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Mozart si prende in giro

Mozart (4) danza, si prende in giro (e poi ci manda all’inferno)

Ginevra abbracciò Wilma, gridando “Ciao, bellezza!”. Poi si allontanò di un passo e le aggiustò una ciocca di capelli dietro l’orecchio destro. “Ecco, sempre questa ciocca ribelle!”.
Wilma ricambiò l’abbraccio. Due vecchie amiche che si vedevano di rado.
Si sedettero al caffè di Piazza Maggiore e ordinarono la colazione.
“E allora, come stai?”
“Ma bene, Gins, tutto tranquillo. Tranne che nell’ultimo mese. Follia”.
“Chiara?”, chiese Ginevra
“Ma sì… sai che non ha mai smesso di cercare Ermanno. Mai… diciamo da un paio d’anni a questa parte. Forse le cose con Marco non vanno più così bene, forse ha capito di aver fatto un errore… non so. Ha saputo che in qualche scuola dell’Umbria hanno un professore di filosofia che risponde ai connotati. E quindi, chi deve andare a controllare? Non lei, che è tanto impegnata, ma la cara Wilma, che non ha niente da fare…”, e rise.
“Ma dai! Siete sulle sue tracce… Ma lei cosa vuole da lui?”
“Non lo so, Gins, non lo so. Comunque, quando sono andata a cercarlo, poi l’ho trovato, direi senza ombra di dubbio, l’ho fatta venire in Umbria, ma quando lei si è presentata all’eremo, lui era appena partito, e non si sa per dove. Abbiamo pensato subito a te, perché sapevamo che avresti potuto mantenere i contatti, o comunque che avrebbe potuto cercarti”.
“Sapeva che mi ero trasferita e che i rapporti con Chiara si erano un tantino raffreddati, anche se non sono sicura che sappia il perché”.
Una cameriera portò la colazione.
“Beh, con te si è fatto vivo in questi giorni?”.
Ginevra sospirò.
“Wilma…”
“Ok, dov’è?”
“Wilma, ascolta. Forse è necessario parlare a Chiara. Forse Ermanno non la vuole vedere. Forse è scappato per quello”.
“Ginevra, anche se fosse, Chiara non l’accetterà mai se non da lui”.
“Capisco… dammi un po’ di tempo e provo a capire come si può fare”.
“Ok. Mi chiami tu? Io stasera torno a Torino. Poi possiamo organizzare un eventuale incontro a distanza, no?”
“Ammesso che possiamo, sì, certo”. Bevvero il sorso finale di cappuccino.
Wilma riprese: “Ehi, sai che l’altro giorno ho trovato una cassetta, sai le videocassette delle telecamere portatili che andavano quarant’anni fa? L’ho fatta digitalizzare. Guarda qua”.
E mostrò all’amica il proprio cellulare, dopo aver recuperato il video. Una scena di fronte al mare, una balaustra, le tre amiche, giovanissime.
“Acireale! La gita di quinta!”, disse Ginevra.
Intanto nel video una delle tre amiche si volgeva verso quella che aveva a fianco, e le sistemava una ciocca di capelli, soddisfatta del risultato finale.
“L’hai sempre fatta, questa cosa!”.
“Vero!”, rise Ginevra.
Si guardarono: “E chi girava il video?”, chiese Ginevra. “Ti ricordi?”
“Basta guardare l’espressione felice di Chiara…”, concluse Wilma.
“Ci provo, Wilma, ci provo”.
Le due amiche si alzarono, si abbracciarono, e si separarono, ciascuna con qualcosa da riferire

La svolta contrappuntistica del 1782 non caratterizza tutta la musica mozartiana, anche se è una cifra che da quell’anno è difficile trascurare. Mozart è anche imprenditore di se stesso, e cerca di accontentare il pubblico, quando il pubblico apprezza quel che egli ha da offrire.

Abbiamo visto, ad esempio, come al pubblico praghese, entusiasta per le Nozze di Figaro, Mozart regali qualche citazione nella sua sinfonia n. 38, dedicata allo stesso pubblico che l’aveva invitato dopo il successo dell’opera. L’opera Don Giovanni viene commissionata proprio per il pubblico praghese. E’ leggermente successiva alla stessa sinfonia, contiene qualche elemento che si può ricondurre alla sinfonia stessa, in un gioco di rimandi tutto a vantaggio del pubblico praghese.

Ci sono almeno tre motivi per cui la matematica del don Giovanni merita un’attenzione particolare, e questa volta il contrappunto c’entra poco.

