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Qualche Leitmotiv dall'Anello di Wagner

Wagner, o dei riferimenti vivi

Camminavo, come tutte le notti. Sulla riva di un mare che ribolliva. Era sera, le onde mi spruzzavano schiuma addosso. E io, invece di sentirmi bagnato, sapevo di essere fortunato. I miei piedi si avvicinavano all’acqua, volevo che si bagnassero. Ogni tanto una chela spuntava dalla spiaggia. Ed era l’acqua a mostrarmi, ritraendosi, quale strada prendere, come evitarle, per non ferirmi i piedi. A volte era meglio saltarla. A volte bastava passare a fianco. A volte sporgeva talmente tanto che mi potevo aggrappare, e girarci intorno. E anche quando dovevo immergermi, perché un fiume mi attraversava la strada e non potevo che attraversarlo a nuoto, sapevo dove andare, e anzi era l’acqua calma, che non risentiva delle onde vicine, protetta da un banco di sabbia, a darmi le certezze che non avevo. Finché non raggiungevo la roccia dell’albero. L’acqua lì era più nascosta, ma sempre un rigagnolo, a volte dal mare, a volte dal fiume, rendeva umida la sabbia su cui la roccia era salda. E sopra, l’albero, con le sue radici aeree, le sue enormi foglie, i suoi rami che cantavano nel vento.

E poi mi addormentavo sotto l’albero, e mi svegliavo di fronte alla mia biblioteca, libri ovunque, pagine mosse dal vento, come un mare di carta, di nero su bianco. E tra tutti i libri, alcuni sporgevano dagli scaffali come chele di un granchio; alcuni meritavano attenzione, altri li saltavo disinteressato. Uno, sul bracciolo della poltrona, era quello nel quale mi ero immerso quando mi sono addormentato, e aveva disegni, cerchi, calcoli, un fiume di lettere greche ed equazioni. Il vento che scompigliava le pagine, passava attraverso un campanello a vento composto da barrette d’acciaio; suonavano, le barrette, percotendosi a vicenda, e riflettendo la luce dell’esterno sulle pareti, come il sole attraverso le fronde di un albero mosso dalla brezza.

Il disordine delle note prodotte dalle fronde dell’albero sotto la pietra mi ricordava una melodia di van den Budenmayer; quindi mi alzai, scelsi nel mare delle librerie un paio di chele sulla musica fiamminga del Seicento, spingendo al loro posto gli altri granchi. Mi sedetti al mio tavolo: aprii la partitura del “Tiglat in Urartu”, e vi trovai cerchi, triangoli e vettori; il fiume mi trasportava al mare della conoscenza. Una storia mi apparve in mente. Aprii la spiaggia e iniziai a lasciarvi orme.

Sedici ore di musica, se si vuole ascoltare il tutto difilato. La “nottata Star Wars” dei tedeschi (colti) dell’Ottocento. Sono le quattro opere dell’ “Anello del Nibelungo”, il capolavoro di Richard Wagner. Ci lavorò per oltre vent’anni (nel frattempo guadagnandosi fama e di che vivere con altre composizioni, ci mancherebbe altro!): “L’oro del Reno”, “La Valchiria”, “Sigfrido” e “Il crepuscolo degli Dei”. Un intero ciclo che mette a tema la mitologia norrena. Quella di Thor, per intenderci, che però qui viene chiamato Donner (Thor è più la variante inglese, Thursday è la versione inglese del tedesco Donnerstag, stesso dio, per noi il Giove del giovedì). Infatti uno dei protagonisti è Wotan, quello che noi chiamiamo Odino, per Wagner cognato di Donner, ma le fonti generali lo considerano suo padre.

