Archivi autore: Alessandro Allegri

Che senso ha

Che senso ha (risvegliare un blog dormiente)

Che senso ha, mi chiedo all’una di notte, risvegliare un blog in letargo da anni, con ovvie difficoltà di password, aggiornamenti di sistema, e soprattutto ruggini mentali, proprio in questi giorni in cui ho conosciuto Claude e ne ho apprezzato le incredibili capacità compositive?

Sono un vecchio che si ribella, credo. Vecchio: insomma, il problema non è la mia età, che avanza al solito ritmo di un anno all’anno; il problema è inflattivo, di un mondo che corre più di me. E siccome a me correre non piace, anzi non è mai piaciuto e piace sempre meno (nonostante i tentativi silvestri del fine settimana, ma quella è un’altra gara), rinuncio in partenza. Rinuncio a stare al passo: ho una certa, ormai, correte voi, io vi tengo il posto.

Un vecchio che si ribella. Nella tradizione dei vecchi che si ribellano, e con il loro stile. Non per rivoluzionare il mondo, ma figuriamoci. Però, in quel posto che vi tengo, mi troverete con le mie borsine piene delle cose a cui tengo: non si corre con le sporte. Però dentro ci sono tutti i ninnoli (i “tananaj”, si dice qui) che l’esperienza ha lasciato sulle mie mensole.

Cose semplici, di solito regole (qui ne avevo scritte alcune, ma nel frattempo sono aumentate, ahimè). Regole nel senso di regolarità, non è che la mia ribellione si concretizzi nell’imporre norme ad altri. E’ che magari, faccio un esempio, dopo aver visto cataloghi di persone fare la stessa stupidaggine (e probabilmente anch’io ci sono caduto), posso affermare con una certa sicurezza che quella particolare stupidaggine è tecnicamente una stupidaggine. Una regola: poi fai quel che vuoi, io cerco di rispettarla, visto che mi ci sono scottato.

E tra l’altro ho visto Bergonzoni coi capelli bianchi. Da trent’anni. Probabilmente è anche lui un vecchio che si ribella; lo dico perché per lui ribellarsi è ri-bellarsi, cioè tornare al bello. E, aggiungo, al bello e originale: lui è bello originale. Io invece vorrei fare qualcosa di bello originale.

Mamma mia quante spiegazioni, che dose d’ambiguità: originale non nel senso che io pensi di essere, o mi sforzi di essere originale, di dire qualcosa di nuovo a tutti i costi; originale nel senso di eigen, fatto da me, senza Claude tra i piedi, per dire. Che mi sta pure simpatico, ma se voglio ribellarmi, tornare al bello, voglio farlo io, ecco.

Aiuta, intendiamoci, Claude, quando devi fare qualcosa. E’ un po’ la domestica di una volta. O la signora Luisa, che arriva presto, finisce presto e fa tante cose interessanti. Ma poi quando vuoi godertela, la casa, la signora Luisa non ce la vuoi: lasci lì la sua schiuma attiva, e ci vediamo la settimana prossima.

“Ma per mestiere fai cose belle originali”, mi dico, con la voce di Claude, che non so bene quale sia, ma me la immagino un po’ gnegnegné, un po’ saccente. Mi rispondo con la mia: sì, vero, ma faccio anche tanta robaccia che va fatta perché lo dice qualcuno che non ha idea. Ho meno tempo davanti a me, non voglio buttarlo a fare robaccia di cui non mi interessa nulla.

Come va la ribellione? Ci siamo?

Non ho il pyhsique du rôle per seguire il consiglio di Thomas (e come diavolo si traduce?):

rage, rage against the dying of the light

Però qualche “no, grazie” lo posso dire (anche votando, ma ne parleremo presto, è cosa diversa): scusa ma non ho tempo, devo fare qualcosa di bello.

E allora non so, per chi ha letto questa tiritera, evidentemente non scritta da Claude, se è stato un bel momento. Per me lo è talmente tanto che, alle due di notte, vado a risvegliare il mio blog in letargo da anni. Si sa, i vecchi dormono meno…

Un momento di poesia

Il regalo che ricevetti dai miei genitori per la maturità (era il ’90, ancora si chiamava così) fu un lettore CD da impilare nell’impianto stereo domestico. Il primo lettore CD.

