Archivi autore: Alessandro Allegri

matematica tra le note

Tra cerchi e radici: matematica tra le note

Da diverso tempo volevo scrivere qualcosa sui legami tra matematica e musica, da esperto della prima con qualche rudimento della seconda. L’occasione mi è offerta da un lavoro che ho svolto per testare le capacità di diverse piattaforme IA. Questo è diventato il primo di una serie di post che ho raccolto in questa pagina.

Mi sono reso conto che non c’è inizio migliore che parlare delle note. Do, Re, Mi… quelle.

Gli scrittori antichi che ci tramandano notizie sui cosiddetti pitagorici raccontano storie di corde. Ossia della scoperta che l’armonia dei suoni si ottiene suddividendo corde secondo numeri interi e rapporti semplici (a metà, a due terzi, a tre quarti…). Pare che questo abbia avuto una rilevanza notevole nella formulazione della teoria pitagorica del tutto è numero.

Una corda come unità di misura

Immaginiamo uno strumento con una corda lunga “1” (metro? piede? non importa: è la corda lunga 1, l’unità di misura). Quando la “suoniamo” otteniamo una certa nota (diciamo un Do). Se blocchiamo la corda a metà e la suoniamo otterremo un altro Do, solo più acuto (un’ottava sopra). Stoppando la corda a \frac{2}{3} della lunghezza otterremo un Sol (una quinta sopra la nota di partenza). Bloccandola a \frac{3}{4} un Fa (una quarta sopra la nota di partenza).

Il Do alto è una quarta sopra il Sol, che, a sua volta, è una quinta sopra il Do basso. Se prendo la corda lunga \frac{2}{3} (Sol) e la stoppo ai suoi \frac{3}{4} (una quarta sopra), avrò stoppato la corda di partenza ai suoi \frac{2}{3}\times\frac{3}{4}=\frac{2}{4}, ossia a metà. Il Do alto, appunto.

Questi “quarta” e “quinta” vengono da un modo bizzarro di contare i gradi della scala, che conta pure gli estremi: Do, Re, Mi, Fa: sono quattro, una quarta.

In realtà, facendo qualche calcolo, a chi ha studiato queste cose è venuto in mente che di gradi ne usiamo un po’ di più. Perché, ad esempio, tra Fa e Sol si può immaginare una nota intermedia. In realtà se ne possono immaginare infinite, di note intermedie. La nostra musica occidentale ne mette due, o una sola.

L’uso occidentale è quello di dividere l’ottava in dodici semitoni, e una scala (anche qui ci sarebbe tanta matematica: di scale ce ne sono di tanti tipi diversi, a seconda dell’assortimento di toni e semitoni) ne usa solamente alcuni, tipicamente sette più l’ottavo che è come il primo, solo un po’ più su.

Calcoliamo le lunghezze?

Bellissimo, vero? Tutte le note spiegate in termini di frazioni semplici… un modo meraviglioso per vedere la matematica all’interno dell’armonia, o l’armonia all’interno della matematica, come preferite. Ma una matematica semplice: quella delle frazioni!

Procediamo di quinta in quinta salendo, moltiplicando ogni volta per \frac{2}{3} la lunghezza della corda precedente (nel grafico, numeri in rosso). Inoltre, moltiplichiamo per 2 quando la corda si fa troppo corta e il suono diventa più acuto del Do alto che prendiamo come limite superiore. Contemporaneamente, procediamo per quinte discendenti, moltiplicando ogni volta per \frac{3}{2} (nel grafico, numeri in viola), e, nel caso otteniamo un numero maggiore di 1, dimezziamo salendo di un’ottava.

Le righe colorate vanno lette in sequenza dall’alto verso il basso. La sequenza rossa di quinte ascendenti parte dal Do basso, raggiunge il Sol, poi il Re (alto, che viene abbassato raddoppiando) etc. La sequenza viola di quinte discendenti parte dal Do alto, raggiunge il Fa, quindi il Si bemolle (sotto il Do basso, che viene alzato dimezzando) etc. Nell’ultima riga, in nero un valore approssimato ai centesimi della lunghezza della corda, se la corda di Do basso è lunga esattamente 1: come si vede Fa# e Sol bemolle non sono esattamente identici, in questa costruzione.