Qui riporto la trama delle opere, che differisce nei dettagli dalle fonti norrene (smettiamola di prendercela con Nolan, se l’ha fatto Wagner prima). La storia ricorda anche altre saghe più moderne. Nel Reno ci sono delle Ondine (tipo sirenette, ma di fiume) che custodiscono l’Oro del Reno (da cui, senza tante storie, il titolo della prima parte della tetralogia). Wotan vuole costruire casa agli Dei, ma ha poca liquidità e deve pagare i due giganti che stanno aspettando con le chiavi del Walhalla in mano. Gli aveva promesso, ai giganti, la dea Freia della giovinezza, ma scopre che senza di lei tutti invecchiano, quindi deve trovare un’altra forma di pagamento.

Wotan scopre che il nano nibelungo (appartiene, in breve, a un popolo di nanetti che vivono sotto terra o nella nebbia) Alberico, innamorato respinto dalle sirenette, ha rubato l’Oro del Reno, e ci ha forgiato un anello del potere (il suo tessssoro!). Prende su Loge (dio ispirato a Loki, il dio ingannatore, ma qui considerato una personificazione del fuoco) e insieme derubano il nano, via il tesoro e via pure l’anello magico. Il nano non la prende per niente bene e scaglia una maledizione di quelle che attaccano anche sugli dei. Wotan paga il suo debito ai giganti, che cadono vittima della maledizione: uno dei due ammazza l’altro, si trasforma in drago e se ne va col tesoro, intanto che gli dei traslocano nel Walhalla. Se ci siamo, procedo con la seconda opera.

Che è “La valchiria”. Wotan, il birbante, fa due figli mortali, Siegmund e Sieglinde. Questi non sanno di essere fratelli, crescono insieme, si innamorano e zac, ci scappa il pargolo. Fricka, la moglie di Wotan, che è anche la dea del matrimonio, non è felice del rapporto incestuoso (e forse nemmeno del fatto che suo marito abbia figli fuori dal matrimonio).

Insomma, Wotan deve farsi perdonare, e chiede a Brünnhilde, la sua figlia prediletta e valchiria (una guerriera amazzone in salsa germanica) di pensarci lei. La trappola è un duello di Siegmund con un tale, in cui Brünnhilde dovrebbe intervenire facendo sì che il tale abbia la meglio in modo definitivo. Brünnhilde, commossa dall’amore di Sieg & Sieg, protegge Siegmund, e quando interviene direttamente Wotan, scappa con Sieglinde incinta. Wotan arrabbiatissimo con Brünnhilde la umanizza, la addormenta e la sistema su una roccia circondata dal fuoco, da dove potrà liberarla solo un tizio che non conosce la paura. Fine della Valchiria.

Siegfried è il figlio di Sieglinde, vedova e morta di parto. Egli eredita i frammenti della spada del padre (che l’aveva avuta dal nonno dio), e viene cresciuto dal nano Mime, fratello di Alberico (tutto torna). Sigfrido forgia la spada, parte e uccide il drago. Assaggia il sangue e istantaneamente impara la lingua degli uccelli. Capisce così che Mime lo vuole morto, e lo anticipa, facendolo secco. Piglia il tesoro, anello compreso, senza sapere che porta male.

Un uccellino (letteralmente) gli dice poi che, visto che non conosce la paura, dovrebbe provare una simpatica side quest e lo conduce alla roccia di Brünnhilde. Lungo la strada incontra il nonno in versione viandante. Questi cerca di sbarrargli il passo, ma lui se ne frega del vecchio, del cieco, e probabilmente se ne fregherebbe anche del nonno, sapendolo. Gli sega la lancia e procede alla roccia. Ovviamente riesce a superare il cerchio di fuoco, bacia la bella addormentata ed è amore a prima vista (a seconda; a prima vista c’è paura, questo di donne non ne aveva mai viste, ed è curioso che sappia cosa fare, superata la paura; sarà stato un uccellino a spiegarglielo in diretta).

E siamo arrivati al crepuscolo. Siegfried lascia l’anello a Brünnhilde, che rimane a casa a filare, mentre lui va a fare imprese dai Gibicunghi. Gente imparentata con Alberico, ovvio, e sanno chi è Siegfried. Hagen, figlio del nano, versa una pozione magica nel cappuccino di Sigfrido, che dimentica Brünnhilde e si innamora di Gutrune. Con l’elmo magico Siegfried si traveste da Gunther, re dei Gibicunghi, torna dalla Brünnhilde, le toglie l’anello per darlo a Hagen, e costringe la fidanzata dimenticata a sposare il vero Gunther.