Arrivarono immediatamente anche i dischi; per prime alcune sinfonie. Quella che ricordo aver ascoltato più di frequente in quell’estate di libertà era opera di un amburghese in visita in Scozia.

Imparai presto a gustare, tanto che mi trovai a praticarlo per buona parte del periodo dell’università, il momento di attenzione ai suoni e alle loro strutture, ma anche di scrutinio della giornata, dei suoi avvenimenti e delle sue emozioni, di impegno e immaginazione per l’indomani vicino e lontano; momento di oscurità e solitudine desiderate e godute, nella casa altrimenti attraversata solo dal silenzio del sonno degli altri familiari.

Un momento che poi persi, perché evidentemente la vita cambia, i suoi spazi e i suoi tempi mutano, e talvolta riti e oggetti, anche i più preziosi, si possono lasciare indietro.

Emotions recollected in tranquillity: formuletta che definisce l’opera di un grande poeta studiato a quei tempi in preparazione all’orale (mio), e riemersa questa mattina, in una pausa tra un orale (loro) e il successivo (maturità sempre, anzi, pardon: esame di Stato), parlando con l’amica e collega Ilaria di ciò che è rimasto in memoria nel passaggio da una parte all’altra della cattedra.

Sarà la nostalgia per la gioventù di queste care persone che vedo, cinque a cinque, prendere il largo, e per le emozioni che li vedo provare, sbirciando sotto l’insipida liturgia selfie del prosecco, o sarà invece la nostalgia di quella mia estate, ma Wordsworth mi invita leggere quella poltrona di ciniglia dorata, quelle cuffie, quella musica, come un momento di poesia.

Così stasera, approfittando della poltrona della Panda, del suono della radio che, in un viaggio notturno a recuperare un figlio dai vivaci impegni sociali, mi rimanda le stesse note caledoni, ho ritrovato il mio momento di poesia. Certamente meno comodo, meno silenzioso e solitario, meno nitido e pulito di allora. Ma mi è difficile stabilire se questi comparativi non si riferiscano piuttosto a me stesso, di necessità.

Poiché però l’età mi ha insegnato un significato più ampio per il termine poesia, e l’esperienza l’urgenza di accedervi, eccomi a completare l’opera, lasciando le mie quattro righe a chi vorrà leggerle.

Con l’augurio, specialmente dedicato a chi ha in questi giorni titolo e opportunità di farsi un regalo di maturità (recidivo… esame di Stato), di trovare il proprio momento di poesia, di desiderarlo e frequentarlo.

Vale la pena

Cuando se muere en la carne

El alma va derechito

A saludar a la luna

Y de paso al lucerito.

Adónde se fué su gracia

Adónde se fué su dulzura

Por qué se cae su cuerpo

Como una fruta madura

(Violeta Parra, Rin del angelito)

Il loro nome (me lo ricordo perché era insolito) era citato nel libro di musica delle medie. Però ho iniziato ad ascoltarli e apprezzarli solo anni dopo, quando a casa di un amico ho trovato un’intera collezione di vinili, subito travasati in musicassette da autoradio.

Gli Inti-Illimani ormai da tanti anni per me significano musica e resistenza, cultura alta e cultura popolare, lotta e dolcezza, passione civile ed esilio, ritorno e rinnovato impegno.

Domenica scorsa ho avuto il privilegio di ascoltarli per la prima volta dal vivo.

Emozioni forti.

Per ritmi e timbri, melodie e armonie che devo aver dentro, perché mi prendono già in registrazione, figuriamoci dal vivo.

Per la bravura di voci e strumentisti, poeti e compositori, ancor di più dal vivo.

Per la forza di una formazione musicale che ormai da cinquantacinque anni gira il mondo, quasi del tutto rinnovata nei volti delle persone e nel repertorio, ma fedele a se stessa.

Per la passione, che passa tutta. Una passione che prende le forme dell’amore romantico come valore in sé, ma che spesso si trasfigura nel rapporto del cittadino con il proprio Paese.

Per il racconto, mai interrotto, di storie che sento mie perché sottolineano che non ci sono fusi orari o latitudini e continenti che possano differenziare la dignità umana e i diritti, sempre conquistati a caro prezzo e insidiati, a macchie di guiña, in tutto il mondo anche oggi. Un racconto che fa sì che ascoltare anche le canzoni più schierate e storiche, come “El pueblo unido”, oggi, non mi porti a sorridere di un tempo irrimediabilmente passato, ma sentire in quelle parole, in quel gridare insieme, un’attualità costante.

