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La il conflitto 2 contro 3 nel concerto di Brahms

Brahms e l’incrocio dei ritmi

– Gins, secondo me staremo al telefono per ore. Però dobbiamo fare in modo che si vedano, si parlino. Chiara finalmente si è decisa, bisogna sostenerla. Io un barlume di speranza lo vedo: se si incontrano non può non scattare nulla…
– Wilma, se non gli avessi parlato non ti direi così. Sai che mi sono pentita di non aver insistito, allora. Ma questa volta non so. Manno l’ho visto confuso, non sapeva nemmeno lui che pesci pigliare, ed è in fuga\ldots forse non è il momento giusto. Non saprei proprio.
– Gins, davvero l’hai visto così confuso? Accidenti: Chiara ha bisogno di mettere una chiusura, positiva o negativa che sia, ma se non è il momento giusto rischiamo che poi non ci siano altre occasioni in futuro. Forse è davvero meglio lasciar perdere per il momento.
– Eppure… non vorrei forzarlo, ma nel fatto che stia scappando io non ci vedo una chiusura: secondo me ha paura che di fronte a lei poi non possa fare a meno di perdonarla. La proviamo? Organizziamo qualcosa lo stesso?
– Anche tu sei messa bene, vedo… Chiara è a pezzi, tu cambi idea ogni minuto, io sono qui a cercare di capire cosa valga la pena fare: che stress!
– No, non possiamo mettere Manno davanti a Chiara così, quando è evidente che non la vuole vedere. Bisogna che Chiara aspetti un po’.
– Ci stiamo ore, vedrai. Sarebbe bello fare in modo che si sentano, almeno. Chiara è pronta… Vedrai che finisce bene…

Johannes Brahms è un compositore divisivo. O almeno lo è stato. Per alcuni (nomi di peso: Wagner, Liszt) un antiquario senza idee che sfrutta le forme del passato per dire il nulla in modo altisonante.

Per altri invece è il difensore della musica assoluta, quella che non ha alcuna pretesa di descrizione del mondo o di narrazione. La musica assoluta, come dice il critico Eduard Hanslick, è fatta di “forme sonore in movimento”. La musica è il contenuto della musica, non serve altro. Ma se la musica è il contenuto, anche la forma, la struttura è il contenuto, non solo un mezzo. E se la struttura è contenuto, la matematica soggiacente è essa stessa contenuto dell’azione musicale.

Chi lo sostiene? Il citato critico Hanslick (contrapposto a Hugo Wolf, che di Brahms scrive stroncature al vetriolo), l’amico violinista e direttore Joseph Joachim, l’amica di una vita Clara Schumann, vedova del suo vecchio maestro Robert Schumann, e il talento che Brahms ha scoperto e lanciato, il boemo Antonín Dvořák, in qualche modo suo erede musicale.

Vedremo che questa divisione del campo musicale europeo, o almeno germanofono (Brahms l’amburghese si trasferisce nell’ultima parte della sua vita a Vienna), in un campo conservatore (quello brahmsiano) e in uno progressista (quello di Wagner e Liszt, della loro “musica a programma”, dal contenuto narrativo) sarà nel Novecento riletta da un nome d’eccezione, Arnold Schönberg.

Quindi Brahms divisivo e, agli occhi dei suoi contemporanei, conservatore. Il direttore d’orchestra Hans von Bülow, paladino della prima ora del campo “progressista”, rivaluta l’opera di Brahms e pone la sua B dopo le due di Bach e Beethoven e ribattezza la Prima Sinfonia di Brahms (nata dopo una gestazione ventennale per il confronto paralizzante con il corpus sinfonico beethoveniano) come “Decima di Beethoven”.

Su una cosa il campo avverso ha ragione da vendere: Brahms lavora molto sui modelli antichi. Le sue composizioni sono quasi tutte canoniche, seguono, cioè, più o meno fedelmente i format ereditati dalla musica del passato. Più o meno fedelmente, seguono i format. Ma all’interno dei format è musica diversa da quella del passato. Ci sono dietro uno studio meticoloso e una matematica formidabile. Questi da un lato rendono le idee più difficili da riconoscere a un orecchio disattento (da cui le critiche). Dall’altro nascondono strati e strati di ordine, alcuni dei quali talmente profondi che l’orecchio avverte come coerenza ma non sa isolare, e che si svelano davvero solo sulla partitura. Cose che si possono dire anche di Bach.