Lei non felicissima spiega a Hagen e Gunther che Siegfried ha fatto il bagnetto nel sangue del drago/gigante, e che però una foglia di tiglio gli si è appiccicata sulla schiena lasciandogli un buco vuoto, in cui è vulnerabile. Hagen, durante una gita al fiume, pugnala Siegfried proprio nel punto giusto, ammazzandolo. Il corpo di Siegfried viene portato a corte e durante il funerale Brünnhilde capisce l’inganno in cui sono caduti tutti quanti. Fa costruire una pira funebre per l’eroe morto, piglia l’anello, monta a cavallo, e si getta nella pira di Siegfried. Le fiamme salgono al cielo e il Walhalla va a fuoco (immagino in un fuggi fuggi di divinità in pigiama). Il Reno esonda, le ondine si ripigliano oro e anello, e tutti (quasi) vivono felici e contenti.

Cosa c’è di matematicamente rilevante in tutta questa saga? Probabilmente nulla nella trama, ma qualcosa di nuovo nel modo di costruirne la musica. Wagner qui usa il metodo del Leitmotiv: ogni personaggio ha un suo Leitmotiv. In realtà anche più di uno: Sigfrido ne ha uno in quanto Sigfrido, ma poi è anche eroe (Leitmotiv), innamorato (altro Leitmotiv)… E la musica è costruita “semplicemente” come traduzione della trama nel linguaggio dei Leitmotiv. L’interazione tra i vari personaggi, le loro azioni, a volte le loro motivazioni, costruiscono la musica per sovrapposizione, accostamento, a volte trasformazione dei loro Leitmotiv. Se un ascoltatore conosce tutti i Leitmotiv e ascolta, potrebbe fare a meno di seguire il canto, o addirittura l’azione scenica. Con un minimo di conoscenza della trama, riesce a seguire i vari personaggi e le loro relazioni.

La musica diventa una rete di riferimenti. Ma una rete di riferimenti vivi, perché via via che l’azione si sviluppa, ciascuno dei Leitmotiv si carica di tutta la trama precedente. Quando sentiamo il tema di Sigfrido nel Crepuscolo, ricordiamo che lo stesso tema aveva risuonato nell’opera precedente, e in quali momenti. Quelle note portano con sé la narrazione che hanno significato fino a quel punto.

Un punto molto denso è quello in cui tutte le linee si incontrano, alla morte dell’eroe Sigfrido, in particolare al suo funerale. Incorporo qui il link a una esecuzione storica (in realtà si tratta di prove generali) guidata da sir Georg Solti.

Il database dei riferimenti è questo:

0:05 — Timpani e contrabbassi aprono con il ritmo dei Velsunghi, la stirpe di Wotan, a cui Siegfried appartiene: non ancora melodia, solo il battito cardiaco della stirpe. È il fondo da cui tutto emerge. Al minuto 0:30 il Leitmotiv dei Velsunghi.
1:02 — Gli archi introducono il tema di Siegmund, il padre: dolente, nobile, la radice eroica e sofferente da cui Sigfrido discende. Chi ha ascoltato la Valchiria riconosce immediatamente questo peso.
1:52 — Un momento di lirismo: è il tema di Sieglinde, la madre. Wagner inserisce qui la memoria dell’amore che ha generato l’eroe, il solo momento tenerezza in una marcia di pietra.
2:40 — Le trombe squarciano l’oscurità con il tema della Spada, Nothung: un vettore ascendente, la volontà razionale applicata all’azione. È il tema della forza, ma qui suona come un epitaffio.


