Archivi autore: Alessandro Allegri

La paura della novità

E’ un mantra dei riformisti (nelle cui schiere, politicamente parlando, dovrei collocarmi pure io) di questi giorni: non bisogna aver paura della novità.

Parlando di scuola, della “buona scuola”, mi sembra di capire che chi vuole assecondare la riforma non ha paura delle novità, mentre chi si oppone è per paura della novità.

E’ certamente una posizione comoda a chi propone una riforma, quella di suggerire che chi è a favore è dalla parte della razionalità, mentre chi è contro è irrazionale (la paura, signori, la paura!).

Io appartengo a una categoria, a una sottocategoria, a una sottosotto… molto conservatrice. Giocano molti fattori, non ultimo il fatto che le novità negli ultimi vent’anni o giù di lì sono stati, invariabilmente, delle mazzate: sia dal punto di vista personale (contratti bloccati, scatti di anzianità bloccati, norme ad minchiam sul pensionamento, e via dicendo), sia dal punto di vista dell’efficienza e dell’efficacia del lavoro, del supporto sociale del datore di lavoro, lo Stato, ai dipendenti, della totale incapacità del datore di lavoro di tutelare i lavoratori capaci e ligi al dovere nei confronti dei comportamenti scorretti o illegali di altri lavoratori furbetti, incapacità sancita dai provvedimenti punitivi erga omnes.

E allora il mantra: tutto sta per cambiare, non bisogna aver paura della novità.

Io avrei qualcosa da dire. In parte l’ho già detto nelle righe sopra.

  1. La paura della novità è sacrosanta: è un meccanismo di difesa rispetto alla perdita di sicurezze.
  2. Di fronte a qualunque persona che ha paura, dire “non aver paura” è utile più o meno quanto consigliare di infilarsi le mani in tasca.
  3. La paura della novità c’è, in particolare, in chi dalle novità è stato ripetutamente fregato.
  4. La paura della novità non si sconfigge con consigli più o meno insensati, ma mostrando che la particolare novità di cui si sta parlando non è pericolosa.

Allora, per favore, piantiamola con questo atteggiamento zen del piffero, “paura non paura abbandoniamoci al panta rei”:

  • chi si oppone può avere ragioni dettate dalla paura, ma può anche aver pensato ragionevolmente bene, fatto calcoli non solo sulle proprie tasche ma anche sulla tenuta del sistema scolastico italiano;
  • a quelli che semplicemente hanno paura della novità, riconosciamo che hanno pienamente ragione, che dopo vent’anni di riforme abortive dettate solo da motivazioni contabili, lo status quo è meglio di qualunque altra pessima novità;
  • e se ci sono effettivamente buone nuove, facciamole maturare, convincendo della loro bontà non con slogan cretini ma con sperimentazioni serie, non legate al colore del governo, ma alla solidità di chi lavora ogni giorno in classe indipendentemente dal colore del governo.

Tanto per interrompere la tradizione di prendere pure per il culo chi per spirito di servizio non si lamenta forte delle sberle che becca ogni giorno.

BYOD

Per chi segue i dibattiti online sulle nuove tecnologie a scuola, è arrivato il momento del BYOD.

Acronimo inglese, apparentemente mutuato dalle politiche aziendali rispetto alle tecnologie stesse: Bring Your Own Device. Portati il tuo dispositivo.

Tradotto in italiano, l’acronimo sarebbe “FLNCFS”: “fare le nozze coi fichi secchi”.

Vogliamo le scuole 2.0, vogliamo le LIM, vogliamo le tecnologie a scuola, vogliamo vogliamo. Poi non ci sono i soldi e allora? Ragazzi, la tecnologia ce la mettete voi.

Hai lo smartphone? Benissimo, usiamo quello. Hai il tablet? Ottimo. Hai un portatile? Eccellente.

Ma come, Pierino, tu niente? Non te l’avevano detto quando ti sei iscritto che questa è una scuola di serie A? No, non di serie A come dotazione della scuola, di serie A come reddito delle famiglie degli alunni… Non ti vergogni un pochetto?

Boicotto

Fare acquisti è un’operazione che non amo particolarmente, devo averlo già scritto diverse volte. Sotto Natale il mio scarso gradimento diventa particolarmente scarso.