Uno degli spazi preferiti di sperimentazione del “conservatore” Brahms è l’aspetto che in realtà ha caratterizzato la musica (colta ed etnica) del XX secolo: il ritmo.

Si può ascoltare questo gusto del gioco con la struttura ritmica nel primo movimento del Secondo Concerto per pianoforte e orchestra.

Il primo tema è enunciato immediatamente dal corno in apertura. Il tempo è in 4/4, cioè un tempo binario (ogni durata si divide facilmente in due). L’ultimo quarto, però, è formato da una terzina: tre note al posto di due. La logica ternaria è immediatamente ripresa dal pianoforte che accompagna in terzine. Questa dualità tra binario e ternario è il motore ritmico di questo brano.

Dopo due istanze del corno e due risposte in accompagnamento del piano, l’orchestra ha una frase completamente binaria. Segue un segmento in cui il piano è solista. La destra viaggia in ritmo binario, la sinistra in sestine. E si arriva, con enfasi, al ponte che conduce finalmente al tutti orchestrale del primo tema, quando succede qualcosa di diverso. Al minuto 1:05 di questa esecuzione la sinistra conclude una battuta con tre crome vere, tre ottavi. La destra, invece, ha una figurazione chiara: la prima delle crome va in contemporanea con la prima delle crome della sinistra. Ma dove la sinistra ha altre due crome, la destra ne ha tre, di nuovo una terzina: due contro tre. (A questo passaggio si riferisce l’immagine che correda questo post).

Avevamo già parlato di questa asincronia tra il numero di note delle due mani del pianoforte, in Chopin. Ma in Chopin era tesa a dare libertà alla destra di tenere un andamento libero proprio, mentre la sinistra batteva il tempo. Qui è un’operazione strutturale. Il tema stesso contiene il conflitto ritmico, che si esplica quando il tema viene rielaborato, quando elementi diversi vengono sovrapposti. E questa volta il rigore ritmico è necessario per mettere in evidenza questa zoppia nell’incedere di un ritmo altrimenti sicuro e vigoroso. E questa ambiguità binario/ternario è quasi onnipresente in questo primo movimento, sia nelle righe dell’orchestra che in quelle del pianoforte.

Intorno al minuto 4:26 si sente distintamente l’intervento della mano sinistra che “cade” tra due accordi martellati dalla destra. E, subito dopo, un altro espediente tipicamente brahmsiano, che gli permette di raddoppiare la velocità senza raddoppiare il ritmo. Le due mani eseguono figure molto simili (in questo caso, le prime tre note del tema, ciascuna di durata un quarto) ma la destra parte un ottavo in ritardo. In questo modo le due mani suonano intercalandosi a distanza di un ottavo, suonando però ciascuna note che durano un quarto (o un ottavo più una pausa).

Intorno al minuto 5:34 queste due acrobazie ritmiche compaiono insieme, con il bonus di un terzo gioco. Quest’ultimo è semplice: è una anticipazione sincopata e fa iniziare alla fine di una battuta quello che ci si aspetterebbe all’inizio della successiva. Dà ovviamente un senso di sbilanciamento ritmico che ricorda il push del batterista rock che anticipa un beat ogni tanto, per cambiare. Se invece torniamo ai due espedienti già visti, ecco cosa vediamo. Prima di tutto, il ritmo otto (destra) contro sei (sinistra) non è altro che un’edizione più densa del conflitto quattro contro tre. E poi, nella destra, vediamo una figurazione per ottave spezzate, in cui mignolo e pollice si alternano a un sedicesimo di distanza.

E si può andare avanti per tutto il brano a caccia di questi effetti ritmici che Brahms dissemina nella partitura, e quindi nella musica che produce. Prima di concludere, però, vale la pena notare un’altro aspetto della scrittura. Ho fatto notare come il piano inizi in accompagnamento al corno. Ascoltando il seguito dovrebbe risultare evidente la massa sonora spettacolare che Brahms riserva al pianoforte: è, a tutti gli effetti, una seconda orchestra. E come tale, si alterna con l’altra. Il fatto che il pianoforte sia solista, non significa che non possa fare talvolta da accompagnamento a singoli strumenti o a gruppi di strumenti. La geometria stessa dei rapporti di forza cambia, in Brahms.