3:10 — Il celebre richiamo del corno di Siegfried torna, ma trasformato: tonalità minore, ritmo di marcia. L’energia vitale si è fatta monumento. Chi ha sentito questo tema squillare trionfante nel terzo atto di Sigfrido lo ritrova ora.
4:10 — Il tema si espande in tutta l’orchestra: è il momento di massima densità, l’apoteosi prima del crollo. Siegfried eroe del mondo, per l’ultima volta.
4:40 — Un breve accenno al tema di Brünnhilde, a memoria dell’amore spazzato via dal destino dei due personaggi.
5:12 — La musica si incupisce verso i temi dell’Oro e della Maledizione. Il cerchio si chiude: la morte dell’eroe riporta tutto all’origine, all’oro nel fondo del Reno, alla maledizione che nessuno ha saputo spezzare.

Questo è il modo di concepire la musica, come traduzione di una narrazione in linguaggio musicale, che entra in conflitto contemporaneamente con la tradizione operistica (all’italiana, da Mozart a Verdi), e con la tradizione sinfonica che continuava a propugnare l’indipendenza, l’assolutezza, della musica rispetto ai contenuti narrativi (abbiamo visto: Brahms e Hanslick). Eppure da un punto di vista compositivo richiede un lavoro estremamente preciso e tecnicamente finissimo, che ancora oggi viene utilizzato in occasioni simili. Tutti riconosciamo il tema di Obi-Wan Kenobi, o quello della Compagnia dell’anello: sono Leitmotiv adattati alla musica da film del XX-XXI secolo.

La consegna dell’esercizio di scrittura da cui ha preso avvio questo post è questo. Prima di scrivere, assegna a quattro parole un significato simbolico fisso e personale non generico, preciso. Ad esempio: ferro = forza bruta, soglia = scelta irreversibile, mano = legame affettivo, cenere = fine. Scrivi queste associazioni in testa al tuo foglio: sono il tuo “registro dei Leitmotiv”. Ora scrivi un testo narrativo di almeno una pagina in cui queste quattro parole appaiano ciascuna almeno tre volte, in contesti ogni volta diversi. Il vincolo è che il loro significato simbolico non deve mai essere spiegato: deve emergere dalla pressione delle ripetizioni e dai contesti in cui le inserisci. Ogni volta che una delle quattro parole riappare, il lettore deve sentire il peso di tutte le volte precedenti.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente parlava di Dvořák. Il successivo sarà su Anton Bruckner.

La melodia eolia del Morceau

Saint-Saëns, o del colore brillante della resistenza

Scrivo parole inutili fingendo di nascondervi significati che non ci sono.
Inutili parole circolari, che in giro mandino, a caccia di indizi, perché perdano tempo, leggendo ogni tre, ogni quattro, gli esperti.
Parole inutili volutamente disordinato in un messaggio inserisco, e fortunato da ritenere sono perché il latino conoscendo posso una costruzione dalla struttura dei casi giustificata simulare.
Mai saprò chi di leggere tenterà questo messaggio, chi di trovarvi significati ulteriori.
Bastami pensare, da lontano, che, scritto come i precedenti, come i precedenti causerà domande, allarme, impegno.
Nessun messaggio devo recapitare, solo sono ormai, il piano mio è il mio piano, di comunicare necessità più non ho.
Che il capo si rompano, che chi mi aiuta cerchino; nessuno, niente troveranno, finché non vedranno ciò che gli è passato sotto il naso esplodere.

TTSTTTS. No, non è un modo per richiamare il silenzio o l’attenzione. Si tratta di una sequenza di S e di T: se S significa un intervallo di semitono (la distanza più piccola che nella musica occidentale usiamo per distinguere due note, come tra due tasti vicini su una tastiera) e T quella di un tono (ossia due semitoni, la distanza tra Do e Re, ossia tra due tasti bianchi che in mezzo ne hanno uno nero), ci danno quella che si chiama una “scala maggiore”. La scala Do-Re-Mi-Fa-Sol-La-Si-Do, ad esempio, è quella di Do maggiore, soli i tasti bianchi del pianoforte, ed è appunto composta da TTSTTTS: due intervalli di tono (Do-Re e Re-Mi), un semitono (Mi-Fa, non c’è il tasto nero in mezzo), tre di tono (Fa-Sol, Sol-La, La-Si) e infine un semitono (Si-Do, di nuovo manca il tasto nero tra le due).

