Archivi autore: Alessandro Allegri

La mia maturità

Oggi iniziano gli Esami di Stato delle superiori, con le riunioni preliminari delle commissioni d’esame.

Per gli studenti l’inizio è mercoledì, con lo scritto d’italiano. Per i docenti impegnati l’inizio è invece proprio oggi.

Io sarò impegnato lontano (in realtà forse solo un chilometro in linea d’aria) dai miei alunni di terza liceo. Non ho mai avuto modo di raccontar loro che venticinque anni fa c’ero io nella loro stessa situazione. Un quarto di secolo fa mi preparavo a sostenere l’esame di maturità (allora si chiamava così).

Era un esame diverso, per alcuni versi più facile, per altri più difficile. C’erano solo due scritti, non tre: per me allo scientifico lo scritto di italiano e quello di matematica. In entrambi i casi i temi erano più rigidi: la scelta era molto più ristretta, non c’era apparato di testi, la traccia era molto più essenziale, lo svolgimento più tradizionale.

All’orale, poi, non bisognava portare tutte le materie dell’ultimo anno. Erano quattro in totale quelle da preparare, sapendo che si sarebbe stati interrogati solo su due di esse: una a scelta del candidato e l’altra decisa dalla commissione. Poi in realtà bastava sceglierne una e indicare la seconda, in modo che fossero bilanciate, una scientifica e una letteraria, e avere cura di indicare come seconda materia quella col voto più alto, e la commissione di solito non obiettava.

Ma non c’era la tesina, il che voleva dire che il programma andava fatto tutto e bene.

Nel mio anno le materie orali erano italiano, inglese, storia e scienze. Storia eliminata subito (ai miei tempi la storia dell’ultimo anno iniziava con la Restaurazione e finiva con la prima guerra mondiale o poco dopo: un tratto di storia che mi è sempre piaciuto più o meno come farmi pestare i piedi), avevo scelto italiano come prima e inglese (che, stranamente, contava come materia scientifica) come seconda. Ricordo che la prof di scienze, convinta che avrei portato la sua materia come seconda, mi aveva assegnato in pagella un voto più alto di quanto mi aspettassi, 9, e comunque più alto dell’8 in inglese… venne poi a chiedermi scusa, tra scrutinio ed esame, venuta a conoscenza della mia scelta, perché temeva che il suo voto mi avrebbe messo in difficoltà suggerendo alla commissione di non interrogarmi in inglese ma piuttosto in scienze. Cosa che non avvenne (anche se mi avrebbe scocciato un po’).

Io, che mi ero preparato Pascoli per l’orale, trovai il tema di letteratura proprio su Pascoli, ed ebbi fortuna, da quel punto di vista, perché ero pronto, ma poi all’orale non potei giocarmi i miei approfondimenti. Il compito di matematica sapevo che sarebbe stato il mio forte e infatti lo svolsi molto bene. Andò molto bene anche l’orale di/in inglese: lo ricordo come una chiacchierata informale con la commissaria (esterna, mai vista prima) sugli autori inglesi che mi erano piaciuti maggiormente durante l’ultimo anno, Joyce (lo so, ero un ragazzo così…) ed Eliot. L’orale di italiano invece non fu un capolavoro: non ricordo se era l’islandese o quale altro dialogo, perso Pascoli per lo scritto, mi dovetti accontentare di rispondere sull’odiato Leopardi. Il sentimento che ci legava certamente non ne ebbe giovamento. Anche se comunque non andò male nemmeno quello…

L’orale fu, se non ricordo male, uno degli ultimi giorni di giugno. Considerato che la nostra commissione raggruppava quattro classi, non enormi, è vero, ma pur sempre di almeno venti alunni, mi sentii abbastanza fortunato a finire così presto.

Ricordo il senso di euforia prima: non so bene se imputarlo a una preparazione che sentivo procedere bene, o piuttosto ai successi della nazionale di calcio che si sarebbe insediata al terzo posto del mondiale casalingo delle Notti Magiche proprio nei giorni degli orali.

