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Di rimorsi, rimpianti e altre sciocchezze

E’ un dogma della cultura giovanilista odierna: meglio un rimorso che un rimpianto.

C’est à dire, cogli ogni occasione, non ti tirare indietro. Traduzione à la “capitano mio capitano” del bistrattato oraziano carpe diem.

Ecco, sommessamente, ma nemmeno poi tanto, ché l’esperienza personale è l’unica cosa che mi vale la pena gridare: sciocchezze.

Ci sono cose che valgono, altre no. Quali? dipende. Ma per alcune non avrò mai rimorso, anche se l’esito non è stato favorevole, per altre non avrò mai rimpianto, pur non avendole scelte.

Diceva recentemente, grazie al cielo, una voce bella e forte della canzone italiana che bisogna sapersi negare.

Pena la compressione di ogni esperienza e del suo senso sotto la scialba coltre di una parità che non esiste. Non è vero che ogni esperienza valga. Non è vero che qualunque tentativo vada perseguito. Non è vero che cogliere l’attimo significhi buttarsi in ogni caso. Una scelta negativa non è di per sé più vuota di una positiva.

L’ho chiamata giovanilista, la cultura che procede con lo stendardo del “meglio un rimorso”. Perché è alibi comodo quanto disonesto per chi sente di non avere più tanto tempo danzante davanti a sé e cerca il modo di non sprecarlo.

Io, che non temo l’età che avanza, anzi l’accolgo benvenuta col suo carico di saggezza spicciola, ma utile, è leggendo la mia vita, e non per chissà quale principio da difendere, che così dico: sciocchezze.

Cronaca di un regalo di compleanno

“Non regalargli un giocattolo; regalagli un’esperienza”.

Quando è stata mia moglie a dirmi così, in occasione del quinto compleanno del nostro maggiore, ho capito che non era per la stanchezza nel dover mettere a posto le valanghe di oggetti che affollano la nostra casa. Era il miglior consiglio.

E così siamo partiti. Direzione Lagoni. Con zaini, sacchi a pelo, cibo, libri (la sua borsina l’ha preparata lui, con i guanti-ranocchio, il fischietto, e non so che altro).

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Per chi non conoscesse il luogo, si tratta di due laghi gemelli, con pochi metri di dislivello, ai piedi dell’inferiore dei quali (intorno ai 1350 metri sul livello del mare)  sta un rifugio con ristorante. Il tutto all’interno di un parco (non so più se regionale o nazionale) naturale che si estende dalle faggete in valle su fino al crinale appenninico. E questi laghi sono immersi nella foresta. Cartelli sparsi qua e là indicano che i veri padroni di casa sono le volpi, le martore e persino le aquile reali. Sì, quelle del gatto topo l’elefante, non manca più nessuno.

Appena arrivati, appena srotolati i sacchi a pelo (non ne aveva mai visto uno) sui letti a castello, attendendo la cena siamo andati a vedere il lago superiore. Mezz’ora di cammino in sentieri non segnati nel bosco, tante fotografie, lui che “pescava” con il suo  bastone nel lago appena l’acqua era a distanza accessibile.  Salire, scendere, i piedi sui sassi, attento qui che le foglie sono scivolose, vai avanti tu ora. E poi la quiete del lago di sopra, quello circondato da una parete ripida di roccia, da foresta e al quale si arriva costeggiando le cascatelle che il corso d’acqua forma nell’uscire dallo specchio d’acqua verso il secondo, quello ormai noto.

La cena, poi, al rifugio, con i gestori del rifugio raccolti intorno alla stufa accesa, noi e un’altra coppia unici avventori.

Poi la notte, prepararsi di fianco all’altra stufa accesa, il racconto dello Hobbit (il capitolo di Beorn, niente di spaventoso).

E al mattino, prepararsi di nuovo per la giornata, chiudere tutto in macchina, aspettare la colazione.