Le diverse forme di temperamento fanno sì che possiamo applicare questo stesso schema a qualunque nota delle dodici. E otteniamo così una scala maggiore che suona esattamente come quella di Do maggiore. A parte le differenze timbriche che lo strumento evidenzia salendo o scendendo lungo la sua tessitura. Ad esempio, partendo da Re, è necessario introdurre due tasti neri per ottenere una scala maggiore. Re-Mi-Fa#-Sol-La-Si-Do#-Re, la scala di Re maggiore.

Quando si legge che una certa composizione è “in Re maggiore”, vuol dire che è scritta usando le note di quella scala, principalmente. Principalmente perché sarebbe piuttosto noiosa, o breve, se usasse solo quelle note. Uno degli aspetti interessanti sono le modulazioni: passare da una tonalità all’altra per variare l’armonia del brano. Nella musica dal Seicento in avanti c’è uno studio sul legame tra le varie tonalità. E la maggior parte delle composizioni nascono da una tensione tra due tonalità. Da una parte c’è la tonica, cioè la tonalità dichiarata dal compositore che sceglie quali alterazioni (#, \flat) mettere “in chiave” e determina quindi la tonalità.

Ad esempio, se il compositore vuole una composizione in Re maggiore, mette subito dopo la chiave (ad es. di violino) il Fa# e il Do#, perché sa già che la maggior parte dei Fa e dei Do saranno alterati in questo modo, per mantenere la tonalità. Dall’altra parte la dominante, ossia la tonalità maggiore del quinto grado. Nel caso di un brano in Re maggiore, la quinta nota è La, e quindi la tonalità dominante (V) è La maggiore. La terza nota del La maggiore è il Do#, che dista solo un S dal Re che è la tonica. E “spinge” verso il Re.

La sequenza Re maggiore – La maggiore – Re maggiore è detta cadenza autentica I-V-I e siamo abituati a sentirla come finale della maggior parte delle composizioni, perché dà l’idea di un ritorno a casa. Ma è anche il motore dello sviluppo di quasi tutte le composizioni tonali: nelle fughe, ad esempio, il secondo ingresso del tema è spesso in dominante, quindi spostato di una quinta. Spesso il secondo tema della forma-sonata viene presentato in dominante.

Finora ho parlato della scala maggiore. Ce n’è una anche minore (in realtà più d’una, ma semplifichiamo): TSTTSTT è la sequenza della scala minore naturale. Anche per lei vale tutto quanto detto per la sorella maggiore. La dominante è sempre il quinto grado, ed è sempre maggiore. In questo caso la cadenza autentica diventa i-V-i, dove i è in minuscolo, ma V rimane in maiuscolo.

Perché tutta questa introduzione lunghissima di teoria musicale? Perché per il personaggio che introduciamo oggi è importante. Camille Saint-Saëns è un bambino prodigio che fin da piccolo queste cose le assimila perfettamente. Il compositore Hector Berlioz, che da compositore già affermato lo incontra giovanissimo e con lui intesse rapporti d’amicizia, lo descrive così: “sa tutto, ma gli manca l’inesperienza”. E in effetti la critica che lo accompagna per tutta la vita, e oltre, è di un compositore brillante, ma freddo, non emozionante.

Saint-Saëns apre la sua carriera da musicista come organista titolare alla Madeleine di Parigi per 20 anni. Raggiunta l’indipendenza economica nel 1877, si dedica all’attività di compositore, pianista e direttore d’orchestra.

Camille è attivo nella seconda parte dell’Ottocento e nella prima del Novecento, ma ad ascoltare la sua musica a volte si ha l’impressione di un musicista di cinquant’anni prima. Grande organista, è impegnato nella difesa della musica francese dallo strapotere della nuova scuola sinfonica tedesca, quella che vede in prima linea Wagner e Liszt. La stessa Neudeutsche Schule a cui lo stesso Brahms si opponeva, non per motivi nazionalistici, in questo caso, ma puramente filosofici. Brahms e Saint-Saëns quindi dalla stessa parte: difensori di un certo mos maiorum musicale, per motivi diversi e in modi diversi.