Ricordo il senso di soddisfazione per l’esito. Stavo ascoltando una cassetta (musicassetta? di quelle col nastro dentro, che si usava la bic per riavvolgerle? dice qualcosa?) di mia sorella la sera in cui telefonò la mia cara prof di italiano per anticipare il voto finale (dopo 25 anni forse si può dire…), e quando ritornai allo stereo, questo stava suonando la fanfara olimpica di Seul ’88: credo che la riascoltai almeno altre cinque o sei volte di seguito, perché mi sentivo abbastanza sul podio. Inaugurando, tra l’altro, una venerazione per John Williams che dura tuttora.

E ricordo il senso di perdita, dopo. La consapevolezza che qualcosa di grande, di bello, di importante, era finito. Forse era la prima volta che mi capitava di trovarmi di fronte all’ineluttabile.

Ma dei giorni dell’esame non ho grandi memorie, dell’esame in sé. Ed è un peccato, credo: se potessi tornare indietro probabilmente cercherei di assaporarne meglio i vari momenti, perché in fondo è stato il primo di una lunga serie di esami, forse il più importante perché l’ho affrontato da inesperto, da “piccolo”. Perché ha segnato una svolta.

Ecco: se mai leggeranno queste poche righe i miei cari Anna, Alessandro, Corinna, Giulia, Mattia, Elisa, Tommaso, Elisa, Martina, Marta, Nico, Andrea, Laura, Tito, Martino, Clara, Chiara, Fjorela, Francesca, Costanza e Carolina  (in rigoroso ordine alfabetico), ecco quel che direi loro: di cercare di vivere i giorni che vengono con consapevolezza. Credo che avranno soddisfazioni, perché sono bravi. Ma mi piacerebbe che l’esperienza dell’esame potesse lasciar loro un bel ricordo. Perché se lo meritano e perché li aspetta un futuro da affrontare con entusiasmo.

Essere e volere

Stamattina tornando a casa dal lavoro mi sono imbattuto in una trasmissione radiofonica in cui una nota cantante da poco anche prestatasi alla narrativa presentava la propria ultima fatica letteraria. Si parlava di uno dei personaggi del romanzo, che l’autrice descriveva come una persona che ha compiuto un grosso lavoro di costruzione della propria identità. Al punto da affermare che, se ricordo bene le parole, è diventata ciò che voleva diventare. Si è costruita come voleva costruirsi, in sostanza.

Mi ha affascinato, questa prospettiva. Mi sono chiesto se lo stesso posso dire di me stesso.

E no, non posso. Non posso dire di essere ciò che avrei voluto essere, di essermi “costruito” come mi vorrei, di essere come mi voglio.

Ora non so il personaggio di cui si parlava, ma nella mia vita c’è una serie di dati. In senso etimologico: cose che si danno indipendentemente dalla mia volontà.

Non sono io che ho voluto nascere. Non sono io che ho voluto nascere nella famiglia in cui sono nato, nella città, nel Paese, nel tempo storico, nel corpo, nella macedonia cromosomica in cui sono nato. Sono dati.

Come sono dati tanti degli avvenimenti che hanno portato alla formazione della mia identità. E continuano ad esserci, nel male e nel bene. O piuttosto, nella neutralità che hanno i dati, che non sono altro che espressioni normali della mia natura umana.

E così, ragionando sui massimi sistemi della mia vita, confrontandomi con questo personaggio che non conosco (ma che anche se lo conoscessi non potrei certamente giudicare con i metri che uso per me stesso) ho pensato che tutto sommato se anche potessi essere oggi ciò che voglio, me ne mancherebbe la fantasia.

Voglio dire: io mica lo so fino in fondo “cosa”, “chi” sono. Mi stupisco ancora, a quaranta e rotti anni, di certe mie reazioni, di certi miei gusti. E meno male. Scopro ancora, di giorno in giorno, cose di me che non conosco e che non potrei certo inventare, non conoscendole. Ho paura che fissare la mia identità sulla mia volontà significherebbe appiattirmi sul già noto, perdendo il gusto della scoperta. O, peggio, rifiutando ciò che di misterioso ancora mi riguarda. Bello questo verbo: mi riguarda, è lì che mi aspetta.

