto nasce da lì, come da un seme vegetale. Ogni combinazione, ogni frase, ogni trasformazione, è di quel seme di quattro note. La descrizione della foresta non come dato sensoriale, ma come fatto genetico.
Ovviamente la musica poi risulta autosimile: nasce tutta dallo stesso germe.
Il secondo motivo è più aneddotico, ma forse ha anche una profonda base musicale.
“Tapiola” è l’ultima opera di Sibelius. L’ultima che pubblica, all’apice della gloria in patria e all’estero. E non perché poi muore. A “Tapiola” seguono alcuni anni di promesse, ma in definitiva trent’anni di silenzio.
Alcuni anni di promesse perché diverse persone, direttori ed editori, gli chiedono un’Ottava sinfonia. Lui pare ci lavori, ma il perfezionismo e il peso delle precedenti sette conducono, probabilmente, il manoscritto alla stufa accesa piuttosto che alla pubblicazione. E dalla metà degli anni Trenta fino alla morte nulla più. Perciò, dal 1926 (pubblicazione di “Tapiola”) al 1957, anno della morte, silenzio assoluto, musicalmente parlando.
Questo periodo è detto il “silenzio di Ainola”, dal nome della tenuta di Järvenpää dove vive con la moglie Aino. Silenzio musicale che si apre, se vogliamo simbolicamente, con la foresta primordiale, priva di musica, ma ricca di vita, di “Tapiola”.
Ecco allora la consegna del lavoro di scrittura che apre il post. Scegli una frase di quattro parole che contenga una tensione interna: due parole che si attraggono e due che si respingono, oppure un soggetto e un’azione che non sembrano compatibili. Questa è la tua cellula. Scrivi un testo di almeno una pagina in cui ogni frase, ogni immagine, ogni svolta narrativa nasca esclusivamente da quella cellula: per espansione, per frammentazione, per sovrapposizione, per inversione. Non puoi introdurre idee esterne: tutto deve essere già contenuto nelle quattro parole di partenza. Alla fine, torna alla cellula originale, ma in un contesto in cui pesa diversamente da come pesava all’inizio.
Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente era ancora su Sibelius. Il successivo riguarderà Pjotr I. Čajkovskij.