Dopo aver seguito il brano sullo spartito, si può anche dare un’occhiata al pianista in azione (in questo caso, alla pianista). Dai suoi movimenti si può capire che tipo di sforzo fisico, in termini di forza e di agilità, è necessario per soddisfare le richieste di questo concerto, pensando anche alla dualità tra lo strumento nero al centro, e il resto della grande orchestra intorno ad esso.

Ecco allora la consegna per l’esercizio di scrittura da cui il post è iniziato, e che fa riferimento principalmente al conflitto ritmico 2-contro-3.

Scegli due categorie indipendenti, ciascuna con un numero diverso di valori: per esempio una con due (poniamo due voci che si alternano, A e B) e una con tre (poniamo tre stati d’animo: favorevole, neutro, contrario). I due numeri, n e m, conviene siano primi tra loro, così le due categorie non si sincronizzano mai, se non alla fine del giro completo.

Costruisci ora una sequenza — un dialogo, una serie di scene, una cronaca — in cui a ogni passo entrambe le categorie avanzino di uno, ciascuna al proprio ritmo. La prima categoria compirà un ciclo con periodo n, la seconda con periodo m, e poiché i due periodi sono diversi le combinazioni non si ripeteranno: a ogni passo la coppia di valori sarà nuova. Con n=2 e m=3, per esempio, otterrai in successione: A-1, B-2, A-3, B-1, A-2, B-3, ossia sei combinazioni, tutte diverse, che esauriscono le n\times m possibili.

Nota che gli stati non restano attaccati ai personaggi: A attraversa tutti e tre gli stati, e così B, ma sfasati, così che i due non si trovano mai d’accordo nello stesso momento. È qui la posta in gioco: due cicli di lunghezza diversa che, partiti insieme, si ritrovano allineati solo dopo n\times m passi — il minimo comune multiplo, il punto in cui le due ruote tornano entrambe al via.

Chiudi allora con un passo in più, l’(n\times m + 1)-esimo, che riporta la prima combinazione: le due categorie sono tornate in fase, il cerchio si è chiuso. Ma potresti non ricopiare la prima scena: potresti invece far riconoscere e sentire che il giro ha lasciato il segno: una scena più stanca, più breve, leggermente diversa dall’inizio. La poliritmia torna in fase mentre il discorso è andato avanti: le due ruote ricoincidono, ma la musica nel frattempo si è mossa.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente riguardava Chopin. Il successivo sarà di nuovo su Brahms.

Mozart si prende in giro

Mozart (4) danza, si prende in giro (e poi ci manda all’inferno)