E, alla fine, per la testimonianza viva e sofferta che anche dopo eventi tragici, per singoli e nazioni, è grazie a coloro che non hanno smesso di lavorare al telaio della dignità e dell’umanità se la trama della storia può tornare a vestire i colori della speranza.


Se poi volete la canzone che dà nome alla minitournée in collaborazione con Amnesty International (con Giulio Wilson, che non conoscevo: una bella scoperta), è questa qui. Diversa, ma forse no.

Comprendere e giustificare

Due verbi molto diversi, decisamente non sovrapponibili.

Di fronte a un evento come la guerra che Putin sta muovendo al popolo ucraino, comprendere e giustificare significano cose molto diverse. Ed è bene ricordarlo, perché c’è chi, per ignoranza o in malafede, tende a voler confondere queste azioni.

Comprendere, capire da dove venga questo conflitto, cercare la razionalità dietro un atto, la guerra, che è invece il trionfo dell’irrazionale, almeno per come ci siamo abituati a concepire l’una e l’altro: è doveroso. Per non dare letture semplicistiche, per non cadere nelle trappole della propaganda, per rispondere alle posizioni estremiste. Anche per sapere quali proposte negoziali possono essere accolte e quali no, quali strade possono essere percorse per una composizione diplomatica, ammesso che vi sia la volontà di affrontarla.

Giustificare vuol dire invece assegnare una patente di giustizia; ha fatto, fa bene Putin a fare così.

Se comprendere è doveroso, questo non vuol dire giustificare. E, per converso, non giustificare non significa non voler comprendere.

Significa che possiamo cercare la razionalità dietro le azioni di Putin, le ragioni del suo ritenere giusto muoversi in questo modo (in senso etico ma anche solo pragmatico), ma non siamo disposti ad accettare che, qualunque siano tali motivazioni, la guerra sia lo strumento per attuarle. Significa che prendiamo sul serio ciò che è scritto nella nostra Costituzione e ripudiamo la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali, qualunque esse siano.

E che condanniamo queste azioni oltre che per la lesione unilaterale alla sovranità di un altro Paese, oltre che per le vittime civili e militari, oltre che per la distruzione di beni collettivi e personali, oltre che per i danni incalcolabili all’ambiente, anche, e forse soprattutto, per l’attacco ai valori della convivenza pacifica tra nazioni, che non sono valori unicamente o eminentemente ucraini, ma appartengono a tutti noi europei.

Comprendiamo, cerchiamo di farlo, perché è doveroso, è importante. Ma anche perché questo non implica giustificare, anzi.

Possiamo comprendere senza giustificare. Dobbiamo non giustificare e ugualmente cercare di comprendere.

Coerenze virtuose o meno

“Dov’erano”, chiedono questi, “dov’erano i pacifinti” (che, a quanto ho capito, sarebbero quelli sani di mente che chiedono alla Russia di fermarsi) “quando erano gli USA, era l’Iran, era Paperino… a bombardare, invadere, massacrare eccetera?”

Sorvolo con sorriso su “pacifinti”.

Ma hanno ragione. Non è che si possa protestare in continuazione. Oddio, sì, ci sono anche quelli sempre attenti, informati (stranamente di solito non grazie ai social) e sempre in piazza contro l’oppressore di turno. Ci sono: per incontrarli bisognerebbe andarci davvero, in piazza.

La maggioranza, però, effettivamente si sveglia ogni tanto, quando il problema è vicino, più grave, più pubblicizzato. Dovrebbero saperlo, questi, visto che ogni tanto spariscono, e poi ricompaiono indignati (forse dormono male, o si sentono in colpa per averlo fatto).

Vogliamo considerarla una forma di incoerenza? D’accordo. Ma chi ha detto che la coerenza sia una virtù assoluta? Una virtù diffusa? Anzi, rilancio: chi ha detto che la coerenza sia sempre una virtù?

La coerenza di chi non fa mai nulla e sempre si permette di criticare, o di chiedere coerenza a chi si muove, ad esempio, vogliamo considerarla una virtù?