Etimologicamente, il passo tra “dato” e “dono” è molto breve. Nella mia esperienza, tra “dare” e “donare” c’è di mezzo la disponibilità ad accogliere il nuovo. A dare un valore positivo all’imponderabile, a riconoscere che la libertà non sta nel poter scegliere qualunque cosa la volontà suggerisca, ma nel trovare e volere la propria interpretazione di sé in mezzo a qualunque condizionamento.

Ovviamente sono consapevole del fatto che nei miei “dati” ho avuto vita molto più facile di tanti altri. Per me è relativamente semplice, per la mia storia, chiamare “doni” tutto ciò che ho ricevuto senza sceglierlo. Eppure ci sono anche traumi, batoste, colpi bassi, tra le cose che fatico a chiamare “doni”, ed è per questo forse che “dati” mi pare termine più appropriato. E ce ne saranno ancora, lo so. Ma so anche che dalle gioie come dalle ferite del futuro emergerà un me stesso più consapevole, più libero probabilmente.

La trasmissione radiofonica di oggi è un bel paradigma. Chi l’avrebbe pensato che oggi, tra tutte le cose a cui pensare, sarei finito a riflettere sul legame tra la mia volontà e la mia identità? Eppure è così che va la mia vita (non so bene quella degli altri, ma forse non siamo poi così dissimili in questo). No, non posso dire di essere ciò che voglio. Posso piuttosto dire di voler essere ciò che sono. Questo sì. Non del tutto, probabilmente: ci sono certamente aspetti di me che voglio cambiare, che cerco di cambiare, ma in quel “ciò che sono” ci sta anche tutta la quota di ignoto, di misterioso che mi porto appresso, che non mi spaventa, ma piuttosto mi avvince a questa caccia al tesoro che è la mia vita.

Sarei un superuomo assai povero, cara De Sio, se col poco che so, col poco che sono, decidessi di definirmi. Ancora l’etimologia: definirmi, confinarmi. Molto meglio per me arrendermi al mio essere umano, perché nonostante i confini che come essere umano comunque ho, è in quella profondità, rischiarata da una coscienza che arriva dove può, che non ho mai smesso di trovare spazi per andare oltre.

Anche oltre l’umano.

Quando la moglie è in vacanza

Oggi, per rendere un po’ più leggera la correzione di uno dei miei cinque pacchi di verifiche e approfittando dell’assenza (per vacanza) della coniuge e soprattutto della prole (che mal tollera che si metta in discussione il suo monopolio dei mezzi audiovisivi) ho dato una rapida scorsa ai CD che da secoli stazionano nei pressi del lettore (anziché riposare legittimamente nello scaffale del mio studio) e me ne è capitato in mano uno che, appunto, da secoli non ascoltavo.

Rachmaninov, concerto n. 2 in do minore. No, non è il “Rach3” che Geoffrey Rush suonava nel film “Shine”. E’ il Rach2, se proprio dobbiamo dargli un soprannome (idiota?).

E in questo pomeriggio di nuvole in stile britannico per qualche motivo mi si è materializzata in salotto un’atmosfera afosa ed estiva. Che strideva alquanto con la congestione allergo-virale che mi sta attanagliando in queste ore.

Mi sono chiesto il motivo della calura evocata fin dai primi accordi di questo concerto. Credo di aver trovato la risposta nella memoria delle trasmissioni televisive dell’emittente locale durante le estati padane di tanti anni fa.

Quando cioè, in assenza di programmazione originale e sfruttando probabilmente qualche svendita di pellicole con almeno dieci anni di proiezioni cinematografiche, il canale metteva in onda una serie di classici (i “filmoni”, li chiamavamo in casa) che andavano da Hitchcock a “La gatta sul tetto che scotta”, passando per John Wayne, Glenn Ford e compagnia bella. Una programmazione che si ripeteva estate dopo estate.