Così dovremmo raggiungere tutte le note, almeno le 12 note che vediamo in una tastiera del pianoforte. La sequenza rossa dovrebbe essere questa. Do – Sol – Re (abbassiamo) – La – Mi (abbassiamo) – Si – Fa# (abbassiamo). Quella viola: Do (alto) – Fa – Sib (alziamo) – Mib – Lab (alziamo) – Reb – Solb (alziamo). A questo punto dovremmo chiudere il cerchio, se Fa# e Sib sono la stessa nota, come siamo abituati a pensare.

Il problema

Iniziate a vedere il problema? Ogni salto di quinta verso l’alto si ottiene moltiplicando il numeratore per 2 (o per 4, se contemporaneamente scendiamo di un’ottava) e il denominatore per 3. Ogni salto di quinta verso il basso, invece, si ottiene moltiplicando il numeratore per 3 e il denominatore per 2 (o per 4, se contemporaneamente saliamo di un’ottava). Alla fine, il Fa# dovrà avere a denominatore una potenza di 3, mentre il Solb una potenza di 2. Non c’è modo che due frazioni fatte così possano essere uguali.

Il cerchio non si chiude. E’ un problema? Non lo è per quegli strumenti in cui l’intonazione è decisa dall’orecchio del musicista: la nota la prende dove gli serve su una tastiera senza tasti (come quella di un violino) che gli permette di scegliere in una continuità di lunghezze possibili. Ma in uno strumento che ha una corda per ogni nota, è necessario sapere esattamente se la corda è lunga come un Mi# o come un Fa, se con una lunghezza di 0,74 o di 0,75, perché questa è la differenza.

Ecco che la scoperta dei cosiddetti pitagorici (quella dei rapporti semplici secondo numeri interi) funziona molto bene localmente, vicino alla nota centrale usata come riferimento, ma via via diventa complicata e approssimativa allontanandosi da questa.

L’alternativa

C’è un’alternativa. E richiede la rinuncia ai numeri razionali: ognuna delle 12 note successive al Do che ha una corda lunga “1”, ha una lunghezza di \frac{1}{\sqrt[12]{2^n}}: ad esempio la corda del Fa è lunga \frac{1}{\sqrt[12]{2^5}}\approx 0,749, molto vicino a 0,75 del Fa pitagorico; oppure quella del sol è \frac{1}{\sqrt[12]{2^7}}\approx 0,667, anche questo molto vicino ai \frac{2}{3} del Sol pitagorico.

Questa dei numeri irrazionali è una strada che mai i pitagorici avrebbero potuto intraprendere. Ci sono almeno due versioni diverse sulla brutta fine che capitò al pitagorico Ippaso di Metaponto, colpevole di aver scoperto l’incommensurabilità della diagonale e del lato del quadrato, ossia di aver dimostrato che esistono rapporti non esprimibili come frazioni (irrazionali). E infatti è l’aristotelico Aristosseno di Taranto, a suggerire l’idea, poi sviluppata tra il 1500 e il 1800, del temperamento equabile, che prende piede in modo ampio solo nel 1900 (dell’era cristiana). In mezzo, sia in senso temporale che di sfumatura, diversi tentativi di “buoni temperamenti”, cioè di sistemazioni delle note in modo da avere 12 semitoni in un’ottava, anche se con rapporti non tutti identici, ma che consentono, comunque, di suonare in tutte le tonalità (cosa impossibile nel pitagorico), spesso donando a ciascuna di esse una particolare coloritura (cosa che non avviene nell’equabile).

lunghezze delle corde nel temperamento equabile
Lunghezze delle corde secondo il temperamento equabile. Nell’ultima colonna i valori approssimati al centesimo. Come si vede le differenze sono piccole, talvolta sembrano non esserci. Tuttavia i valori di questa figura sono irrazionali, a differenza di quelli della figura precedente.

Questione d’orecchio

Non si tratta di questioni di lana caprina. Né dal punto di vista matematico, né da quello musicale.