E poi partire per una camminata più impegnativa, su verso il Lago Scuro, incontrando diversi escursionisti lungo il cammino. Osservare le foglie, le piante, ascoltare il canto degli uccelli nel bosco, stupirsi di fronte ai colori dei fiori, così diversi da quelli di casa.

Una volta arrivati, la soddisfazione. E la fretta di dover tornare, per essere al rifugio prima delle nuvole grigie che ci rincorrevano.

Ecco, non gli rimarrà un gadget, un giochino, qualcosa che si confonderà nelle scatole piene di altre cose simili che ha in camera sua. Gli rimarrà, spero, speriamo, un ricordo unico: il ricordo di un’avventura vissuta con il suo babbo, in posti che sfumano la realtà nella favola, e regalano profumi, colori, temperature, conoscenze alla fantasia. Gli rimarrà, spero, speriamo, la voglia di tornare, non tanto per l’avventura in sé, quanto per la vicinanza alla natura, per l’amore della bellezza, per la consapevolezza del camminare verso una meta, per la soddisfazione nel raggiungerla, anche a costo di fatica, avendo assaporato il procedere e il procedere insieme.

Gli rimarrà, spero, speriamo, il gusto dell’esplorare, del porre domande, del cercare da sé le risposte. E l’esperienza che, di tante cose che ha a casa, ha avuto bisogno di poche per passare un bel fine settimana.

E ancora, spero, speriamo, il seme della curiosità sulla sostanza di questo regalo di compleanno. Sul perché abbiamo pensato che questo potesse essere un buon regalo, forse tra i migliori, che in questo momento potevamo fargli.

Basito

I salotti televisivi dei politici mi stancano, e non riesco più a seguirli per più di dieci minuti, nemmeno se chi li conduce ha una sensibilità che sento vicina, come nel caso di Floris o, in misura minore, Lerner.

Trovo più semplice guardare i vari spezzoni che il giorno dopo vengono fatti circolare sulla rete.

E così ieri mi sono imbattuto in questo.

E’ l’onorevole Paolo Bernini (e non me ne frega niente se non gli piace essere chiamato onorevole: è Deputato della Repubblica, gli spetta, nel senso più pieno del termine, e farebbe bene a ricordarlo anche lui, anche se averci pensato prima non avrebbe guastato), Movimento 5 Stelle.

Francamente trovo difficile persino commentare. Basito. E molto preoccupato.

Che sia questa la rivoluzione dei “cittadini comuni”.

Alla faccia del merito.

Al commento di Fabio Sabatini sul Fatto Quotidiano posso solo aggiungere un paio di cose.

Saper parlare non è un optional. Le parole sono importanti: non dicono solo la chiarezza delle idee, ma consentono la costruzione della complessità del pensiero. In chi le pronuncia ben prima che in chi le ascolta. Altrimenti: quello che hai in testa è ciò con cui governi il Paese, o con cui permetti a chi ci ha qualcosa in più di governare con il tuo consenso.

Saper discernere non è un optional. Nella tanto osannata rete c’è una quantità smisurata di spazzatura. Trovare qualcosa sulla rete è facile. Trovare qualcosa di valore richiede discernimento. Altrimenti: è qualcun altro che decide per te cosa vale e cosa no, cosa è verosimile e cosa non lo è, cosa è vero e cosa non lo è.

Avere esperienza non è un optional. Al bar si può parlare per sentito dire. Tra amici si può giocare al Commissario Tecnico o al Ministro di questo o di quello. Non rischi nulla. Ma c’è differnenza tra il bar o il muretto e l’Emiciclo. Altrimenti: tante belle promesse infrante davanti ai vincoli (oh, ma non lo sapevamo! ma ci abbiamo provato!) della complessità.

La logica non è un optional. Alcuni, diciamo tutti se volete, degli incompetenti politici del passato sono corrotti. Non basta cambiare il “corrotti”. L’alternativa agli incompetenti corrotti di ieri (ammesso, e non ne sono convinto, che fossero tutti corrotti) non sono gli incompetenti onesti. Altrimenti: non so se l’immagine di un aereo in volo con un pilota di cinque anni possa rendere l’idea, magari, non so se sperare o temerlo, con un pilota addestrato nascosto nel bagno che dà istruzioni in segreto.

