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Di peperoni, litigi, licenze ed evoluzione della specie

Sono incappato in questo video. La trasmissione non l’avevo vista (Santoro per me è come i peperoni: via via che invecchio lo digerisco sempre meno), il video l’ho invece seguito con curiosità.

La prima impressione: via via che invecchio, anche altri invecchiano, e forse i miliardi non servono a invecchiare meglio.

La seconda: questi “litigi” non mi fanno più né caldo né freddo. Del resto la mia “non elevatissima” stima nei confronti dei personaggi coinvolti (e non parlo solo di Briatore, ma anche di Costamagna e Penelope) era tale da farmi sorridere, anzi piuttosto sogghignare.

La terza: un senso di fastidio che non se ne andava.

E così, dopo aver ruminato i miei peperoni, forse l’ho trovato il punto in cui era nascosto qualcosa di amaro. In quelle due domande che Briatore rivolge a Penelope: “quanta gente lei mantiene? (a) quanta gente dà lavoro, lei e tutti ‘sti professori?”.

Quelle due domande rivelano, secondo me, il cuore di una cultura. Non è nella stucchevole discussione su quanto qualcuno abbia sbagliato, pagato e sia stato riabilitato. E’ nell’immorale scambio di un dovere, quello di contribuire al progresso materiale o spirituale della società secondo le proprie possibilità e la propria scelta (Art. 4 della Costituzione della Repubblica Italiana, se non ricordo male), con una licenza, quella di fare un po’ come gli pare. E nel ricatto, implicito, per cui, visto che lui mantiene milleduecento persone in giro per il mondo, concede, bontà sua, a questi di pagare il mutuo, l’educazione dei figli e via dicendo, faremmo tutti meglio a non criticarlo.

Questa pretesa che l’elemosina e i trionfi rendano immuni alle critiche e debbano garantire che certi cassetti del passato rimangano chiusi, così smaccata, violenta e volgare, è la meno raffinata versione della cultura dell’homo novus che chi ci ha governato negli ultimi diciott’anni ha imposto a tutto il Paese (tentando anche all’estero, senza capire perché là non funzionava), spacciandola, spesso con successo, come la naturale evoluzione della specie.

E il fatto che me ne sia accorto solo per un gusto amarognolo che la mia coscienza avvertiva in terza lettura significa che questi diciott’anni non sono passati inefficaci nemmeno per chi li ha vissuti come un incubo e ha cercato di tenere sempre gli occhi ben aperti.

Ma no: la carcassa di un bue morto non è l’evoluzione della specie bovina, è la fine di un suo individuo. Non siete voi l’evoluzione della specie, voi billionaires. Senza locale, senza barca, senza potere: il profumo dei soldi se n’è andato, non se ne va l’odore. E non è peperonata.

Itis Galileo

Non vorrei qui fare né un riassunto né una critica del programma che è andato in onda lo scorso 25 aprile su La7.

Marco Paolini l’ho conosciuto con la sua orazione civile sul Vajont, che periodicamente mi riguardo; l’ho conosciuto e ho imparato ad apprezzare la grande passione e la capacità di raccogliere documentazione di origini molto diverse e presentarle sotto forma di pièce teatrale. Poi adoro la sua parlata veneta e il suo modo di “tenere” il palcoscenico.

Vorrei solo proporre un paio di riflessioni che mi sono venute guardando (e riguardando) il programma.

  1. Mi pare un’iniziativa lodevole il presentare una delle realtà più interessanti della ricerca italiana, anche in relazione, ma non necessariamente, alle famose vicende relative ai neutrini, ai tunnel, alle pubblicazioni di notizie e alle successive smentite.
  2. Altrettanto lodevole, anche se forse più complicato da realizzare, è il tentativo di divulgare qualcosa circa questi benedetti neutrini. Mi sarebbe piaciuto un accenno più marcato sulle motivazioni di investimenti così importanti in questa direzione. Cioè, mi pare si sia persa un’occasione per spiegare a un pubblico più o meno vasto, certamente più vasto della semplice cerchia degli “addetti ai lavori”, che di questa spiegazione non ha bisogno, cosa sia e a cosa serva la ricerca di base.
  3. Mi ha un po’ deluso la parte “extra-spettacolo”. Possibile che non ci sia nessuno, docente o ricercatore, capace di spiegare in modo brillante e divulgativo cosa caspita succede sotto la montagna? “Per quel che ho capito” Paolini l’ha ripetuto un po’ troppe volte, e su alcune cose si è anche capito bene che non aveva capito molto.
  4. La lettura che Paolini ha fatto della vicenda di Galilei mi è complessivamente piaciuta. Ha messo in evidenza molti dei nodi epistemologici che riconosco anch’io in questa storia. Ha reso umana una figura per molti versi mitica e spesso in passato e nel presente presa a simbolo di cose molto diverse. Io credo che dietro a un’opera di questo genere ci sia stato un grande lavoro di approfondimento storico e filosofico, oltre che scientifico e tecnologico. E, pur non conoscendo i dati d’ascolto, credo che questo sia un’evidenza del fatto che un lavoro serio e intelligente possa produrre frutti saporiti anche nel campo della divulgazione scientifica, senza bisogno di plastici e di computer graphics.
  5. Una trasmissione del genere è di servizio pubblico. Mi sarebbe piaciuta sulla Rai, per almeno un paio di buone ragioni. E non credo sia un caso che ciò non sia avvenuto.
  6. Credo che utilizzerò questo pezzo per la didattica. Non ci sono formule, è vero, e la fisica che vi si trova è raccontata in modo essenziale. Ma c’è dentro la nascita della scienza moderna, i dolori di un parto e i primi vagiti. I princìpi al principio.