Dal secondo, il cosiddetto comma pitagorico, cioè la differenza tra i punti di arrivo della costruzione del cerchio delle quinte secondo il temperamento pitagorico, è di quasi un quarto di tono, perfettamente all’interno delle capacità risolutive dell’orecchio umano. Questo agli estremi: per le posizioni intermedie comunque chi suona dice che la differenza tra i vari temperamenti si sente.

Effettivamente ci sono dei fenomeni fisici che in certe condizioni si verificano se le frequenze delle note non sono perfettamente multiple, i battimenti. Ad esempio, in questo video si può apprezzare, prestando attenzione e ascoltando più volte, le diverse vibrazioni prodotti da intervalli temperati in modo diverso. Gli intervalli di quinta, o di terza più o meno stretti caratteristici di questo o quel temperamento significano esperienze auditive diverse, una diversa resa dell’interazione tra strumenti e timbri diversi, una diversa fedeltà a ciò che coloro che quella musica l’hanno scritta o ascoltata per la prima volta hanno sentito davvero, visto che c’è una storia dietro ai diversi temperamenti.

Dal primo punto di vista, è un esempio abbastanza lampante delle diverse caratteristiche di numeri razionali e irrazionali, del loro emergere nella vita quotidiana, del fatto che, indipendentemente da come consideriamo i numeri, se li vediamo cioè come proprietà realmente presenti nel mondo che ci circonda, o come, invece, utili strumenti che la mente usa per rappresentare quello stesso mondo, essi ci interpellano anche in uno dei campi apparentemente più lontani dal rigore che solitamente riguarda la matematica, e lo fanno mettendosi i panni di veri e propri guastafeste, che ci impongono di scegliere cosa vogliamo salvare e in che misura: la simmetria di una struttura equa e ben misurata, e irrazionale, o la gradevolezza di un sistema perfettamente armonico, ma non dappertutto.


Questo post fa parte della serie La matematica della musica. Il prossimo post della serie riguarda Hildegard di Bingen.

compilation 1971

Compilation 1971 – Repost

Non parlavamo di compilation, ma del mio anno di nascita, appunto il 1971, e Luca l’ha beccata subito, venerdì scorso, quando ho chiesto in classe: “sapete quale grandissima canzone è uscita in quell’anno?”.

Mi sono però ricordato che, tanto tempo fa, ne avevo trovate tante di canzoni meritevoli (una ventina, anzi di più, ma poi la scelta si è ristretta per i miei gusti selettivi).

Li trovate nel post “Compilation 1971“, del 4 settembre 2012. Tredici anni e mezzo fa.

Poi se avete voglia di aggiungere altri suggerimenti, li possiamo vagliare. Del resto, dal 2012 a oggi i gusti cambiano, magari non sono più così selettivo.

coltivazioni, colline, col cielo in sottofondo

Malesseri speciali – Tra passeggiate terapeutiche e cambiamento

Mi innervosiscono i semafori e gli stop, e la sera ritorno con malesseri speciali.

(F. Battiato)

Con il bel tempo e l’esplosione dei pollini è finalmente arrivato il tempo delle mie passeggiate.

Terapeutiche perché sono l’unico modo in cui riesco ad impegnarmi a svolgere qualche genere di attività fisica. Ecco non iniziate adesso a contattarmi: probabilmente ho provato anche quell’arte marziale/attività da palestra/gusto di yoga che avete in mente, e probabilmente mi è pure piaciuta, ma quando poi si è trattato di praticarla con una certa costanza, probabilmente è bastata un’inezia concomitante a cancellarla dall’agenda, spesso in modo rapidamente definitivo. Ormai alla mia età posso dire: sono fatto così. Mi accetto.

La passeggiata no: complice anche Moglie, che non disdegna, anzi spesso istiga, quella rimane. Oddio, rimane se non piove, se non ci sono meno di sedici gradi percepiti venti, o non più di trenta.

Credo che un’altra complicità sia quella dei luoghi. Abitare a cinque minuti a dal bosco, a dieci dal parco fluviale o dal parco pubblico, dovrebbe essere rilevante in questo fenomeno.

Ecco, per Battiato i malesseri speciali sono quelli dei semafori e degli stop. Io li porto a casa dopo le mie passeggiate, soprattutto dopo quelle un po’ scriteriate da sette chilometri senza preavviso.