Perciò, trovare un negozio in cui mi sento accolto, in cui vedo che il personale è attento al particolare momento dell’anno, alle mie esigenze di trovare quel che cerco (che magari è molto vagamente delineato nella mia mente) e levarmi dai piedi nel più breve tempo possibile, è per me importante, come per chi deve andare dal dentista trovare un ambiente sereno.

E invece sono assolutamente disposto a tracciare una enorme croce sopra il nome di negozi in cui questo non accade. Non mi interessa se è un momento di crisi, se è difficile trovare lavoro: io boicotto, ma in realtà la zappa sui piedi se la stanno tirando coloro che lavorano o gestiscono male.

Io trovo che parlare male dei clienti di fronte ad altri clienti, o, peggio, ad altri clienti sia imperdonabile. Mi dispiace. Boicotto.

Non mi interessa se hai questioni sindacali, per cui potrei sicuramente sentirmi solidale di fronte a un tuo atteggiamento collaborativo. Non mi interessa se hai tre lauree e sei lì a fare pacchetti per tre euro all’ora, fatto per cui potresti avere tutta la mia comprensione, se ci vediamo fuori davanti a una birra. Hai scelto un lavoro a contatto col pubblico, io sto soffrendo in mezzo agli acquisti natalizi, e pago pure: mi dai una mano, e me la dai volentieri. Altrimenti boicotto.

Trattar male la gente, nemmeno quella esigente, no. In nessun caso. Anche se non tratti male me. Io mi sento molto fuori posto in un negozio prima di Natale, se ti vedo trattar male qualcuno io immediatamente solidarizzo con lui o lei. E me ne vado. Se hai finito l’ironia con cui affrontare certi clienti, zitto o zitta, ingoi il rospo e vai avanti.

Se pensi di non potermi aiutare, me ne vado subito. Lo capisco dal tuo sguardo, di chi è convinto di vendere capolavori d’arte e di avere di fronte qualcuno che non è in grado di apprezzarli. Nei paesi di lingua inglese, quando entri in un negozio ti chiedono subito “may I help you?”, posso aiutarla? E di solito sono pure sinceri: hanno voglia di aiutarti. Ecco, se non sei in grado di farlo ma parti, vedendomi entrare, dal presupposto che non puoi aiutarmi (e può anche darsi, vista la mia ignoranza nello sport degli acquisti natalizi), bene, hai ragione di sicuro.

Se non capisci che sotto Natale l’efficienza può essere importante, e invece di concludere quel che va concluso cortesemente ma rapidamente, stai lì a prestare attenzione più che a me alla collega che ti sta a fianco e con cui stai discorrendo, davanti a me, di cose che non mi interessano minimamente, e lo puoi intuire dal sorriso un tantino teso con cui attendo i tuoi comodi, ecco, sappi che non mi vedrai più in negozio.

Non so, io di solito mi sento comprensivo, e sotto Natale più buono che durante il resto dell’anno, la solita fola. Però mi pare che ci siano persone che non si rendono conto della fortuna che hanno ad avere un lavoro. Non soltanto per la situazione economica, ma anche e soprattutto perché con l’atteggiamento del “tutto dovuto” che sfoderano il risultato più probabile è il pugno di mosche. Ci sono persone che credono non solo che esistano persone superiori, ma anche di appartenervi.

Cattive notizie: il vento è girato. Chiunque può far spesa da casa, avere il tutto recapitato e incartato senza muoversi dal salotto. Il tuo negozio chiuderà come mille prima del tuo, e su dieci posti da commesso o commessa se ne salverà uno come magazziniere dai turni lunghissimi e dalla paga cortissima.

Se c’è una differenza tra far la spesa in un negozio e online a vantaggio del primo, è questo il momento di farla percepire. E mandar via i clienti non è un buon inizio.

Proposito per l’ultimo dell’anno

Ho sempre vissuto in qualche tipo di appartamento. Quand’ero bambino mi sarebbe piaciuto molto avere un animale domestico, ma mio padre, che aveva studiato come si curano gli animali, non ne voleva, per paura che soffrissero in un ambiente a loro non adatto.

E così sono cresciuto con l’impressione che gli animali debbano essere trattati con un certo rispetto, che esista una differenza tra possedere una cosa e avere in casa un animale.

Poi mi è capitato di passare un capodanno in un paese in cui l’avere una casa monofamiliare e abitarci con un cane è la norma. Nel vicinato, quando i petardi hanno iniziato a scoppiare, ho avuto la percezione di quanti cani ci fossero, e di quanto soffrissero.