Perché in realtà ci sarebbe anche spazio per tutti, per protestare contro ciò che non va in questo mondo, chi per questo, chi per quello, sensibilità diverse, consapevolezze variegate, differenti livelli di informazione… Tutto dipende da cosa ti sta a cuore: dare un contributo per risolvere un grosso problema o sbugiardare qualcuno. Il solito discorso del dito e della luna, alla fine.

“Ma tu, invece, dov’eri quando i pacifinti si dimenticavano di questa o quella ingiustizia? C’eri in piazza, almeno tu che esigi coerenza, o eri troppo impegnato/a a scopiazzare nomignoli da minus habens dai social?”

(Ecco, lo sapevo, non sono riuscito a sorvolare.)

E fattela ‘na risata, Bruce!

Stamattina ho espresso a #1 il mio parere su “The Batman”, visto ieri insieme a #2 e a cari amici che ci avevano proposto la visione.

Ma #1 non ha voluto partecipare. “Io sono Marvel”, nientemeno.

Allora, stamattina: mi è piaciuto, una regia interessante, una fotografia fumettistica…

E lui: “ma c’erano delle battute? Con i Marvel si ride, anche”.

E no, è Batman, scuro, pesante, martellante, opprimente, inquietante. Divertente: direi di no.

Non ci avevo pensato, e la cosa mi ha fatto riflettere. Il filtro di #1 riguarda il fatto che ci sia anche spazio per l’umorismo, l’ironia.

Severo ma giusto, prevenuto ma sano.

I pregiudizi sono, alla fine dei conti, dei meccanismi di autoprotezione: non devono essere usati come zavorra da applicare ad altri, ma possono funzionare bene come galleggianti da tenere per sé.

E, senza nulla togliere a questi tempi di burrasca e di cieli plumbei, anzi, proprio riconoscendone la drammaticità, se esigo la leggerezza di un sorriso, di una risata, di una parola ironica, è per tenere una ciambella gonfiabile nello zainetto.

Io non sono Marvel, rimango del mio parere sul film. Ma ha ragione #1, Bruce:

… after all these years

I’m not the kind of man who tends to socialize

I seem to lean on old familiar ways

And I ain’t no fool for love songs that whisper in my ears

Still crazy after all these years

Oh, still crazy after all these years.

(Paul Simon)

Ecco, dopo dieci anni ho ripreso in mano un vecchio post in cui parlo di Quaresima.

Un post in cui mi ritrovo completamente, dopo tutti questi anni, e perciò lo ripropongo.

Oggi in modo ancor più forte, con le preoccupazioni generali di un pianeta sull’orlo di una guerra di una pandemia di una catastrofe climatica, e con quelle particolari di marito padre insegnante.

Dopo tutti questi anni, sono ancora abbastanza pazzo da attendere con ansia ed impazienza il tempo della sobrietà, del silenzio, del rispetto, della gentilezza e del rigore, della riflessione.

Siccome almeno dal punto liturgico (a parte Milano) la Quaresima inizia oggi, mi auguro, ci auguro di accorgercene.

Di Giuseppe Verdi e altri musicisti leggendari

Ho sempre pensato che fossi una figura leggendaria, come gli unicorni o Giuseppe Verdi.

(il conte Olaf)

Non so se conoscete il conte Olaf. Non mi ha mai colpito come una delle persone meglio informate, nemmeno volendo limitare l’analisi all’ambito dei personaggi della letteratura per ragazzi.

Infatti, nella riga dopo Klaus, il “topo di biblioteca”, protesta.

Ci vuol del coraggio per dire che qualcuno, o qualcosa, non esiste. Difficile poter dimostrare la non-esistenza.

Basta una piccola prova (o un certificato, in Italia), briciole lasciate lungo un cammino, ad esempio una pagina di una partitura, o le lacrime di commozione che qualcuno può aver versato nell’ascoltarla eseguita, per poter dire che un Giuseppe Verdi è esistito.

A meno di fregarsene, di considerare le parole, e la logica che le lega, un puro strumento di propaganda, una retorica completamente slegata dalla realtà dei significati. Cosa che al conte Olaf effettivamente riusciva bene.

Posso presentarvi qualcuno? Si chiama Mikola Lysenko. Vitaliovic è il patronimico. Lo potete trovare anche su internet, magari con qualche lettera diversa, perché il suo nome è concepito per un’altro alfabeto (che potrebbe non essere esattamente quello a cui state pensando).

Lysenko: “Dumka-Shumka, 2a rapsodia su temi popolari ucraini”, op. 18.