Il gluteo che tira, il tarso che si ritrae, il ginocchio che punge, il naso che si liquefa… questi sono i miei malesseri speciali, a cui alla fine sono anche affezionato. Ne farei a meno, eh, ma si sopporta, finché si sopporta.

Terapeutiche, dicevo, e non soltanto perché mi consentono di buttar giù quei ventidue grammi, di cui ventuno d’acqua. C’è una cosa che è impagabile, ed è l’osservazione del cambiamento in corso.

Il cambiamento è. Non posso dar torto ad Eraclito quando passeggio per la campagna. Da un giorno all’altro il cambiamento mi sorprende. E se per caso mi venisse voglia di dire “sì, ma ogni anno è la stessa storia che si ripete”, sono loro, i malanni speciali, a smentirmi subito. Sono io, che da un anno all’altro sono cambiato.

Che tenerezza, quelli che si oppongono al cambiamento perché il meglio è dietro di loro. E che tristezza, quelli che gli corrono incontro convinti di trovarvi il meglio.

La mora che ieri era acerba e oggi è matura, l’erba che spunta tra i solchi, il dente di leone che sfiorisce, la ruggine sul palo dei semafori e degli stop che oggi è caduta a terra, la sciatica che ieri appena avvertivo e che oggi è molto meno discreta: è tutto questo l’oggi della passeggiata, degli occhi aperti, forse anche della fotografia da portare a casa.

L’oggi di un camminare insieme, a volte in silenzio, a volte progettando un futuro, o commentando un passato, in un farsi presente che amo.

La mistica dell’albero imperfetto

Fare per imparare

C’è una dimensione quasi mistica nel fare. In un certo tipo di fare.

Nel fare per imparare, per la precisione. Nel fare per la curiosità, ma anche per la sensazione di migliorare se stessi… beh, me stesso; parlo di me.

Mistica perché da un lato mi mette nella condizione di vedere, capire, scorgere magari non da vicinissimo, ma certamente più da vicino che non semplicemente ammirando, cosa possa significare davvero il termine capolavoro.

E dall’altro, e forse ancora di più, perché mi mette nella condizione dell’artigiano paziente, che impara un’arte, una pennellata alla volta, una nota dopo l’altra, parola per parola, nella grande, miracolosa consapevolezza di non avere la responsabilità di crearlo davvero, un capolavoro, perché quel destino è sempre accompagnato da doni che evidentemente non posseggo.

Ed è liberante. Non la mediocrità, perché la mediocrità è di chi critica senza muovere un dito. E’ liberante perché mi apre gli occhi, mi allena muscoli, e mi fa sentire la freschezza di una creatività gratuita e comune, di tutti.

Ricordo a scuola, per quanto mi piacesse stare ad ascoltare alcuni dei miei prof, per quanto mi interessassero alcune delle loro lezioni, il momento sfidante, di difficile soddisfazione o di scontro con i limiti che dovevo superare, erano le produzioni: il tema, la traduzione, il compito in classe di matematica. Momenti che poi mi stimolavano, talvolta, ad andare oltre, a tradurre il brano successivo per capire che fine faceva Giugurta, o a risistemare uno scritto per come lo ricordavo e per come avrei preferito, con più tempo e meno pressione, formularlo, esprimerlo o risolverlo.

Forse uno dei grandi limiti della nostra scuola è proprio questo: tante idee già adulte e poche opportunità di vederle nascere e crescere.

Credo, tra l’altro, che questo sia un delitto nei confronti dei nostri giovani: perdiamo credibilità e autorevolezza con loro proprio su questo campo. Che è quello di saper giocare con loro con regole sulle quali possono essere più bravi di noi vecchi. Sulle idee neonate, sul muovere dita e mani, sulla creazione, se noi adulti non siamo abituati, son più bravi loro, fino a quando non li plasmiamo per essere come noi, critici spesso livorosi e senza talenti.