Ginevra abbracciò Wilma, gridando “Ciao, bellezza!”. Poi si allontanò di un passo e le aggiustò una ciocca di capelli dietro l’orecchio destro. “Ecco, sempre questa ciocca ribelle!”.
Wilma ricambiò l’abbraccio. Due vecchie amiche che si vedevano di rado.
Si sedettero al caffè di Piazza Maggiore e ordinarono la colazione.
“E allora, come stai?”
“Ma bene, Gins, tutto tranquillo. Tranne che nell’ultimo mese. Follia”.
“Chiara?”, chiese Ginevra
“Ma sì… sai che non ha mai smesso di cercare Ermanno. Mai… diciamo da un paio d’anni a questa parte. Forse le cose con Marco non vanno più così bene, forse ha capito di aver fatto un errore… non so. Ha saputo che in qualche scuola dell’Umbria hanno un professore di filosofia che risponde ai connotati. E quindi, chi deve andare a controllare? Non lei, che è tanto impegnata, ma la cara Wilma, che non ha niente da fare…”, e rise.
“Ma dai! Siete sulle sue tracce… Ma lei cosa vuole da lui?”
“Non lo so, Gins, non lo so. Comunque, quando sono andata a cercarlo, poi l’ho trovato, direi senza ombra di dubbio, l’ho fatta venire in Umbria, ma quando lei si è presentata all’eremo, lui era appena partito, e non si sa per dove. Abbiamo pensato subito a te, perché sapevamo che avresti potuto mantenere i contatti, o comunque che avrebbe potuto cercarti”.
“Sapeva che mi ero trasferita e che i rapporti con Chiara si erano un tantino raffreddati, anche se non sono sicura che sappia il perché”.
Una cameriera portò la colazione.
“Beh, con te si è fatto vivo in questi giorni?”.
Ginevra sospirò.
“Wilma…”
“Ok, dov’è?”
“Wilma, ascolta. Forse è necessario parlare a Chiara. Forse Ermanno non la vuole vedere. Forse è scappato per quello”.
“Ginevra, anche se fosse, Chiara non l’accetterà mai se non da lui”.
“Capisco… dammi un po’ di tempo e provo a capire come si può fare”.
“Ok. Mi chiami tu? Io stasera torno a Torino. Poi possiamo organizzare un eventuale incontro a distanza, no?”
“Ammesso che possiamo, sì, certo”. Bevvero il sorso finale di cappuccino.
Wilma riprese: “Ehi, sai che l’altro giorno ho trovato una cassetta, sai le videocassette delle telecamere portatili che andavano quarant’anni fa? L’ho fatta digitalizzare. Guarda qua”.
E mostrò all’amica il proprio cellulare, dopo aver recuperato il video. Una scena di fronte al mare, una balaustra, le tre amiche, giovanissime.
“Acireale! La gita di quinta!”, disse Ginevra.
Intanto nel video una delle tre amiche si volgeva verso quella che aveva a fianco, e le sistemava una ciocca di capelli, soddisfatta del risultato finale.
“L’hai sempre fatta, questa cosa!”.
“Vero!”, rise Ginevra.
Si guardarono: “E chi girava il video?”, chiese Ginevra. “Ti ricordi?”
“Basta guardare l’espressione felice di Chiara…”, concluse Wilma.
“Ci provo, Wilma, ci provo”.
Le due amiche si alzarono, si abbracciarono, e si separarono, ciascuna con qualcosa da riferire

La svolta contrappuntistica del 1782 non caratterizza tutta la musica mozartiana, anche se è una cifra che da quell’anno è difficile trascurare. Mozart è anche imprenditore di se stesso, e cerca di accontentare il pubblico, quando il pubblico apprezza quel che egli ha da offrire.

Abbiamo visto, ad esempio, come al pubblico praghese, entusiasta per le Nozze di Figaro, Mozart regali qualche citazione nella sua sinfonia n. 38, dedicata allo stesso pubblico che l’aveva invitato dopo il successo dell’opera. L’opera Don Giovanni viene commissionata proprio per il pubblico praghese. E’ leggermente successiva alla stessa sinfonia, contiene qualche elemento che si può ricondurre alla sinfonia stessa, in un gioco di rimandi tutto a vantaggio del pubblico praghese.

Ci sono almeno tre motivi per cui la matematica del don Giovanni merita un’attenzione particolare, e questa volta il contrappunto c’entra poco.

Prima di tutto un motivo ritmico. Alla fine del primo atto, durante il grande ballo in maschera a casa di don Giovanni, dopo il grido “Viva la libertà”, tre orchestrine propongono tre danze con tre ritmi diversi. Un minuetto in 3/4, danzato da donna Anna e don Ottavio, gli aristocratici mascherati, una più borghese contraddanza, per il nobile don Giovanni e la contadinella Zerlina, promessa a Masetto. Infine un teitsch in 3/8 in cui il servitore Leporello tiene occupato Masetto, intanto che don Giovanni seduce Zerlina. Le tre danze vengono proposte contemporaneamente. Esse si sovrappongono grazie a una pulsazione comune, che dà luogo a una poliritmia che l’orecchio risolve diversamente a seconda di quale danza segue.

https://www.youtube.com/watch?v=Ur0trwbiU4Y&t=1h24m

In secondo luogo saltiamo al finale del secondo (e ultimo) atto: la scena si apre a casa di don Giovanni, con la sua cena. Durante tale pasto, tre orchestrine (un evidente richiamo al primo atto) suonano proponendo arie da opere in voga. “Quanto un sì bel giubilo”, dall’opera Una cosa rara, di Vicente Martín y Soler, è il primo accenno. Leporello riconosce il brano e commena “Bravi, cosa rara!” (e il riferimento dell’opera di Soler alla fedeltà coniugale è qui particolarmente significativo). Poi è la volta di qualche battuta dall’aria “Come un agnello”, da I due litiganti di Giuseppe Sarti. Anche in questo caso, Leporello riconosce: “Evvivano i litiganti”.