E allora, insieme alle sirene del porto di “La finestra sul cortile” o il tema di “Via col vento”, uno dei motivi che sono rimasti associati alla prima brezza che entrava a smuovere l’afa di casa al calar del sole dalle finestre finalmente aperte sono gli accordi iniziali di pianoforte di questo concerto. Nel film di Billy Wilder del 1955 il buon Tom Ewell li usa come musica d’atmosfera per accogliere “la patata del piano di sopra”, la nuova vicina di casa che si manifesta in tutta la sua gloria proprio “Quando la moglie è in vacanza”.

Ecco, non pensate male. Il CD mi è praticamente cascato in mano e non avevo idea che si trovasse lì. E’ pur vero che qualche seguace di Freud potrebbe comunque sostenere che inconsciamente sapevo benissimo dove trovarlo e che l’occasione analoga potrebbe avermi condotto proprio là dove l’avrei trovato. E che ci posso fare, lascerò che il seguace di Freud dica quel che vuole.

Sicuramente mi è venuto caldo (o forse è stato il decongestionante che ho preso?). E mi sono goduto una mezz’ora di musica libera, a un volume consono, di ricordi e viaggi nel tempo. La correzione del pacco di compiti ha goduto di un’atmosfera più rilassata.

Però, ve l’assicuro, nessuna Marilyn Monroe è venuta a suonare alla mia porta. Per fortuna (sapeste il disordine!).

Io sciopero, perché…

Martedì 5 maggio è il mio giorno libero. Non andrei a scuola comunque.

Però ho provveduto a dare comunicazione volontaria al mio Dirigente Scolastico sulla mia intenzione di essere considerato in sciopero.

Ho già scritto qualche giorno fa che ero indeciso. L’uscita successiva della ministra Giannini, che parlava di “squadristi” che contestano e di altri che stanno zitti, e il susseguente silenzio del Premier (si scrive, un silenzio irato e operativo; bubbole, dico io, sempre silenzio è) mi hanno convinto.

Ho trovato anche questa lettera, che condivido pienamente. L’hanno inviata le maestre di mio figlio ai genitori della classe. E io, pur non dando nessun fastidio a studenti o alla scuola (è il mio giorno libero, avrebbero fatto comunque a meno di me), pago la mia quota di stipendio per far numero tra coloro che scioperano. Perché voglio che sappiano, lassù, che basta così.

Che basta con le prese in giro.

Si applichi per favore

Leggo la risposta che il Presidente del Consiglio Renzi avrebbe dato a commento del fatto che tutte le sigle sindacali si stanno mobilitando contro la famosa “buona scuola”. Bel colpo.

Personalmente non ho ancora deciso se e quando sciopererò, principalmente perché alcuni dei contenuti della “buona scuola” mi sembrano un positivo passo avanti. Altri meno, e da qui la mia indecisione.

Quello che, caro Presidente del Consiglio, potrebbe far spostare la mia decisione, e penso quella di tanti indecisi come me, è l’impressione, sempre più forte in questi giorni e via via che le Sue dichiarazioni si susseguono, l’impressione dicevo di sentirmi preso in giro.

Vede, io, come diversi colleghi, qualche anno l’ho passato sui banchi di scuola. Uno dei miei compiti professionali è inoltre quello di insegnare ai miei studenti a leggere testi di una certa complessità, come i problemi di geometria. Sentirmi dire che non ho letto bene la vostra proposta suona vagamente di presa in giro.

Dice che lo sciopero suona ridicolo. Mi fa piacere che si senta particolarmente ilare, particolarmente in un momento storico in cui immagino abbia poche occasioni di sorridere. Sentire però quest’aggettivo associato alle richieste, mi pare legittime, di una categoria professionale che negli ultimi vent’anni è stata sonoramente bastonata (e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, e Lei stesso ne ha diverse volte parlato), principalmente richieste di essere consultata, di non essere assoggettata a dinamiche estranee alla scuola, di non essere presa in giro per l’ennesima volta, mi suona, di nuovo, vagamente di presa in giro.