Ho dipinto un albero: non è particolarmente bello, non è un Raffaello, e nemmeno un Garpez. Non l’ho fatto per il voto, per i like. Volevo capire come si fa, come si può fare. Ne dipingerò ancora, probabilmente; alcuni saranno migliori di altri, nessuno un Raffaello, e probabilmente nemmeno un Garpez. Sicuramente migliore sarò io, e non solo come pittore.

venerdì santo, gli English Baroque Soloists e il Monteverdi Choir con la Johannes Passion al Pesti Vigadó

Il precipitare del tempo – Venerdì santo e Johannes Passion

Se c’è qualcuno che deve tutto a Bach, quello è proprio Dio.

(E. Cioran)

Herr, unser Herrscher dessen Ruhm
in allen Landen herrlich ist!
Zeig’ uns durch deine Passion,
dass du, der wahre Gottessohn,
zu aller Zeit,
auch in der grössten Niedrigkeit,
verherrlicht worden bist.

(Johannes Passion BWV 245, 1. Herr, unser Herrscher)

C’è, nelle prime note, una tensione che porta a quello, al precipitare del tempo. Il continuo con le viole battono gli ottavi quattro a quattro. I violini obbediscono, legando quattro a quattro i sedicesimi. Gli oboi creano e risolvono dissonanze di semitono in semitono spingendo le armonie verso regioni remote. Il coro presto le riempie: ondate di ottavi e sedicesimi.

Un incedere inesorabile, un orologio che, anch’esso con intensità oscillante, non smette di ticchettare.

Ha commentato #1, che ha voluto esserci: bellissimo, ma un po’ “alto” per le sue conoscenze musicali. La barriera linguistica (sia delle lingue naturali che musicali) gli ha reso difficile ciò che invece Eszter ha sentito con evidenza: ha pregato dal primo all’ultimo minuto.

Alle tre di pomeriggio, quando la terra trema e il velo del tempio si squarcia e l’orologio di Bach va a fermarsi. E’ lì che punta inarrestabile e con una regolarità che lascia senza fiato.

Lo stesso testo liturgico della celebrazione (anche cattolica) del venerdì santo, inframmezzato da preghiere e commenti. Il tutto nella più limpida e intima forma di cui un Bach quasi quarantenne è capace.

E il dominio del tempo, di questo tempo che avanza incurante delle vicende umane, finché deve scontrarsi con l’irruzione del divino, è anche dettato dagli strumenti antichi dai timbri caldi e dalle dinamiche imperfette, se la perfezione è quella algida delle riproduzioni digitali.

Un regalo, il biglietto per questo meraviglioso spettacolo, nella notte del venerdì, la notte in cui la musica non ha altro motivo se non accompagnare l’anima di chi ascolta, con la sua complessità e la sua dipendenza dal tempo, attraverso le ultime ore dell’uomo di Nazaret.

Grazie a Johann Sebastian, che ha pregato scrivendo per portarci là dove il tempo s’arresta. Grazie agli English Baroque Soloists e al Monteverdi Choir, che questa preghiera l’hanno svolta e apparecchiata, mettendo in luce tutte le corrispondenze tra struttura musicale e testo, tra forma e contenuto.

E grazie, grazie! ad Akos per i biglietti.

(Non so quanto durerà il link, ma qui c’è la pagina ufficiale della serie di rappresentazioni. Peter Whelan presenta il lavoro. E si c’è anche l’intera playlist…).

riprendendo in mano la china: inchiostro e pennino per una scrittura d'altri tempi

Nero e non per caso – Riprendendo in mano la china

Mi metto in viaggio (da bravo)
Pellegrinaggio
Ma non a Santiago
Vado a China Town.

(Caparezza, China Town)

Dalle medie non usavo questo flagello nerissimo. Il prof. Nasuti ce l’aveva fatto comprare, e il compasso coi pennini. E subito avevo, avevamo dovuto imparare che non c’è scampo: la china vuol dire bene al primo colpo, oppure ricominciare daccapo.

Ma che bello questo abisso fluido, cenere e carboni liquidi, che diventa, se impari a domarlo, parole, forme e contorni al colore, specialmente a quelli che nuotano nell’acqua che la china disdegna.