Non ho mai capito i “botti”. Non ho mai capito perché ogni anno il primo gennaio sia necessario fare un bilancio di morti, arti amputati, occhi distrutti. Ma anche senza andare su quelli pericolosi, ho visto, anzi ho sentito con le mie orecchie quanto anche i petardi più piccoli possano disturbare.

Ecco, è da anni che mi regolo così, ma quest’anno mi va di dirlo, senza voler accusare nessuno, ma con l’idea di proporre un modo diverso di festeggiare: a San Silvestro se mai la mia famiglia e io useremo effetti pirotecnici, saranno innocui e silenziosi.

Per rispetto a noi stessi e agli animali che ci circondano. Buon ultimo dell’anno a tutti.

V.A.P.

Il periodo natalizio, per chi ha figli alla primaria o alla materna, si contraddistingue dall’apparire in casa dei lavoretti costruiti a scuola e di cui, normalmente, i bambini sono abbastanza orgogliosi.

Non è una novità. Ricordo che per me alla scuola elementare il periodo natalizio era periodo di odore di vernice spray, vinavil, spago, e conseguenti finestre aperte (e freddo in aula come fuori).

Non ricordo che cosa produssi, alle elementari (assolutamente non so nemmeno SE produssi, alla materna).

Qualche cosa sì, torna dai ricordi, in realtà, e secondo me il modo in cui la mia memoria selettiva ha trattenuto certe cose è significativo perché già da allora alcune cose suscitavano il mio interesse e la mia curiosità, e ancora lo fanno, mentre altre scivolavano, come scivolano oggi.

Tre dettagli.

Uno: costruire un’abat-jour usando una bottiglia: forare il vetro per far passare il cavo, i collegamenti elettrici nel portalampada.

Due: gli abbinamenti di colore che la maestra voleva per gli addobbi. Rosso con oro, blu con argento. Non so in base a quale regola scritta o non scritta, però aveva ragione.

Tre: V.A.P. Bacche rosse due su tre. Spine due su tre. Velenosi due su tre. I tre rametti, le tre piante delle decorazioni: vischio, agrifoglio e pungitopo.

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Chissà perché questi tre elementi sono rimasti impressi proprio a me. Chissà cosa è rimasto invece ai miei compagni di classe di allora. E però, sono elementi che riconosco come miei.

Prima conclusione: non si sa mai.

Come ha detto un apprezzatissimo docente di fisica ai miei studenti in visita al dipartimento, è nella ricchezza di stimoli che possono nascere tante idee.

Certo, e talvolta gli stimoli sono già presenti, basta solo indicarli. Basta solo far notare i dettagli, per inchiodare l’attenzione su qualcosa che altrimenti non avremmo visto, forse nemmeno di sfuggita.

Seconda conclusione: proprio perché non si sa mai, non bisogna perdere i dettagli, non bisogna lasciarli sfuggire, a noi stessi e poi a coloro che amiamo.

Ecco, allora la mia attenzione è su V.A.P., vischio, agrifoglio e pungitopo.

Che mi ricordano il Natale delle elementari, ma forse possono essere anche una figura del Natale di oggi. Non si sa mai.

Non si sa mai che, a guardarlo bene da vicino, il Natale, non si scopra qualche dettaglio che non sa di pandoro, che invece punge, o difficile da digerire, che ti avvelena un po’ il “clima natalizio”.

Non si sa mai che, a leggere attentamente il racconto di quella notte, non ci si renda conto di cosa parla, ancora oggi, sempre verde.

Non si sa mai che veniamo inchiodati, attraverso i dettagli, al gioco di umanità e di disumanità che si consuma quella notte. Alla strana strategia del divino, qualunque cosa questo significhi per ciascuno, che entra in gioco e sceglie, tra le due, la prima.

Non si sa mai che ci accorgiamo che coloro che parlano di “tradizione” sono quelli che chiudono il catenaccio delle loro case mentre una donna straniera che sta per partorire bussa e viene respinta. Che i nomadi pastori vengono per primi interpellati e per primi rispondono. Che se questo raccontato ci sembra un mondo capovolto, è pur vero che c’è un altro punto di vista per cui quello capovolto è il nostro.