Mi fa molto piacere che questo governo abbia deciso di assumere i precari. Io sono stato assunto nel 2005 su concorso bandito nel 1999. Quindi non è che prima di voi nessuno assumesse. Inoltre, le assunzioni di cui parla, sia onesto, sono almeno in parte l’adeguamento necessario ad una sentenza europea. E, a voler fare proprio i precisini, tutte le simulazioni (è vero, fatte dai sindacati cattivoni, ma loro almeno le hanno fatte; le simulazioni del ministero io le devo ancora vedere…) parlano di una diminuzione degli stipendi, non di un loro aumento, con la vostra buona scuola. Quindi, non so, io continuo a sentire puzza di presa in giro.

Non so, veda un po’ lei. Noi insegnanti siamo quelli che dicono ai loro studenti di diffidare degli slogan, di cercare la sostanza. In tutta questa vicenda, parlando di comunicazione, caro Presidente del Consiglio, se fosse un mio studente, per ora si meriterebbe un cinque e mezzo, per i contenuti interessanti, ma anche la superficialità e il vago sentore di presa in giro (quante volte l’ho già scritto?) che nel suo orale, come nel vostro scritto, continua a sentirsi. Non potendo darvi un voto, lo dico chiaramente, vedrò. Vedrò il 23 aprile o il 5 maggio se scioperare o no.

Si applichi, per favore.

Con cordiale disprezzo

Ecco 700 nuovi morti. 700 tra cui forse c’era anche qualche terrorista (anche se non mi spiego come facciano i terroristi veri a spendere una barca di soldi per addestrare qualcuno e poi rischiarla, la barca di soldi, infilandola in una barca da quattro soldi e spedendola in mezzo a un mare di guai), sicuramente tanti futuri clandestini, insieme a qualche richiedente asilo.

Ed ecco tanti, vivi, che stanno bene, seduti davanti ai loro computer, a mostrare la loro contentezza per i 700 clandestini delinquenti in meno sul suolo patrio.

Ed ecco qualcuno, scusate, qualche bastardo, che cerca di speculare politicamente sulla tragedia.

Io cosa vedo? Vedo un Occidente che sta bene, ricco. Vedo un sud del mondo in cui, anche dove non ci sono guerre o carestie, si sta comunque peggio. Vedo esseri umani che, per caso o per disegno divino, nascono qui e là. E il fatto che una coscienza si risvegli di qui o di là non è frutto di alcun merito. Il fatto che io viva in pace, che abbia una casa, un lavoro, che nessuno attenti quotidianamente alla mia vita non è per nulla merito mio. E’ caso, o disegno divino: comunque è qualcosa su cui non ho titolo di proprietà, né di difesa.

E cosa sento? Sento un vincolo di solidarietà verso tutti quelli che aspirano alle cose che io ho, senza alcuno sforzo. Un vincolo di solidarietà umana. Umana. Chi cerca di fuggire guerre, chi cerca di fuggire la fame, chi cerca un futuro migliore per sé e per i propri cari, chi semplicemente cerca di raggiungere la propria famiglia o vuole ricominciare un futuro migliore. Tutte cose che, se io voglio, posso fare senza pericolo per la mia vita.

Allora, al netto di tutte le valutazioni politiche su come bisognerebbe gestire meglio questi flussi, caro mio, ti dico semplicemente che ti disprezzo di cuore. Che se non sei in grado di sentire solidarietà per i tuoi compagni d’avventura su questa nave nell’universo, allora sei sotto, sotto, irrimediabilmente sotto l’umano. Sei un subumano. Vergognatene, perché, a differenza di tanti tra coloro che oggi sono morti e godono del tuo dileggio, tu sei nato dove hai avuto tutte le possibilità di accedere ai tesori dell’umanità, alla grandezza dell’essere umano: hai avuto una scuola di buon livello, hai vissuto in una società in pace, hai potuto lavorare e guadagnarti anche il lusso di arricchirti interiormente. Le tue scelte ti condannano: sei rimasto, volentieri, un subumano.

Allora sta’ lontano da me. Non voglio avere nulla a che fare con te, con te che non sei in grado di commuoverti di fronte a storie di speranza o di disperazione interrotte nelle acque di un mare, il mare nostro, mare troppo vasto, senza soccorso di simili.