Di recente ho visto qualcuno usarla, con maestria e leggerezza, per giocarci, provare, disegnare. Non rigore tecnico (su cui capisco il matrimonio con un mezzo indelebile e irrevocabile: c’è una verità, ci sono regole, un’oggettività da rappresentare), ma creatività assistita da fili neri che si avvolgevano come si avvolgono le mie volute blu di stilografica cancellabile, ma senza rete questa volta. Una creatività sorretta da un uso magistrale, ma pur sempre esposta al rischio dell’errore irreparabile, e quindi ancor più coraggiosa.

Credo che sia il mezzo perfetto per sorreggere le parole che mettiamo sul bianco, perché con loro condivide la forza espressiva della negazione dello sfondo muto su cui si staglia: è vero che non si può non comunicare, nemmeno col silenzio, ma hai scritto, hai detto qualcosa, e questo è una frattura nel silenzio. E ciò che viene scritto, detto entra, se non è superficiale, nelle fratture dell’anima, dove può lasciare, se superficiale non è, un segno indelebile.

E così per poche lire ne ho preso un vasetto, e, avendo ritrovato da qualche parte il pennino, l’ho provato. Finora ciò che sono riuscito a scrivere è la mia firma (o la mia sigla, per essere precisi) sotto qualche macchia di colori ad acquerello. E non è stato facile, per me mancino, scegliere il pennino che mettesse d’accordo l’inchiostro, la punta sottile e la carta ruvida.

D’altra parte, è così: è spesso difficile mettere d’accordo chi è un po’ ruvido, chi è appuntito. E lo è sempre se c’è qualcuno che pretende di comunicare con in mano un incendio.

Come al solito, c’è bisogno di pratica. Per arrivare a portare a spasso linee essenziali, necessarie, immediate, che non hanno bisogno di gomma o di ritocchi. Per arrivare a metafore che si specchiano sulla pagina e restano impigliate per sempre nei crepacci che vi trovano, e che sono lettere, scarabocchi, contorni: segni di vita intelligente deliberatamente ostentata.

copertina de "La buona novella" di Fabrizio De Andrè, opera riproposta da David Riondino in una serie di spettacoli nelle piazze d'Italia

Una Buona e una meno buona novella – David Riondino e Fabrizio De Andrè

Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.
Non fossi stato figlio di Dio
T’avrei ancora per figlio mio.

(Tre madri, La Buona Novella)

La “Buona Novella” di Fabrizio De Andrè era già uscita quando io sono nato. Ma in casa mia non è mai passata: solo quella canonica dell’Autore Originale, quella bastava e avanzava.

L’ho scoperta tardi, negli anni 2000, salvo qualche anticipo negli anni ’80, credo grazie ai canzonieri estivi che talvolta riportavano Il testamento di Tito.

E’ con la Buona Novella che ho scoperto De Andrè, i suoi testi ricchi e complessi, ritratti di un’umanità minore, ma essenziale e incomprimibile. E le sue canzoni, che a queste parole di poesia aggiungono la qualità musicale di autori ed esecutori maestri del loro mestiere.

Ho letto, ascoltato, cantato La Buona novella come intraprendendo un viaggio che aggiunge una possibile profondità alle icone dorate della narrazione evangelica. La profondità di storie (non inventate di sana pianta, ma tratte dagli apocrifi) che girano intorno a un Cristo che qui non parla e quasi non si vede nemmeno, e che svelano invece la qualità umana di coloro nelle cui vite è parlante e presente. De Andrè silenzia l’assordante voce di chi si riempie la bocca di Cristo, e persino il cuore di quella buona novella, la risurrezione; tra coloro che l’hanno incontrato va a cercare i compagni d’umanità di quel crocifisso.

L’occasione in cui mi capitarono in mano testo e musica fu uno spettacolo che il coro in cui cantavo ebbe a preparare. Era, credo, il 2004 e insieme al corpo bandistico del nostro paese, mettemmo in scena la Buona Novella. Si trattava di un tour e di un progetto ambizioso, ma, trovo, molto appassionante: portare quei testi e quelle musiche, dal sapore popolare e laico, nei paesi, farli diventare patrimonio di comunità locali, della gente in piazza.

Anima del progetto era David Riondino. Ancora in questi ultimi anni continuava a proporlo in giro per l’Italia, a bande e corali di paese, per portare nelle piazze questo Cristo paesano.

La novella meno buona è che Riondino ci ha lasciato ieri. Grazie David.

classi più piccole

Classi più piccole?

