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Acquerello perché sì

Acquerello perché

  • Perché è difficile, ma si impara.
  • Perché non usi il bianco: per quello basta la carta nuda. Che non è bianca, ma tanto il bianco non esiste davvero.
  • Perché non usi nemmeno il nero: basta sovrapporre colori. Che non danno il nero, ma tanto nemmeno il nero esiste davvero.
  • Perché si va dal leggero all’intenso, dal chiaro allo scuro.
  • Perché non solo il colore, ma anche l’acqua.
  • E l’acqua è capricciosa, fa un po’ quel che vuole, e talvolta puoi solo prenderne atto e non chiamarlo errore.
  • Perché a volte bisogna aspettare che l’acqua s’asciughi.
  • E perché quando si è asciugata, i colori sono un po’ diversi.
  • Perché non puoi ritoccare in eterno: dopo un po’ la carta si rovina, e il colore pure.
  • Perché ho iniziato durante la pandemia, e mi è rimasto dentro, come un vaccino. Contro cosa devo ancora capirlo, ma credo abbia a che fare con il bianco. O con il nero.

riprendendo in mano la china: inchiostro e pennino per una scrittura d'altri tempi

Nero e non per caso – Riprendendo in mano la china

Mi metto in viaggio (da bravo)
Pellegrinaggio
Ma non a Santiago
Vado a China Town.

(Caparezza, China Town)

Dalle medie non usavo questo flagello nerissimo. Il prof. Nasuti ce l’aveva fatto comprare, e il compasso coi pennini. E subito avevo, avevamo dovuto imparare che non c’è scampo: la china vuol dire bene al primo colpo, oppure ricominciare daccapo.

Ma che bello questo abisso fluido, cenere e carboni liquidi, che diventa, se impari a domarlo, parole, forme e contorni al colore, specialmente a quelli che nuotano nell’acqua che la china disdegna.

Di recente ho visto qualcuno usarla, con maestria e leggerezza, per giocarci, provare, disegnare. Non rigore tecnico (su cui capisco il matrimonio con un mezzo indelebile e irrevocabile: c’è una verità, ci sono regole, un’oggettività da rappresentare), ma creatività assistita da fili neri che si avvolgevano come si avvolgono le mie volute blu di stilografica cancellabile, ma senza rete questa volta. Una creatività sorretta da un uso magistrale, ma pur sempre esposta al rischio dell’errore irreparabile, e quindi ancor più coraggiosa.

Credo che sia il mezzo perfetto per sorreggere le parole che mettiamo sul bianco, perché con loro condivide la forza espressiva della negazione dello sfondo muto su cui si staglia: è vero che non si può non comunicare, nemmeno col silenzio, ma hai scritto, hai detto qualcosa, e questo è una frattura nel silenzio. E ciò che viene scritto, detto entra, se non è superficiale, nelle fratture dell’anima, dove può lasciare, se superficiale non è, un segno indelebile.

E così per poche lire ne ho preso un vasetto, e, avendo ritrovato da qualche parte il pennino, l’ho provato. Finora ciò che sono riuscito a scrivere è la mia firma (o la mia sigla, per essere precisi) sotto qualche macchia di colori ad acquerello. E non è stato facile, per me mancino, scegliere il pennino che mettesse d’accordo l’inchiostro, la punta sottile e la carta ruvida.

D’altra parte, è così: è spesso difficile mettere d’accordo chi è un po’ ruvido, chi è appuntito. E lo è sempre se c’è qualcuno che pretende di comunicare con in mano un incendio.

Come al solito, c’è bisogno di pratica. Per arrivare a portare a spasso linee essenziali, necessarie, immediate, che non hanno bisogno di gomma o di ritocchi. Per arrivare a metafore che si specchiano sulla pagina e restano impigliate per sempre nei crepacci che vi trovano, e che sono lettere, scarabocchi, contorni: segni di vita intelligente deliberatamente ostentata.