Mi punge, mi avvelena, la ghirlanda del Natale. Eppure per me è con questo verde, con queste bacche colorate che fin da allora, dalle elementari, è fatta. Anche attraverso, o nonostante, i riti dei regali, i riti della religione, i riti delle vacanze, dell’inverno, della consuetudine. C’è sempre una fogliolina che buca il guanto, una pallina bianca o rossa dal gusto amaro, che ribalta il punto di vista, come se una ghirlanda rotonda davvero non potesse avere un alto o un basso, una destra o una sinistra.

Terza, ed ultima, conclusione: tanti cari auguri. Di vischio, agrifoglio e pungitopo.

I comandamenti della statistica

Premetto subito che non mi piacciono i sermoni televisivi. Benigni ieri sera l’ho guardato per dieci minuti intanto che scrivevo appunti, poi ho cambiato canale.

Di questo tipo di spettacolo televisivo del buon Roberto non riesco a digerire alcuni aspetti direi epidermici. Un’aggettivazione iperbolica senza una (per me) adeguata giustificazione, da un lato. Dall’altro, il desiderio di spiegare anche la poesia, certe affermazioni suggestive che nel tentativo didascalico di spiegazione, perdono i chiaroscuri che le pieghe naturalmente offrono.

Ma questi sono gusti.

L’oggettività dice che Benigni è in grado di fare uno share impressionante, tenendo milioni di persone davanti a un mezzo televisivo senza pacchi, senza ballare con le stelle, senza tragedie in diretta, senza liti tra personaggi politico-mondani, senza reality, ma semplicemente con la forza della sua narrazione e la profondità di un testo (questa volta biblico, ma altre volte era stato dantesco o la Costituzione). Un testo scelto sempre come riferimento culturale di una comunità, che, evidentemente, ci si ritrova.

Leggo oggi commenti scocciati. Quanti milioni ha preso Benigni, quanti milioni ha pagato la RAI, per sentire l’ideologia di Benigni.

Le idee di Benigni, evidentemente, sono opinabili. Se si vogliono criticare quelle è chiaro che gli appigli non mancano.

L’ideologia che vedo lampante, però, non è quella di Benigni, ma quella di chi, di fronte a chi la pensa diversamente da sé, non critica l’idea, ma il fatto che il servizio pubblico paghi per un prodotto considerato “partigiano”.

Capirei l’ateo che non si ritrova nel discorso religioso. Ma è un’obiezione facile da smontare, o almeno da controbilanciare proprio in senso culturale: chi siamo oggi come italiani dipende in larga misura (non unicamente, certo) da una tradizione giudaico-cristiana di cui questi dieci comandamenti sono espressione di primo piano.

Da un punto di vista economico, io non ho presente i conti della RAI, quali sponsor abbiano finanziato il progetto, quali introiti pubblicitari abbiano coperto i compensi. Certamente, e proprio in questo momento in particolare, la RAI, che è un’azienda, non può permettersi di compiere operazioni in perdita.

D’altra parte, il pagare nel canone programmi su cui non si è d’accordo capita un po’ a tutti quelli che il canone lo pagano. Io, ad esempio, non mi scandalizzo ormai più nel pensare che una parte dei soldi che ogni anno a gennaio verso come tassa per il possesso del mezzo televisivo finiscano a finanziare chessò, l’isola dei famosi, i programmi pomeridiani o quello dei misteri…

E comunque la questione del compenso la determina almeno in parte il mercato; sono inoltre convinto che il compenso di Benigni non vada completamente a lui, ma anche a un gruppo autoriale e redazionale che collabora con lui; e in ogni caso, non spetta certo a me giudicare la coerenza e la destinazione degli introiti per una prestazione professionale di nessuno.

Io proverei a porre la questione in termini che i miei alunni conoscono molto bene. Quando si vuole sollevare la media, bisogna prendere un voto superiore alla media, o cancellarne uno inferiore alla media.

Io credo che da un punto di vista culturale le operazioni che Benigni ha proposto negli ultimi anni in televisione siano indiscutibilmente superiori alla media dei programmi RAI, per quanto si possa essere in accordo o in disaccordo con le sue opinioni. Portare Dante, la Bibbia in televisione, in modo divulgativo e popolare, mi sembra di poter dire che eleva la qualità dell’offerta.