Avere l’età non è un optional. Non è tutto, ma conta. Perché a parlare si impara, a discernere si apprende, l’esperienza si costruisce, la logica si forma: ci vuole tempo, pratica, allenamento. Ci vuole tempo. E l’umiltà che viene con la saggezza. E ricordare che i vecchi sono stati giovani, ma i giovani vecchi mai. Altrimenti: ti fanno su come un cioccolatino, si dice dalle mie parti.

Sì, sono preoccupato.

Che andiamo a sbattere. O che arrivi, finalmente, il salvatore che lo impedisca.

Dognierbismo

Come già scrivevo in qualche commento, trovo preoccupante il dognierbismo (non so, spero tanto sia un neologismo perché è orrendo, ma “dognierbaunfascismo” mi sembrava francamente esagerato) che sento intorno a me. “Tanto sono tutti *”, e al posto dell’asterisco si metta l’aggettivo che denota nel modo peggiore i peggiori della categoria di cui si parla.

E’ facile. Discriminare è molto più difficile. Bisogna informarsi, bisogna trovare dei criteri, bisogna guardare i volti a cui si applicano e avere il coraggio di dire: “quello lì invece a me non sembra *”.

Sentivo ieri per radio un’intervista a Gianni Berengo Gardin. Si parlava di una mostra in corso a Torino, il cui tema sono gli “sguardi gentili”. L’intervistatore gli ha rivolto una domanda (si può definirla ingenua, per essere caritatevoli nei confronti del giornalista): ha dovuto aspettare molto e con pazienza per catturare nei suoi scatti gli attimi di gentilezza di questa mostra? Al che il fotografo ligure ha risposto con grande cortesia qualcosa che intendeva: sono cinquant’anni che faccio il mio mestiere, con un po’ di esperienza me la sono anche cavata a coglierli al volo senza mettermi a costruire capanni in piazza per fare birdwatching ai passanti.

Nel mio piccolo, anch’io mi rendo conto, per esperienza (ma credo che sia comune a tutti coloro che svolgono con interesse e passione qualche attività professionale o non), che ci sono cose che so fare meglio ora di quando ho iniziato. Studiare, ad esempio, apprendere, mi riesce meglio oggi di trentacinque anni fa quando ho iniziato in modo formale (e non avendo mai smesso, va detto). Preparare lezioni, ancora, verifiche, valutarle: oggi mi risulta molto meno faticoso di tredici anni fa, quando ho iniziato a farlo, e penso anche di farlo meglio, in modo più efficace e preciso.

L’esperienza aiuta. E l’esperienza, inevitabilmente, va al passo con il tempo trascorso a costruirsela. Con l’età.

E allora torniamo al dognierbismo. Ci sono anziani che sono una risorsa, e solitamente sono quelli che si mettono a disposizione, magari in seconda linea, lasciando il posto a quelli che vogliono farsi vedere, ma non facendo mancare il proprio contributo di esperienza. Ci sono anche anziani boriosi e accentratori che non lasciano crescere gli altri intorno a sé, forti delle proprie competenze e dei propri successi.

Così come ci sono giovani che hanno voglia di imparare dagli anziani, coraggiosi nel volersi mettere alla prova e sperimentare magari vie nuove, ma grati comunque a chi condivide il proprio patrimonio di esperienze. E ci sono giovani presuntuosi che non hanno bisogno delle esperienze altrui, che sanno fare tutto loro, meglio di chi li ha preceduti e con meno risorse.

Ecco, allora: se qualcuno vuole rottamare qualcosa, ho una Punto che ormai non ce la fa più, la mia cara Edith. Quella la lascio rottamare volentieri. Per il resto, per favore, facciamo tesoro di quel che abbiamo, guardiamo con un po’ più di umiltà, perché da rottamare non ci sono solo tanti dinosauri, ma anche qualche giovane.

Così, giusto per non fare d’ogni erba un fascio.