Archivi tag: pennino

riprendendo in mano la china: inchiostro e pennino per una scrittura d'altri tempi

Nero e non per caso – Riprendendo in mano la china

Mi metto in viaggio (da bravo)
Pellegrinaggio
Ma non a Santiago
Vado a China Town.

(Caparezza, China Town)

Dalle medie non usavo questo flagello nerissimo. Il prof. Nasuti ce l’aveva fatto comprare, e il compasso coi pennini. E subito avevo, avevamo dovuto imparare che non c’è scampo: la china vuol dire bene al primo colpo, oppure ricominciare daccapo.

Ma che bello questo abisso fluido, cenere e carboni liquidi, che diventa, se impari a domarlo, parole, forme e contorni al colore, specialmente a quelli che nuotano nell’acqua che la china disdegna.

Di recente ho visto qualcuno usarla, con maestria e leggerezza, per giocarci, provare, disegnare. Non rigore tecnico (su cui capisco il matrimonio con un mezzo indelebile e irrevocabile: c’è una verità, ci sono regole, un’oggettività da rappresentare), ma creatività assistita da fili neri che si avvolgevano come si avvolgono le mie volute blu di stilografica cancellabile, ma senza rete questa volta. Una creatività sorretta da un uso magistrale, ma pur sempre esposta al rischio dell’errore irreparabile, e quindi ancor più coraggiosa.

Credo che sia il mezzo perfetto per sorreggere le parole che mettiamo sul bianco, perché con loro condivide la forza espressiva della negazione dello sfondo muto su cui si staglia: è vero che non si può non comunicare, nemmeno col silenzio, ma hai scritto, hai detto qualcosa, e questo è una frattura nel silenzio. E ciò che viene scritto, detto entra, se non è superficiale, nelle fratture dell’anima, dove può lasciare, se superficiale non è, un segno indelebile.

E così per poche lire ne ho preso un vasetto, e, avendo ritrovato da qualche parte il pennino, l’ho provato. Finora ciò che sono riuscito a scrivere è la mia firma (o la mia sigla, per essere precisi) sotto qualche macchia di colori ad acquerello. E non è stato facile, per me mancino, scegliere il pennino che mettesse d’accordo l’inchiostro, la punta sottile e la carta ruvida.

D’altra parte, è così: è spesso difficile mettere d’accordo chi è un po’ ruvido, chi è appuntito. E lo è sempre se c’è qualcuno che pretende di comunicare con in mano un incendio.

Come al solito, c’è bisogno di pratica. Per arrivare a portare a spasso linee essenziali, necessarie, immediate, che non hanno bisogno di gomma o di ritocchi. Per arrivare a metafore che si specchiano sulla pagina e restano impigliate per sempre nei crepacci che vi trovano, e che sono lettere, scarabocchi, contorni: segni di vita intelligente deliberatamente ostentata.