Ecco, proviamo ad esercitare l’arte di scandalizzarci su quel che abbassa, più che su quel che eleva. Piano piano, eliminiamo il peggio: la media si alzerà, e forse, un giorno, arriveremo a dire che Benigni è nettamente al di sotto degli standard, basta!

Temo che ci vorrà molto tempo ancora. Purtroppo.

Altro che pomodoro!

Se un giorno vi svegliaste e scopriste di avere in giardino una varietà rara di pomodoro, sconosciuta ai più, ma che evidentemente ama particolarmente il clima, il terreno, l’acqua che trova a casa vostra ripagandoli con abbondanti e ripetuti raccolti, che fareste?

Io immagino che lo direste in giro. Lo fareste assaggiare, per far apprezzare il gusto, la genuinità, l’aroma unico, del vostro prodotto. Vi infilereste nella rete dei km0, del biologico, invitando gente a conoscere il vostro pomodoro, educando il gusto della gente, la sensibilità dei vicini a tutto ciò che il vostro pomodoro rappresenta.

E, se gli affari vanno bene, come fareste a cercare gente che venga a lavorare da voi? Magari andreste dagli operai in mobilità dello scarpificio della vostra città e direste: “guardate, la vostra fabbrica tra tre mesi chiude qui e riapre ad Addis Abeba; il mio pomodoro invece vien su solo qui da noi…”. E fareste così, credo, non perché per coltivare il vostro pomodoro non serva una manodopera specializzata, ma perché potendo offrire come bonus la stabilità di un’attività che non è delocalizzabile, ci sarebbe anche il rischio di garantirsi il cuore, e non solo i muscoli, dei vostri neoassunti.

Non esiste nessun pomodoro che non possa essere delocalizzato in Olanda (non so perché, ma mi viene da pensare che in Olanda abbiano delle serre in cui sparano “‘O sole mio” dagli altoparlanti giorno e notte), o anche altrove (non so bene ad Addis Abeba, non ci sono mai stato, ahimè).

Ma ci sono delle risorse che funzionano un po’ come il vostro pomodoro di razza antica, autoctona, eccellente. Ad esempio, per noi italiani, la bellezza: cultura, arte, archeologia, musica, teatro, ma anche risorse naturali. Provate a delocalizzare le Terme di Caracalla o il Catinaccio. La musica, è vero, è delocalizzata in partenza, ma quella dal vivo si fa dove ci sono i musicisti…

Ecco, avete appena scoperto il vostro pomodoro. Che fate ora? Create il mercato, lo curate, lo allargate, fate in modo che sempre più persone siano in grado di acquistare il vostro ortaggio.

Aumentate le ore scolastiche di arte, musica, teatro. Investite nella riformulazione dei musei: prendete tre operai in mobilità dello scarpificio e li spedite, spesati, ad imparare e a fare le spie: al Louvre, al museo del Krapfen di Sigmaringa che ha vinto il premio come migliore museo della galassia nel 2014, e via dicendo, non solo nei musei famosi, ma soprattutto in quelli che brillano per essere moderni, in grado di attirare appassionati del pomodoro… ops, pardon, dell’arte, della cultura eccetera. Investite negli scavi archeologici. Investite cercando di dare un posto di lavoro come risorse pregiate e preziose a quella schiera di archeologi che avete fatto lavorare come schiavi nelle campagne estive intanto che erano laureandi e poi avete spedito a costituire cooperative inutili. Avete un servizio pubblico televisivo? Lo usate per formare i gusti della gente: esporli all’arte, alla cultura significa, alla fine dei conti, creare l’utenza della vostra fantastica risorsa. Andate poi a spiegare a quelli di qua come mai quelli di là, che non hanno il mare ma la guazza del Po, attirano turisti da mezza Europa e loro, che invece il mare ce l’hanno, li fanno scappare.

Lo so, state sorridendo.

Ma fate una gita in Austria. A Salisburgo, per esempio.

Tornate piangendo, ve l’assicuro. Lì davvero capite quanto siamo alla frutta. Altro che pomodoro!

Di motociclisti e altro

Stavo leggendo (ai miei pargoli) di una motocicletta volante cavalcata da un gigante ispido che recava con sé un bambino in fasce. E poi del sogno, probabilmente ricorrente, di quest’ultimo, una volta cresciutello, riguardante tale veicolo volante.

E così mi sono incuriosito, e siccome domani il più grande dei miei pargoli salta scuola grazie al provvido intervento del santo patrono locale, mi sono chiesto: ma i motociclisti avranno un santo patrono che li protegga anche intanto che volano?