Ci sono diversi vantaggi, effettivamente: meno verifiche da correggere; meno orali; meno confusione in classe, meno necessità di ripetere una spiegazione.

E già così basterebbe. Ma si può rilanciare, se si vuole davvero provare a immaginare una scuola diversa, con classi più piccole, cioè con meno studenti per classe.

Più occasioni di valutazione (visto che sono meno dispendiose), anche più informali, più flessibilità nell’uso degli spazi e dei tempi (ce n’è di più a disposizione…), più attenzione, se si vuole, agli stili di apprendimento di ciascuno.

Verissimo: “ai nostri tempi” nessuno aveva attenzione agli stili di apprendimento, e “noi” ci siamo saltati fuori. Ma quanti altri no? E quanti nostri studenti, oggi, vivono una situazione psicologicamente salda, socialmente sicura e rassicurante come quella che abbiamo vissuto “noi” che ci siamo saltati fuori?

Ecco, magari anche più cura da dedicare a loro, a ciascuno di loro, guardandoli negli occhi, scoprendo cosa li fa brillare e cosa li appanna, questi occhi che comunque abbiamo sempre addosso, anche quando non ce li sentiamo.

Io credo che non ci siano alternative. Non è una questione di pedagogismi: anche l’apprendimento non funziona più (ma ha mai funzionato così?). La cura per il benessere non è buonismo, è la condizione perché gli studenti di oggi, che forse sono irrimediabilmente diversi da come eravamo noi sopravvissuti (forse) alla scuola degli anni ’70 e ’80 portino a casa qualcosa che non sia rifiuto di noi adulti, dei nostri significanti e dei nostri significati. Se crediamo che le nostre materie abbiano ancora qualcosa da dire, dobbiamo essere capaci di tradurle in una nuova lingua. Una lingua comprensibile oggi, che parli di attenzione a chi le deve imparare, che faccia scoprire sensi dove nessun altro glieli mostra più.

Meno studenti per classe vuol dire anche questo:

  • vuol dire che i nomi li imparo a settembre e non ad aprile;
  • che se voglio sedermi di fianco a Gloria, c’è la sedia, c’è il tempo, ci sono le parole da dirle, e soprattutto c’è il suo volto nella mia memoria, ben chiaro e non annegato in mezzo ai giochi di prestigio da inventare per tenere a bada la sua classe intanto che le dedico un minuto di sfuggita;
  • che se i genitori di Kevin mi chiedono una mano, riesco a ricordarmelo;
  • che se Giacomo prende un’insufficienza, sono lì ad aiutarlo a recuperarla, ho la possibilità di offrirgli una seconda chance, e magari una terza;
  • che magari riesco anche a far capire a Leti che le possibilità date ad altri non sminuiscono la sua bravura, visto che lei c’è arrivata subito;
  • che forse tutti insieme possiamo ripensare il core business di questo mostro chiamato scuola, che dovrebbe fare innamorare tutti delle cose più belle, ma invece tanti lapida fino allo stordimento con numeri privi di reale fondamento e vuoti di futuro.

Certo, è un investimento: costa. Come dicono benissimo Enrico Galiano, Federico Benuzzi e altri colleghi “social” le cui idee spesso mi trovo a condividere, ci vorrebbe l’onestà da parte dei nostri governanti – sono bipartisan qui, eh? – di dire “la scuola ci sta a cuore”, oppure “no, la scuola non ci interessa, non è tra le nostre priorità”. Per me è prioritario investire su classi che possano essere luoghi di persone più significativi, più caldi, più legati e più trasparenti. La cronaca ce lo ricorda. E questo costa. Ma non farlo, secondo me, costa di più. E la cronaca ci suggerisce anche questo.

Interessante Assistenza dell'IA come mentore

Interessante Assistenza – Un’IA come mentore

Non voglio far propaganda, beninteso. Anche perché poi dovrei tirar fuori i sensi di colpa nei confronti dei disastri ambientali che i miei quindici token causano.

Poi però penso che c’è gente che ci ha pianificato una guerra, con l’IA, e poi l’ha anche fatta davvero. Quindi scusate, i miei disastri ambientali mettiamoli un po’ in prospettiva.