Lysenko è considerato il primo compositore ed etnomusicologo ucraino. Morto qualche anno prima dei cannoni dell’Aurora, prima che Lenin si mettesse a tracciare linee sulle mappe.

Un indizio, una partitura, una briciola. Per dire al conte Olaf di turno che, sì, l’Ucraina esiste.

Esiste nelle orecchie, nelle dita, nella lingua; esiste nel cuore di milioni di persone.

Esiste nelle lacrime, nella paura e nella rabbia di chi ieri l’ha vista negata, oggi attaccata e invasa.

Lysenko ci mostra qualcos’altro. Creando musica per diversi lavori di Gogol’ (tra cui il celebre racconto di Taras Bulba), scrittore russo nato in quella che oggi è Ucraina, ma rifiutando (nientemeno che a Ciaikovski) il permesso alla sua rappresentazione a Mosca in lingua russa, ci fa capire la fiera necessità di separazione, di differenziazione, pur nella promiscuità delle immense pianure condivise oggi e nei secoli passati con i popoli cugini.

L’Ucraina esiste. Il conte Olaf dovrà fare i conti con questo: nessun unicorno lo perseguiterà, ma l’Ucraina continuerà ad esistere, e a resistere, indipendentemente da ciò che il Conte pensa di farci.

E dietro le note ucraine di Lysenko, dita che suonano, voci che cantano, persone che vivono. E muoiono, soffrono, lottano. Tante anche lontane dal fuoco delle armi.

L’Ucraina esiste, oggi anche nel nostro cuore.

Di camminate vere e metaforiche

Da diversi mesi mi ero ripromesso di tornare sui miei passi, per verificare in che condizioni avessi lasciato questo blog che da anni ormai non frequento. E che vorrei tornare ad abitare, anche se non so ancora con che frequenza, con che impegno. Un cauto ritorno di fiamma, di cui forse spiegherò il motivo; vedremo.

Intanto ho fatto un po’ di pulizia tra i blog che seguo: ce ne sono tanti che non ha proprio senso seguire perché non vanno più da nessuna parte. Immagino che qualcuno abbia fatto lo stesso con questo spazio da anni silenzioso.

Poi sono andato indietro a rileggere quello che un ospite più o meno estemporaneo trova quando capita tra queste pagine. E mi sono divertito a rileggere, a ricordare, a ritrovare il filo tra diverse memorie affidate a questa lavagna digitale.

Mi sono divertito e (non mi capita spesso, quindi quando capita lo noto) mi sono fatto i complimenti.

Ho trovato emozioni, tracce di pensiero intelligente, pezzetti di storie e di storia, mi sono riconosciuto. Sono risalito solo di un anno lungo la corrente dei post, ma tutto sommato posso dirmi soddisfatto di quello che l’ospite inatteso può trovare: non ci sono bigodini in giro.

Ma i complimenti, più che per l’esito dell’ispezione, me li sono fatti perché, se questo blog è una sorta di diario, è l’unico diario che io sia mai riuscito a mantenere per un lungo periodo. Non senza fatica, beninteso. Ma comunque sono ancora qui a rileggere. E, consideriamo di aver avuto una lunga pausa, anche a scrivere.

Recentemente mi sono dato (ecco, lo dico così prendendomi un merito che forse non mi spetta) l’impegno di uscire a camminare, con una certa cadenza settimanale; mi serve per la salute fisica e per la prova costume. Quest’estate voglio fare un figurone.

Il senso di mancanza di questo mio diario è cresciuto in questi ultimi mesi; sono arrivato a vederlo un po’ come una palestra per il pensare e per lo scrivere. C’erano, quando ho interrotto le scritture, spettatori più o meno assidui, c’erano anche tanti visitatori occasionali. Intanto che io faccio palestra. Contenti loro… contenti voi… siete i benvenuti, anche mentre io sto sul mio personale metaforico tapis roulant.

Una palestra che voglio riprendere frequentare, perché mi serve anche questo. A cosa? A…

  1. rendermi conto di quante cose non mi sogno nemmeno di scrivere, perché non ne so abbastanza;
  2. scrivere, riscrivere, ritoccare perché quel che scrivo qualcuno possa essere tentato di leggerlo fino in fondo;
  3. avere ben chiaro che la mia opinione ha di vero solo il fatto di essere la mia opinione, eppure c’è poco altro che meriti di essere condiviso;
  4. vedere anche che la mia opinione, in certe occasioni, non solo può, ma deve essere espressa, desidera uscire ed essere detta, o scritta.