Di coincidenza in coincidenza mi sono trovato a scoprire che esiste un santo patrono dei motociclisti: un tale santo da Harley Davidson che calò dall’Irlanda mille secoli fa rombando lungo la via per Roma e fondando monasteri ovunque si fermasse a sostare.

Uno ce l’ho vicino, nella nostra Emilia così ricca e oggi così poco elettorale, dove è morto e riposa il centauro monastico, e dove proprio oggi si è celebrata la tradizionale sagra, nella ricorrenza della morte, che pare sia avvenuta proprio il 23 novembre del 615.

Ecco, pensando al buon irlandese (wikipedia ne traduce il nome gaelico come “bianca colomba”), penso che avremmo bisogno oggi di bikers come lui. Che attraversano l’Europa piantando semi spirituali, che germogliano, sviluppano radici che tengono insieme, con la forza dei valori e dell’umanità, un continente oggi diviso come mai negli ultimi sessant’anni.

Buon san Colombano!

Di rimorsi, rimpianti e altre sciocchezze

E’ un dogma della cultura giovanilista odierna: meglio un rimorso che un rimpianto.

C’est à dire, cogli ogni occasione, non ti tirare indietro. Traduzione à la “capitano mio capitano” del bistrattato oraziano carpe diem.

Ecco, sommessamente, ma nemmeno poi tanto, ché l’esperienza personale è l’unica cosa che mi vale la pena gridare: sciocchezze.

Ci sono cose che valgono, altre no. Quali? dipende. Ma per alcune non avrò mai rimorso, anche se l’esito non è stato favorevole, per altre non avrò mai rimpianto, pur non avendole scelte.

Diceva recentemente, grazie al cielo, una voce bella e forte della canzone italiana che bisogna sapersi negare.

Pena la compressione di ogni esperienza e del suo senso sotto la scialba coltre di una parità che non esiste. Non è vero che ogni esperienza valga. Non è vero che qualunque tentativo vada perseguito. Non è vero che cogliere l’attimo significhi buttarsi in ogni caso. Una scelta negativa non è di per sé più vuota di una positiva.

L’ho chiamata giovanilista, la cultura che procede con lo stendardo del “meglio un rimorso”. Perché è alibi comodo quanto disonesto per chi sente di non avere più tanto tempo danzante davanti a sé e cerca il modo di non sprecarlo.

Io, che non temo l’età che avanza, anzi l’accolgo benvenuta col suo carico di saggezza spicciola, ma utile, è leggendo la mia vita, e non per chissà quale principio da difendere, che così dico: sciocchezze.

Le atomiche sulle coscienze

Stavo ascoltando la radio oggi a mezzogiorno e mi sono imbattuto in un interessante dialogo a più voci sui rapporti tra l’Islam e l’Occidente e sull’estremismo fondamentalista. Appena trovo il podcast ho intenzione di linkarlo perché è stata una trasmissione molto ricca di spunti e dagli interventi di grande qualità.

Uno degli inserti è stata  un’intervista a Gino Strada, il quale ha proposto un parallelo tra il manifesto che nel 1955 alcuni grandi scienziati firmarono contro lo sviluppo delle armi nucleari e il rifiuto della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti.

Un po’ come dire che la guerra, ma anche la povertà, che i conflitti alimenta, e l’ignoranza, in cui i conflitti vengono fomentati da chi ha interessi in gioco, devono essere eradicati dal pianeta come una malattia, nello stesso modo in cui e per gli stessi motivi per cui i firmatari del documento citato auspicavano, in piena guerra fredda, che le armi atomiche venissero bandite per sempre.

Vero è che le armi non furono bandite, e questo non ha portato, finora, alla paventata estinzione del genere umano. Ma ciò non toglie, se comprendo il pensiero di Strada, che invece la guerra, che non risolve mai i conflitti ma anzi li amplifica e dona loro solide basi di morti e violenze su cui insediarsi e radicarsi nelle coscienze, non abbia invece in sé il potenziale distruttivo per condurre l’umanità alla propria fine. La guerra, ma anche la povertà, dicevo, e l’ignoranza.

Eliminare dal mondo guerre, povertà, ignoranza. Strada non teme di essere chiamato utopista: dice anzi che utopia per lui significa soltanto qualcosa che ancora non è accaduto.