Io non so se è un nemico da conoscere o un amico da imparare a frequentare. Forse anche queste categorie potremmo aggiornarle… un libro stampato sarà stato amico o nemico per il copista amanuense? Chiederemo a Barbero, se proprio non riusciremo a dormirci di notte.

Io la sto usando. Sto imparando: prima di tutto perché imparare è il mio mestiere. Perché sono curioso, altra mia professione di fede. Perché credo che possa essere utile, e una volta tanto mi capita di dedicarmi a qualcosa che può fregiarsi di questo (nel mio ambiente più altezzosamente vituperato che apprezzato) aggettivo.

“Mi proponi qualche esercizio da principiante nella nobile arte della pittura ad acquerello?” “Mi correggi queste bozze?” “Ma questa affermazione è vera? Mi trovi le fonti?” “Mi metti questo appuntamento in calendario?” “Sto organizzando una gita a XY, mi dici cosa c’è di interessante da fare o da vedere?”

Spesso con un “per favore”, inizialmente per buona educazione. Ma poi anche perché quando incontri qualcuno con cui parli, discuti, trovi mediazioni, qualcuno che sai che ne sa molto più di te, anche se magari non è così bravo a fare sintesi, ti viene anche naturale trattarlo bene.

Io trovo che mi sia utile anche solo per schiarirmi le idee. Sapere cosa chiedere a Gemini e come chiederglielo è un ottimo esercizio di logica e razionalizzazione del pensiero, il mio, che evidentemente non viene annullato nell’interazione.

Poi mi risulta evidente che la qualità delle risposte è direttamente proporzionale alla mia capacità di vagliarle, di usarle, di farci qualcosa di umano. Alla fine dei conti, se anche Gemini mi propone un esercizio “motivante”, posso verificarlo solo prendendo in mano pennelli e colori e provando a realizzare con le mie manine reali quello che sua artificialità ha proposto. L’alternativa sarebbe il non farlo affatto o molto più a fatica. In questa fase della mia vita l’assistenza dell’IA mi apre porte che finora sognavo soltanto di poter varcare.

La poetica del pitaciò

Quasi un manifesto – La poetica del pitaciò

Posso partire da qui, qualche fiore di pitaciò nel cortile della scuola, sotto un albero, in mezzo alle auto dei docenti parcheggiate. La primavera che arriva. Ma lui, chi lo vuole davvero?

La saggezza officinale degli antichi lo consiglia in tisane e insalata. Io dei fiorellini gialli di gas di scarico delle auto parcheggiate farò volentieri a meno.

Ho letto di recente una recensione (ormai ci sono critici e intenditori di tutto, anche dei denti – di leone, in questo caso): diceva sostanzialmente che questo benedetto infestante fa il lavoro sporco che dovrebbero fare i giardinieri: colonizza terreni che altrimenti rimarrebbero incolti per composizione e caratteristiche, e con la sola sua presenza attuale e decomposizione futura, rende l’aiuola più facilmente sfruttabile da altre specie più schizzinose. E poi le api l’adorano e ne trasmutano il nettare in miele dalle proprietà poco meno che miracolose.

Santo subito, il fiorellino giallo che poi, passata la primavera, diventa un soffione, per la gioia dei bambini e degli allergici.

E’ un tizio che fa bello senza impegnarsi troppo. E’ vero che non ha molto altro da fare, che sicuramente non deve correggere verifiche, o scorrazzare figli in giro per la provincia, o fare settimanalmente la spesa. Però mi piace come modello: senza esagerare, cercando tempo e spazio dove c’è, e probabilmente trovandolo anche dove non c’è.

Serve disciplina e buona volontà: non si diventa piscialetto da un giorno all’altro. Ci sono tante cose da imparare; la leggerezza di chi non si preoccupa dei like, l’agilità di chi deve fare i conti con uno stelo leggero e cavo, la saggezza… ma questa la lasciamo dire a qualcun altro, l’orgoglio di chi è colorato senza profumare, di chi è buono senza essere un eroe greco.

Però, se l’obiettivo è fare qualcosa di bello, la poetica del tarassaco credo sia un buon punto di partenza.