Brahms è il costruttore, quello che riprende le forme antiche e le rifonda, inserendovi l’idea della developing variation, molto promettente per la musica del Novecento, partendo da una padronanza tecnica perfetta, da una logica ferrea e da una gamma emozionale vastissima. Anche Saint-Saëns è dotato tecnicamente, ha una logica impeccabile, cede il passo sulla capacità di emozionare, ma cerca la novità nell’altrove, sia in senso locale che in senso temporale. E nel coup-de-théâtre, il colpo di scena, la trovata ad effetto.

Parto da quest’ultima. Il pianoforte, e soprattutto l’organo in una sinfonia (con un finale che suona come una magnifica macchina che conclude il suo ciclo. Una Danse macabre in cui il violino ha il cantino scordato per poter prendere naturalmente il tritono La-Mi bemolle, il diabolus in musica. Un concerto per pianoforte che inizia come un preludio bachiano e finisce in tarantella (e in mezzo: tante, tante note). Un Carnevale degli animali (che non vuole sia eseguito perché teme gli danneggi la reputazione) in cui usa l’orchestra per descrivere leoni, tartarughe (che ballano un lentissimo Can can), fossili (!), pesci, e persino pianisti e critici musicali dalle orecchie lunghe, e in cui è incastonato il brano per cui Saint-Saëns è oggi famoso, il Cigno.

La sua versione del topos del violino zigano (e questo è anche un altrove culturale) nell’Introduzione e Rondò capriccioso. Una varietà di composizioni, tutte caratterizzate da una grande consapevolezza di sé (i detrattori potrebbero parlare di una certa presunzione) e un grande gusto per il colpo ad effetto (e sempre gli stessi potrebbero tacciarlo di sfacciataggine).

E sull’altrove? Nel 1877 debutta (a Weimar) una sua opera, il Samson et Dalila, a tema biblico. L’ambientazione è la Palestina dei Filistei descritta nell’Antico Testamento. La danza della festa in cui Dalila fa ubriacare Sansone per tagliargli capelli è descritta nella Danse bacchanale. In cui Saint-Saëns cambia le carte in tavola e adotta una scala che non è quella maggiore, non è quella minore, è semplicemente aliena. Si tratta della Hijaz Kar, la scala doppia armonica, una delle poche della tradizione araba-ottomana che può essere incastonata nella musica occidentale perché non contiene intervalli di quarto di tono, che alcuni degli strumenti occidentali (e la maggior parte dei musicisti) non sono in grado di produrre.

La Hijaz Kar è fatta così: SKSTSKS. Un intervallo di semitono (Do-Re bemolle), un intervallo di un tono e mezzo (K, dal Re bemolle al Mi), un intervallo di semitono (Mi-Fa), un intervallo di tono (Fa-Sol), di nuovo un intervallo di semitono (Sol-La bemolle), di nuovo un intervallo di un tono e mezzo (La bemolle-Si), e quindi un semitono (Si-Do). Nel mondo arabo-ottomano è la scala della solennità. Per Saint-Saëns è il mezzo per trovare l’esotico, l’Oriente, e, in qualche modo, per uscire dal mondo sinfonico germanofilo in modo strutturale.

L’altro modo, quello temporale, di cercare un altrove, Saint-Saëns lo trova nelle scale modali. Cosa succede se prendiamo la sequenza TTSTTTS e la trattiamo come un anello? Facciamo cioè scivolare, ad esempio, di una posizione verso sinistra la stringa e mettiamo in coda quello che perdiamo in testa? Otteniamo TSTTTST, ossia la stessa scala che avremmo usando i tasti bianchi ma partendo dal Re anziché dal Do. Se proviamo a suonare questa scala, la troviamo “strana”, diversa dalla maggiore o dalla minore a cui siamo abituati. E di questi scivolamenti ad anello (permutazioni cicliche, in gergo matematico) possiamo farne sei, a partire dalla TTSTTTS iniziale.