https://www.youtube.com/watch?v=Ur0trwbiU4Y&t=2h31m

Quando però la terza orchestrina accenna le note di “Non più andrai”, dalle già citate e mozartiane Nozze di Figaro, Leporello risponde con “Questa poi io la conosco pur troppo!”. Mozart si legge allo specchio, e si prende gioco di sé, della sua composizione. E’ un’ironia consapevole che sa di falsa modestia: il successo della sua opera precedente a Praga è il motivo della prima esecuzione nella stessa città della presente. Una sorta di filo rosso di citazioni, questa volta ben esplicitata ed evidenziata dal testo stesso, lega composizioni destinate allo stesso pubblico. Una sorta di “premio fedeltà” che un istrionico Mozart elargisce al pubblico che lo ama. Matematicamente parlando, però, abbiamo un gioco di specchi e una autoreferenzialità che ricorda le successioni ricorsive.

Il terzo è forse il più emozionante, e riguarda la scena successiva alla cena di don Giovanni. Il fantasma del Commendatore onora l’invito di don Giovanni e si presenta a cena da lui, per portarlo agli inferi con sé. Quattro gli espedienti che Mozart usa per fare di questa una scena drammatica a tutti gli effetti. La scena si apre con un basso di lamento cromatico. Mozart usa tutti i semitoni per dare un’idea di ineluttabilità del destino che si sta per compiere. La stessa struttura cromatica è riproposta anche in senso ascendente, per dare l’effetto di una tensione che sale. Il ritmo è il 3:1 della solennità, ma qui è incalzante. Talvolta è sovrapposto a ritmi in terzine, e l’effetto complessivo è una spirale degna di una tragedia greca.

Su questo le armonie: si perdono le coordinate tonali, grazie all’ampio uso del tritono, che divide l’ottava esattamente a metà, ed è l’intervallo che più di ogni altro sospende il senso di tonalità. Interessante notare che tale intervallo viene designato con il termine diabolus in musica: nulla di più corretto in questa situazione infernale. E’ una felice coincidenza, tuttavia, il fatto che il greco diaballo, da cui deriva la parola diavolo, indichi divisione, e questo intervallo bisechi esattamente l’ottava.

L’altro espediente armonico che Mozart usa qui è l’accordo di settima diminuita, formato da tre terze minori sovrapposte, che divide l’ottava in quattro parti uguali; questa simmetria fa sì che non vi sia una tonica riconoscibile e che quindi lo si possa risolvere in molte tonalità diverse. E ancora una volta, l’autoreferenzialità e il rimando interno: tutti questi elementi erano già presenti nell’ouverture, e l’ascoltatore li sente per la seconda volta, nella scena descritta, perché Mozart glieli aveva porti all’inizio, quando ancora l’ascoltatore non poteva comprenderne il senso.

https://www.youtube.com/watch?v=Ur0trwbiU4Y&t=2h38m

Don Giovanni è un’opera ancora ampiamente rappresentata nei teatri di tutto il mondo. Il motivo della sua grandezza, ancora una volta, è ciò che Wolfgang, all’apice della sua fama, ma anche della sua maturità artistica, è in grado di cucire all’interno della partitura. Cuciture senza fili né nodi, come abbiamo già visto nel post precedente, perché è nel riuscire a celare il massimo nella naturalezza dell’esperienza d’ascolto (e di visione, in questo caso) che si misura la grandezza del salisburghese.

Ed ecco allora la consegna per l’esercizio di scrittura da cui siamo partiti. Scrivi un testo breve — un racconto, una lettera, una scena — in cui a un certo punto un personaggio cita o legge ad alta voce un frammento di un testo che il lettore ha già incontrato altrove in questo stesso documento. Il frammento citato deve essere riconoscibile, e il personaggio deve in qualche modo commentarlo o reagire ad esso.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. Anche l’atto precedente riguardava Mozart, mentre il successivo sarà il primo su Beethoven.