E io credo che, alla faccia del realismo e del cinismo che ci caratterizzano oggi, abbiamo bisogno di queste utopie, per essere oggi degli umani eticamente decenti.

Perciò, eccolo il manifesto Russell-Einstein, che ho trovato su www.senzatomica.it. Lo riporto qua sotto perché credo che sia una lettura importante per diversi motivi: da quello storico, a quello biografico di chi lo firmò, all’attualità che sicuramente si può evidenziare anche solo con lo stratagemma di sostituire l’oggetto di cui si parla, le armi nucleari, con la triade di cui sopra.

Ripeto: con tutto il cinismo e il realismo in sottofondo, mai realmente sopiti, trovo comunque necessario un impegno almeno a lasciarci provocare dalle idee espresse. Non so se ne vada davvero della sopravvivenza della specie umana. Certamente mi pare che ne vada della dignità di tale specie, a cui tutti apparteniamo.

“Nella tragica situazione che affronta l’umanità, noi riteniamo che gli scienziati dovrebbero riunirsi in un congresso per valutare i pericoli che sono sorti come conseguenza dello sviluppo delle armi di distruzione di massa e per discutere una risoluzione nello spirito della seguente bozza di documento.

Non stiamo parlando, in questa occasione, come membri di questa o quella nazione o continente o fede religiosa, ma come esseri umani, membri della specie umana, la cui sopravvivenza è ora messa a rischio. Il mondo è pieno di conflitti, tra cui, tralasciando i minori, spicca la titanica lotta tra Comunismo e Anticomunismo. Quasi chiunque abbia una coscienza politica nutre forti convinzioni a proposito di una di queste posizioni; noi vogliamo che voi, se è possibile, mettiate da parte queste convinzioni e consideriate voi stessi solo come membri di una specie biologica che ha avuto una ragguardevole storia e di cui nessuno di noi desidera la scomparsa.

Cercheremo di non dire una sola parola che possa piacere più ad un gruppo piuttosto che all’altro. Tutti, in eguale misura, sono in pericolo e se il pericolo è compreso, c’è speranza che lo si possa collettivamente evitare.

Dobbiamo cominciare a pensare in una nuova maniera. Dobbiamo imparare a chiederci non che mosse intraprendere per offrire la vittoria militare al proprio gruppo preferito, perché non ci saranno poi ulteriori mosse di questo tipo; la domanda che dobbiamo farci è: che passi fare per prevenire uno scontro militare il cui risultato sarà inevitabilmente disastroso per entrambe le parti?

Un vasto pubblico e perfino molti personaggi autorevoli non hanno ancora capito che potrebbero restare coinvolti in una guerra di bombe nucleari. La gente ancora pensa in termini di cancellazione di città. Si è capito che le nuove bombe sono più potenti delle vecchie e che, mentre una bomba –A potrebbe cancellare Hiroshima, una bomba‐H potrebbe distruggere le più grandi città, come Londra, New York o Mosca. Non c’è dubbio che, in una guerra con bombe‐H, grandi città potrebbero finire rase al suolo. Ma questo è uno dei disastri minori che saremmo chiamati a fronteggiare. Se tutti, a Londra, New York e Mosca venissero sterminati, il mondo potrebbe, nel corso di pochi secoli, riprendersi dal colpo. Ma ora noi sappiamo, specialmente dopo i test alle isole Bikini, che le bombe nucleari possono gradualmente spargere distruzione su di una area ben più vasta di quanto si pensasse.

Si è proclamato con una certa autorevolezza che ora si può costruire una bomba 2.500 volte più potente di quella che ha distrutto Hiroshima.

Una tale bomba, se esplodesse vicino al suolo terrestre o sott’acqua, emetterebbe particelle radioattive nell’atmosfera. Queste ricadono giù gradualmente e raggiungono la superficie terrestre sotto forma di polvere o pioggia mortifera. E’ stata questa polvere che ha contaminato i pescatori giapponesi e i loro pesci. Nessuno sa quanto queste particelle radioattive possano diffondersi nello spazio, ma autorevoli esperti sono unanimi nel dire che una guerra con bombe‐H potrebbe eventualmente porre fine alla razza umana. Si teme che, se molte bombe‐H fossero lanciate, potrebbe verificarsi uno sterminio universale, rapido solo per una minoranza, ma per la maggioranza una lenta tortura di malattie e disgregazione.