A noi sembrano strane, ma nel Medioevo e nel Rinascimento, quando non c’erano temperamenti che consentissero trasposizioni a piacere, quando anche la varietà strumentale era molto ridotta e spesso si limitava alla voce umana, erano le modalità diverse in cui la musica veniva concepita e riprodotta. La scala maggiore TTSTTTS non si usava se non in contesti popolari, e non era contemplata dalle teorie musicali, mentre i modi Dorio, Lidio, Frigio e Mis(s)olidio (mutuando nomi, ma solo quelli, dalla tradizione greca) erano quelli codificati (ciascuno con il rispettivo ipo-, che ne forniva una versione che differiva per la nota finale). Nemmeno la minore si usava.

Solo nel Cinquecento la scala maggiore è stata codificata: non si chiamava maggiore, ma Ionia. E così la scala minore naturale che si chiamava Eolia. E lentamente hanno preso il sopravvento sulle altre, generando tra Cinque- e Seicento il sistema tonale poi codificato da teorici come Rameau.

Il Morceau de concert pour harpe è un brano molto tardo nella produzione di Saint-Saëns (1918). La melodia principale, portata dall’arpa dopo un paio di minuti di esecuzione (2:45 nel video qui riportato), è in modalità Eolia. In La minore, manca completamente di alterazioni, manca il Sol# che segnerebbe l’intervento del V (Mi maggiore). Manca, sostanzialmente, un’evoluzione secondo le regole tonali. Un indizio? Provare a fischiettarla o a cantarla: si fa una fatica sproporzionata alla lunghezza e alla semplicità della melodia. Ci viene da completarla come il nostro orecchio è abituato ad ascoltare, secondo le regole tonali moderne. Ma qui c’è un altrove: un altrove nel tempo, un ritorno a un mondo in cui le storture del modello tonale tedesco non possono prendere piede, perché non c’è quel modello tonale su cui appoggiarsi.

L’attenzione per queste modalità nasce da una corrente culturale francese, è condivisa con l’allievo Fauré, ma anche con altri compositori francesi, malvisti da Saint-Saëns – in modo unidirezionale – per la loro modernità, come Debussy e Ravel. Ne faranno un uso ben più rivoluzionario di un Saint-Saëns che vi si appoggia come stampella nei mala tempora che vede.

E quindi la consegna da cui nasce (con qualche libertà) l’esercizio di scrittura con cui si apre questo post. Scegli una scena minima, un breve racconto, che contenga qualcuno che compie un gesto ripetitivo in un certo luogo. Poche parole, non le cambierai. Cambierai soltanto l’ordine in cui le percorri, e in quel solo cambiamento dovrai far sentire una figura che, di frase in frase, si allontana (o l’osservatore si allontana dalla scena). Comincia dal modo più piano, come lo diresti senza pensarci: la scena è qui, presente, familiare. Poi riordina le stesse parole restando dentro la lingua italiana: sposta il gesto in fondo, porta il luogo in testa, lascia la figura sospesa a metà.

Non aggiungere nulla: eppure, cambiando soltanto il centro di gravità, la scena arretra, si fa più solenne, più antica, come vista da lontano nel tempo. È l’effetto dei modi antichi, che dalle stesse note ricavano un colore più remoto solo spostando il centro. E se vuoi portarla fino in fondo, spingila oltre i confini della lingua: piega la frase a un ordine che l’italiano non conosce — il gesto respinto in ultimo, alla maniera di certe lingue lontane —, o lascia affiorare una parola che non esiste ma che suona d’altrove, come nelle fànfole di Fosco Maraini. Ora la figura non è più solo lontana nel tempo: è diventata straniera, di un luogo che non sappiamo nominare.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente era su Brahms. Il successivo riguarderà invece Antonín Dvořák.