E sappi che la mia solidarietà ce l’hanno loro, non tu. Non conta niente, perché sono morti. Ma a loro dedico il mio rinnovato impegno, oggi, domani e finché avrò forza, a cercare di sconfiggere l’ignoranza, la tua ignoranza, e a far maturare nelle persone che mi stanno accanto come in me stesso il seme di un’umanità più consapevole. A sconfiggere il subumano. Te.

Con cordiale disprezzo.

Confini

Ieri, in sala insegnanti, una scorata discussione sulla nostra società che non ha i mezzi per opporsi alle migrazioni, e del resto le migrazioni non le ha mai fermate nessuno.

Ci sono confini e confini.

Alcuni sono linee che sono sbiadite nel tempo, hanno perso significato. Altre sono cortine fisiche che diventa sempre più facile superare, per chi è disperato e ha tutti i diritti di provare a superarle.

Ci sono confini su cui però non dobbiamo arretrare di un centimetro, anzi, se possibile, guadagnare metri nonostante le migrazioni: sono i confini dei diritti civili, delle pari opportunità, della non violenza, le conquiste buone della nostra civiltà.

Lo dobbiamo ai nostri figli, alle nostre figlie. Pensiamoci: lo dobbiamo a quella ragazza che ieri, alle otto di mattina, è stata aggredita e molestata in centro intanto che andava a scuola.

A proposito di un grande rito “romantico”

Ormai con cadenza settimanale mi capita che mi passi davanti il link di un qualche video, più o meno amatoriale e solitamente di fattura angloamericana, in cui tizio chiede a tizia di sposarlo.

E’ una sorta di gara alla proposta più sorprendente per la destinataria. Le situazioni quindi variano, ma ciò che resta in comune è lui inginocchiato, con un anello, che chiede a una lei che si copre la bocca per la sorpresa, l’emozione, e dice mille volte sì. Oppure, variante crudele, lei scocciatissima, declina (scocciatissima perché, è evidente, tra i due è lei, nella situazione, quella che fa la figuraccia…).

Ammetto che l’aspetto della carrambata mi piace (come mi piace vedere video in cui chiunque è piacevolmente sorpreso da una situazione inattesa).

Per il resto, rimarco il deciso e crescente senso di disagio che ho iniziato a provare di fronte a queste scene e al loro moltiplicarsi su internet, come se il loro grande successo non sia legato al “fattore sorpresa” che tutte le caratterizza, ma al fatto che stiamo assistendo alla canonizzazione di un rito (che secondo me ha perso, in chi lo celebra, qualunque legame col senso che ha, o ha avuto nel tempo).

Così, riflettendo, visto che io ormai il mio momento l’ho avuto (e, pure, molto diverso), mi sono ripromesso di cercare di trasmettere alcune cose ai miei due figli maschi.

  1. Nessuna persona è degna di stare in piedi davanti a te in ginocchio, per quanto innamorato tu possa esserne.
  2. L’amore si offre, non si supplica. Possibilmente in piedi, perché è forse la cosa più preziosa che tu possa offrire.
  3. I ruoli possono condizionare anche ciò che credi di pensare o di provare: in certe situazioni è meglio liberarsene. Non è scritto da nessuna parte che il primo passo lo debba fare tu, che non possa farlo lei…
  4. L’anello? Quello importante è quello che vi scambierete reciprocamente. Quello che anche tu porterai. L’altro è una tradizione che insieme potete anche modificare o arricchire.
  5. Comunque a certe decisioni è bene arrivarci insieme o non arrivarci affatto.
  6. E, anche in una coppia, ci sono momenti pubblici e momenti privati: lo sposarsi è pubblico, parlarne per capire se è il caso di farlo, no.
  7. Se tra voi non sentite la libertà di parlare di matrimonio, probabilmente è troppo presto, o troppo tardi, per parlarne.
  8. Chiedere e concedere, dare e ricevere… dinamiche e verbi accostati al fidanzamento quando un matrimonio voleva dire alleanza, dote, eredità. Forse abbiamo imparato qualcosa nel frattempo, forse oggi sono altri i verbi su cui costruire una unione che sfidi il tempo, anche senza disconoscere la necessità quotidiana di negoziare, di mediare, di venire a compromessi. E sono quelli i verbi e le dinamiche che insieme dovrete scoprire.
  9. Non ti rendere ridicolo, non per i tuoi affetti importanti.
  10. E usa la testa, anche negli affari di cuore: tu sei uno.