Così, insieme all’impegno alla camminata reale, provo a rimettere mano al mio diario, al mio tapis roulant metaforico. Chissà se anche la prova costume ne avrà giovamento.

Pensa al peggiore

Ho letto di recente un commento di qualcuno, che non conosco e non cito, rispetto alla manifestazione di qualche giorno fa a difesa della famiglia.

Un commento che suonava più o meno letteralmente così: “abbiamo il dovere di impedire che i diritti che abbiamo come famiglie vengano estesi ad altri che non sono come noi”.

Che, da un certo punto di vista, non fa una piega, se parliamo logicamente di proprietà di insiemi distinti. Se vogliamo distinguere B da A non possiamo dare ad entrambi le stesse proprietà.

Il problema è che si parla di diritti di persone, che non sono proprio la stessa cosa.

Io ho provato a pensare a chi avrebbe potuto affermare cose del genere. Quali personaggi, magari in altre circostanze, parlando di altri diritti e di altre diversità, avrebbero potuto avere sulle labbra una frase del genere.

Non ho la presunzione di interpretare le parole di Cristo, c’è chi è ben più esperto e titolato di me. Ma a me sembra che l’intera vicenda di Cristo vada nella direzione di estendere i diritti di primogenitura a tanti altri rispetto ai vecchi primogeniti, che non l’hanno poi presa tanto bene. Anzi maluccio, e anzi probabilmente la fine non troppo naturale della vicenda umana del personaggio in questione la si deve proprio alla reazione di chi non voleva che i propri diritti fossero messi in discussione. Ma forse mi sbaglio.

Ho provato un po’ a cercare tra i mahatma del nostro tempo, un volto sulle cui labbra quelle parole potessero star bene.

Non ci sono riuscito.

Ho invece trovato che si addicono straordinariamente alla figura di Jefferson Davis, se parla al posto di “famiglie” mettiamo “bianchi”. Si addicono anche bene a Benito Mussolini, se al posto di “famiglie” mettiamo “maschi”. E, più recentemente, mi pare che, se usiamo al posto di “famiglie” l’espressione “fortunati, nati in un paese ricco, e non in necessità di fuggire da guerre o carestie”, ci siano nell’attualità esempi particolarmente illuminati di difensori dei diritti di chi ce li ha già.

(Difensori dei diritti di chi ce li ha già… pensiamoci).

Ora io non vorrei dar ragione a Eco. Però un po’ sì. Ma anche un consiglio a te: prima di scrivere, di lasciare una traccia indelebile di te sulla rete, prova a

  1. riflettere che probabilmente non sei tanto originale da dire codeste parole per primo
  2. e allora chiederti chi è colui, o colei, che codeste parole le ha già pronunciate, lasciate ai posteri
  3. e, se ti viene il dubbio tra due o tre, scegli il peggiore, il più feccia, il più degrado
  4. e infine chiediti se hai ancora voglia di abbandonarle in eredità, codeste tue preziose parole, nella forma che avevi pensato.

Così, proprio solamente a livello di metodo. Magari sì, sono parole sensate e basta solo dargli una rimescolatina e le asperità si sistemano. Magari no.

A livello di merito, ci sto pensando. Sto pensando a qualcosa da dire su questo. Finora mi sono incagliato sul punto della testimonianza. In breve, e di nuovo potrei sbagliarmi, mi pareva che la richiesta che Gesù diede ai suoi discepoli non fosse di negare diritti ai diversi, ma di testimoniare un amore talmente grande da essere impossibile da capire (e infatti gli apostoli non avevano capito bene) e da limitare. Aveva parlato di sandali e di polvere, non di murare in casa chi non gli apriva. Di sale della terra, non di fortezze bastiani. Così, stavo elaborando su questo, forse un giorno scriverò qualcosa che vada al di là della momentanea impressione che questa cosa renda la famiglia che si vuol difendere un po’ più antipatica. E renda il lavoro di testimonianza di tanti, che la propria famiglia cristiana la vivono come sale e lievito, un po’ più difficile. Come se ce ne fosse bisogno. E inutilmente, perché le battaglie contro i diritti sono battaglie perse, invariabilmente.