Prima di tutto un motivo ritmico. Alla fine del primo atto, durante il grande ballo in maschera a casa di don Giovanni, dopo il grido “Viva la libertà”, tre orchestrine propongono tre danze con tre ritmi diversi. Un minuetto in 3/4, danzato da donna Anna e don Ottavio, gli aristocratici mascherati, una più borghese contraddanza, per il nobile don Giovanni e la contadinella Zerlina, promessa a Masetto. Infine un teitsch in 3/8 in cui il servitore Leporello tiene occupato Masetto, intanto che don Giovanni seduce Zerlina. Le tre danze vengono proposte contemporaneamente. Esse si sovrappongono grazie a una pulsazione comune, che dà luogo a una poliritmia che l’orecchio risolve diversamente a seconda di quale danza segue.

https://www.youtube.com/watch?v=Ur0trwbiU4Y&t=1h24m

In secondo luogo saltiamo al finale del secondo (e ultimo) atto: la scena si apre a casa di don Giovanni, con la sua cena. Durante tale pasto, tre orchestrine (un evidente richiamo al primo atto) suonano proponendo arie da opere in voga. “Quanto un sì bel giubilo”, dall’opera Una cosa rara, di Vicente Martín y Soler, è il primo accenno. Leporello riconosce il brano e commena “Bravi, cosa rara!” (e il riferimento dell’opera di Soler alla fedeltà coniugale è qui particolarmente significativo). Poi è la volta di qualche battuta dall’aria “Come un agnello”, da I due litiganti di Giuseppe Sarti. Anche in questo caso, Leporello riconosce: “Evvivano i litiganti”.

https://www.youtube.com/watch?v=Ur0trwbiU4Y&t=2h31m

Quando però la terza orchestrina accenna le note di “Non più andrai”, dalle già citate e mozartiane Nozze di Figaro, Leporello risponde con “Questa poi io la conosco pur troppo!”. Mozart si legge allo specchio, e si prende gioco di sé, della sua composizione. E’ un’ironia consapevole che sa di falsa modestia: il successo della sua opera precedente a Praga è il motivo della prima esecuzione nella stessa città della presente. Una sorta di filo rosso di citazioni, questa volta ben esplicitata ed evidenziata dal testo stesso, lega composizioni destinate allo stesso pubblico. Una sorta di “premio fedeltà” che un istrionico Mozart elargisce al pubblico che lo ama. Matematicamente parlando, però, abbiamo un gioco di specchi e una autoreferenzialità che ricorda le successioni ricorsive.

Il terzo è forse il più emozionante, e riguarda la scena successiva alla cena di don Giovanni. Il fantasma del Commendatore onora l’invito di don Giovanni e si presenta a cena da lui, per portarlo agli inferi con sé. Quattro gli espedienti che Mozart usa per fare di questa una scena drammatica a tutti gli effetti. La scena si apre con un basso di lamento cromatico. Mozart usa tutti i semitoni per dare un’idea di ineluttabilità del destino che si sta per compiere. La stessa struttura cromatica è riproposta anche in senso ascendente, per dare l’effetto di una tensione che sale. Il ritmo è il 3:1 della solennità, ma qui è incalzante. Talvolta è sovrapposto a ritmi in terzine, e l’effetto complessivo è una spirale degna di una tragedia greca.

Su questo le armonie: si perdono le coordinate tonali, grazie all’ampio uso del tritono, che divide l’ottava esattamente a metà, ed è l’intervallo che più di ogni altro sospende il senso di tonalità. Interessante notare che tale intervallo viene designato con il termine diabolus in musica: nulla di più corretto in questa situazione infernale. E’ una felice coincidenza, tuttavia, il fatto che il greco diaballo, da cui deriva la parola diavolo, indichi divisione, e questo intervallo bisechi esattamente l’ottava.

L’altro espediente armonico che Mozart usa qui è l’accordo di settima diminuita, formato da tre terze minori sovrapposte, che divide l’ottava in quattro parti uguali; questa simmetria fa sì che non vi sia una tonica riconoscibile e che quindi lo si possa risolvere in molte tonalità diverse. E ancora una volta, l’autoreferenzialità e il rimando interno: tutti questi elementi erano già presenti nell’ouverture, e l’ascoltatore li sente per la seconda volta, nella scena descritta, perché Mozart glieli aveva porti all’inizio, quando ancora l’ascoltatore non poteva comprenderne il senso.

https://www.youtube.com/watch?v=Ur0trwbiU4Y&t=2h38m

Don Giovanni è un’opera ancora ampiamente rappresentata nei teatri di tutto il mondo. Il motivo della sua grandezza, ancora una volta, è ciò che Wolfgang, all’apice della sua fama, ma anche della sua maturità artistica, è in grado di cucire all’interno della partitura. Cuciture senza fili né nodi, come abbiamo già visto nel post precedente, perché è nel riuscire a celare il massimo nella naturalezza dell’esperienza d’ascolto (e di visione, in questo caso) che si misura la grandezza del salisburghese.

Ed ecco allora la consegna per l’esercizio di scrittura da cui siamo partiti. Scrivi un testo breve — un racconto, una lettera, una scena — in cui a un certo punto un personaggio cita o legge ad alta voce un frammento di un testo che il lettore ha già incontrato altrove in questo stesso documento. Il frammento citato deve essere riconoscibile, e il personaggio deve in qualche modo commentarlo o reagire ad esso.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. Anche l’atto precedente riguardava Mozart, mentre il successivo sarà il primo su Beethoven.