Musica sotto la neve

Come spesso mi capita, sono i ricordi d’infanzia a condizionare i miei gusti adulti.

In casa avevamo una collezione di vinili che definirei poderosa. E, fin da quando io vidi, piccolissimo, “Fantasia” al cinema (è vero, è del ’40, ma ogni tanto, allora, sotto Natale credo, lo riproponevano al cinema, complice probabilmente il fatto che l’offerta del nuovo non era prepotente come oggi e si poteva o doveva ripiegare sull’usato sicuro), fin da “Fantasia”, dicevo, la poderosa collezione di vinili di musica sinfonica era diventata per me un campo d’esplorazione meraviglioso.

C’era un vinile, credo fosse stato acquistato in omaggio con la rivista “Epoca”, in cui Walter Bonatti presentava i canti degli uccelli. Non l’ascolterei mai, oggi, per essere sincero. Però iniziava con le prime note di una sinfonia di Ciaikovski, la prima.

Quando poi la ritrovai intera, la sinfonia, tra i 33 giri della discoteca domestica, scoprii che aveva un sottotitolo: “Sogno d’inverno”. Associazione indelebile. Ancora oggi, verso dicembre, devo andare a rispolverare il cd con la prima sinfonia di Ciaikovski, per tenerlo a portata di mano.

C’è dentro il grande inverno, per me, il grande inverno russo. Oh, probabilmente lo stesso si potrebbe dire di altre sinfonie dello stesso autore, o di altri brani forse anche di più. Eppure… è la colonna sonora che desidero  quando fa freddo, quando nevica, quando voglio godermi un tragitto nella stagione buia dell’anno.

Un altro compositore che viene dal freddo e che mi parla sempre d’inverno, con le sue atmosfere legnose e impastate, è il finlandese Sibelius. Anche lui lo scoprii molto giovane tra gli lp di casa. E lo riscoprii più grande a casa di mio nonno, a Budapest. Credo di non aver mai sentito dischi suonare a casa sua, salvo quella volta, ed era il concerto per violino di Sibelius. Non a caso, visto che lui stesso sapeva suonare il violino.

Perciò, se vi va di sentire un po’ di musica ad accompagnare le nevicate che si preannunciano per i prossimi giorni, eccovi i miei suggerimenti.

Qui trovate Ciaikovski.

E qui Sibelius: il concerto per violino, ma anche la seconda sinfonia, o la terza, Sibelius va sempre bene.

Indietro carpiato

E’ stato con Edith (lo so, non vi ricordate chi è Edith: leggetelo qua) che ho comprato l’autoradio con l’USB. E poi mi sono fatto la chiavetta con la storia della musica da Caterina Valente a David Guetta. Chiavetta nera. Poi ce n’è un’altra, la preferita dei miei figli con le musiche di John Williams, blu a forma di braccialetto di gomma che quando è attaccato al lettore penzola e tremola.

Siccome il 50% del tempo che passo in macchina, lo passo coi miei figli, i quali al 50% del tempo che sono con me in macchina mi tempestano di domande tipo quanto fa novemila per novemila o perché Voldemort non ha il naso o ma quella è una honda, avere una chiavetta blu che nel 25% del tempo mi consente di guidare pensando a schivare le buche, peraltro abbondanti sui miei tragitti, è effettivamente indispensabile.

E poi un giorno mi rompo e gli dico no, abbiamo sentito la chiavetta blu per ducentoquarantatreggiorni di seguito, sant’ermengarda, mezza giornata di chiavetta nera me la lasciate. Che poi non dicono mai di no perché ci sono anche i Beatles e i 360 Gradi feat Fiorello, a trovarli fra un migliaio di canzoni. Ora va molto la funzione shuffle, che a loro piace perché non sentono mai lo stesso cantante/gruppo di seguito e a me consente di non mentire quando dico che non si può riascoltare la canzone già finita.