Molti avvertimenti sono stati lanciati da eminenti scienziati e da autorità in strategie militari. Nessuno di loro dirà che sono sicuri dei peggiori risultati. Quello che diranno sarà che questi risultati sono possibili, e nessuno può essere certo che non si realizzeranno. Non abbiamo ancora capito se i punti di vista degli esperti su questa questione dipendano in qualche grado dalle loro opinioni politiche o pregiudizi. Dipendono solo, per quanto ci hanno rivelato le nostre ricerche, da quanto è vasta la conoscenza particolare dell’esperto. Abbiamo scoperto che gli uomini che conoscono di più sono i più tristi. Questa è allora la domanda che vi facciamo, rigida, terrificante, inevitabile: metteremo fine alla razza umana, o l’umanità rinuncerà alla guerra?

La gente non affronterà l’alternativa perché è così difficile abolire la guerra. L’abolizione della guerra richiederà disastrose limitazioni alla sovranità nazionale. Ma probabilmente la cosa che impedirà maggiormente di comprendere la situazione sarà il fatto che il termine “umanità” suona vago e astratto. La gente a malapena si rende conto che il pericolo è per loro stessi, i loro figli e i loro nipoti, e non per una vagamente spaventata umanità. Possono a malapena afferrare l’idea che loro, individualmente, e coloro che essi amano sono in pericolo imminente di perire con una lenta agonia. E così sperano che forse la guerra con la corsa a procurarsi armi sempre più moderne venga proibita. Questa speranza è illusoria. Qualsiasi accordo sia stato raggiunto in tempo di pace per non usare le bombe‐H, non sarà più considerato vincolante in tempo di guerra, ed entrambi i contendenti cercheranno di fabbricare bombe‐H non appena scoppia la guerra, perché se una fazione fabbrica le bombe e l’altra no, la fazione che l’avrà fabbricate sarà inevitabilmente quella vittoriosa.

Sebbene un accordo a rinunciare alle armi atomiche come parte di una generale riduzione degli armamenti non costituirebbe una soluzione definitiva, potrebbe servire a degli scopi importanti. Primo, ogni accordo tra Est e Ovest va bene finchè serve ad allentare la tensione. Secondo, l’abolizione delle armi termo‐nucleari, se ogni parte credesse all’onestà dell’altra, potrebbe far scendere la paura di un attacco proditorio stile Pearl Harbour che ora costringe tutte e due le parti in uno stato di continua apprensione.

Noi dovremmo, quindi, accogliere con piacere un tale accordo sebbene solo come un primo passo. Molti di noi non sono neutrali, ma, come esseri umani, ci dobbiamo ricordare che, se la questione tra Est ed Ovest deve essere decisa in qualche maniera che possa soddisfare qualcuno, Comunista o Anti‐comunista, Asiatico o Europeo o Americano, bianco o nero, questa questione non deve essere decisa dalla guerra. Noi desidereremmo che ciò fosse compreso sia all’Est che all’Ovest.

Ci attende, se sapremo scegliere, un continuo progresso di felicità, conoscenza e saggezza. Dovremmo invece scegliere la morte, perché non riusciamo a rinunciare alle nostre liti? Facciamo un appello come esseri umani ad altri esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticatevi del resto. Se riuscirete a farlo si aprirà la strada verso un nuovo Paradiso; se non ci riuscirete, si spalancherà dinanzi a voi il rischio di un’estinzione totale.

Risoluzione:

Noi invitiamo il Congresso, e con esso gli scienziati di tutto il mondo e la gente comune, a sottoscrivere la seguente risoluzione: “In considerazione del fatto che in una qualsiasi guerra futura saranno certamente usate armi nucleari e che queste armi minacciano la continuazione dell’esistenza umana, noi invitiamo i governi del mondo a rendersi conto, e a dichiararlo pubblicamente, che il loro scopo non può essere ottenuto con una guerra mondiale, e li invitiamo di conseguenza a trovare i mezzi pacifici per la soluzione di tutti i loro motivi di contesa.”

Firmato da
Max Born Perry
W. Bridgman
Albert Einstein
Leopold Infeld
Frederic Joliot‐Curie
Herman J. Muller
Linus Pauling
Cecil F. Powell
Joseph Rotblat
Bertrand Russell
Hideki Yukawa