Tutta questa introduzione per dire che questa benedetta funzione shuffle, l’altroieri, mi si è rivoltata contro nel mio tentativo di un percorso rilassante. Stavo tornando a casa dal lavoro dopo cinque ore in classe e due al computer a preparare grafici, stavo tornando a casa solo, e dopo aver sentito qualche battuta di un programma radiofonico sull’unica emittente che ho memorizzato (Radiouno), ho pigiato il tasto del lettore USB.

Prima bomba: Cranberries. Sono volato indietro di vent’anni, forse diciannove. Estate da solo a studiare a memoria masse e decadimenti degli adroni, in collina: unica compagna Radio Musichiere che ogni mezz’ora in rotazione aveva Zombie. Lo sapevo che era roba che non serviva a nulla, ma per vedere contento il prof dai piedi piccoli, si studiavano anche a memoria. E via di zombi. E a pranzo, cordon bleu surgelato e zombie. Insalata e zombie. L’anno dopo, stesso appartamento in montagna, tesi, Fools Garden. Ma quell’anno erano Cranberries. Scaraventato all’epoca dell’università, nelle note di quella chitarra distorta tante domande, tante risposte, tanto di uguale e di diverso dall’oggi.

Black ora. Wonderful life, l’unica sua canzone che conosco. Superiori, anche se non ricordo dove, se nello scantinato di fianco ai gabinetti degli ultimi due anni, se nell’edificio della scuola elementare della terza o nel palazzone dell’enel del biennio. Superiori col Maino che ballava il moonwalk tra i banchi, il Calo che lo sfotteva con Prince, il Maffo che mi passava i Beatles. Tutti ascoltavano i pinfloi e sapevano a memoria i titoli del doppio. E io in gita a Parigi ascoltando Alchemy col walkman esploravo nuove vie insegnando al gentil sesso a giocare a briscola in cinque in pullman.

Poi arriva Bertoli, Eppure soffia. Altro salto indietro, serate intorno al fuoco, chitarra, canzoni e faville, fresco di brezze montane e folate di fumo di legna. Era una delle canzoni che piacevano di più a Giovanna, non è che me l’abbia mai detto, ma l’impressione che mi è rimasta è questa. E quanto sarebbe bello poter rivivere quei momenti di trent’anni fa con la consapevolezza di oggi.

Improvvisamente sulle note di uno degli ultimi Coldplay, la macchina del tempo si è inceppata, e mi sono trovato bloccato laggiù, in fondo, al fuoco di bivacco, in gita a Parigi, all’università, e mi sono visto dal passato, guidavo una panda nera con due seggiolini dietro, avevo qualche capello grigio. Mi guardavo da allora, come ribaltato, come si vede in un tuffo all’indietro.

E la cosa che più mi ha impressionato, del me stesso di un futuro dal passato, era il sorriso. Perché lo conoscevo, lo conosco quel sorriso, so quel che c’è dietro: quegli anni saltati nel tuffo, gradini che ho comunque dovuto salire. E la luce negli occhi, che non si è spenta, quella l’ho riconosciuta. Mi ha sorpreso vedere che non sono le stesse cose di allora ad accendere il mio sguardo oggi. Però posso dire che mi sono sentito bene pensando che non mi sarei tradito, che non mi sono tradito nel cercare di mantenere una luce negli occhi.

Non sono finito nel fosso e mi sono ripreso subito, neh.

Oh sì, sarebbe bello rivivere il passato con la consapevolezza del presente. Ma quanto fa bene, a volte, o male, altre, il momento in cui si vede il presente con gli occhi ingenui e pieni di speranza di chi si trova ancora dalla parte della propria storia a cui ci si volge nei ricordi! Le rughe le vedi tutte, tutte. Quelle sulla fronte come quelle intorno alla bocca. Ma se quel me stesso di allora potesse vedermi oggi, quale sarebbe il suo giudizio?

E ora, pronto per altri duecentoerotti giorni con la chiavetta blu.