E voi, che idee vi siete fatti su questo spettacolo? Perché l’avete guardato? Perché no? Cosa vi ha colpito?

Se la forma è sostanza

Ammetto una buona dose di snobbismo nel premettere che me ne stavo steso sul tappeto a lavorare al portatile davanti a un televisore dimenticato acceso su Rai3.

Parte Novantesimo Minuto e la curiosità mi fa alzare il capo: che cosa racconteranno mai stanotte? Parleranno del campo innevato del Tardini, o dei capricci della società juventina che hanno portato al rinvio della partita?

Invece un determinato Alberto Rimedio si produce, accusando una gravissima mancanza di rispetto nei confronti dei giornalisti sportivi, in una tirata sulla mancanza di puntualità di Ballarò, appena terminato in ritardo, che avrebbe ridotto di molto il tempo a disposizione della trasmissione sportiva.

Al che, sorridendo, mi alzo e spengo per concentrarmi su quello che sto facendo e che certamente mi interessa più delle sintesi della serie B e infinitamente più delle rivendicazioni del signor Rimedio.

Ora, io capisco lo sdegno del giornalista sportivo. Non credo che esistano mestieri di serie A e di serie B, se non per l’impegno, la competenza, ma anche le forme e i modi in cui vengono esercitati, per cui se il palinsesto prevede che Floris finisca a una certa ora, il fatto che questo non avvenga è certamente irrispettoso nei confronti di chi deve andare in onda dopo. Capisco anche che per un appassionato del calcio di serie B, il formato inaspettatamente ridotto di una trasmissione attesa, a causa della cattiva organizzazione dei tempi del programma precedente, possa risultare in una cocente delusione.

La Rai è però evidentemente messa maluccio. Delle due, una: o non esistono in azienda gli spazi in cui il dipendente possa esprimere disappunto e chiedere maggior rispetto (tra l’altro, non è la prima volta che Ballarò suscita reazioni di questo tipo per lo stesso problema), oppure il giornalista dipendente se ne frega dell’azienda, delle sue dinamiche interne, dell’immagine che presenta all’esterno, eventualmente delle scelte e politiche aziendali che consentono a un programma di successo e che porta molte entrate pubblicitarie di sforare i tempi nei confronti di un programma di interesse generale forse fondatamente inferiore.

Cerco di spiegarmi meglio. Se Matri entrasse un giorno in campo con uno striscione in cui chiede scusa ai tifosi per il ritardo ma Del Piero non aveva voglia di cedergli il posto come stabilito in precedenza, a parte che non so come potrebbe esprimere in uno striscione la complessità del concetto, ma non sarebbe bello. Si parlerebbe subito di divisioni nello spogliatoio, di polemiche, la società richiamerebbe il primo per un comportamento lesivo dell’immagine e del clima della squadra. Oppure, quando telefoniamo a un servizio clienti per lamentare un problema, se ci viene risposto: “guardi, non so cosa abbia combinato quel deficiente del mio collega, adesso glielo passo e, mi raccomando, si arrabbi tantissimo”, qualche dubbio sull’azienda viene. Ancora: quante volte mi è successo di attendere anche a lungo davanti alla porta di un’aula in cui dovrei entrare e in cui il collega dell’ora precedente si attarda oltre il termine, magari come d’abitudine. E quando esce? Un sorriso, anche se quello non chiede scusa: c’è la sala insegnanti per le liti, c’è il Dirigente per le lamentele. Non davanti ai ragazzi: non si fa.

Ecco, visto che esiste in Rai sicuramente il posto (o la persona), al riparo dello sguardo dei telespettatori, in (a) cui il signor Rimedio può dar voce ai suoi giusti lamenti e chiedere che si ponga, neanche a farlo apposta, rimedio, la sua sparata in diretta dice soprattutto che lui il lavoro di squadra non sa nemmeno cosa sia. Dice che non gli interessa dare l’immagine di una Rai che, nonostante tutto, è unita e valorizza i suoi talenti e le sue risorse.

“Vi chiediamo scusa per il ritardo con cui iniziamo la nostra trasmissione, ritardo dovuto allo sforamento del programma precedente per la quantità e la qualità degli ospiti e degli argomenti trattati. Purtroppo questo ritardo fa sì che questa sera alcuni servizi non potranno andare in onda. Faremo il possibile per trasmetterli nelle prossime edizioni e perché questo disguido non abbia a ripetersi”. Bastava questo, anche se le dà fastidio, anche se non pensa che la qualità e la quantità giustifichino un bel niente, caro signor Rimedio. In quel momento lei è l’immagine che la Rai dà di sé. Poi poteva andare dal direttore di rete a pestare i piedi, organizzare una protesta dei giornalisti sportivi, sentirsi con la collega Berlinguer e andare insieme a tappezzare di foto di un bacio saffico tra Pagnoncelli e Berlusconi lo specchio del camerino di Floris: quel che vuole. Possibilmente fare in modo che davvero la cosa non si ripeta. A meno che non sia una politica aziendale, quella di permettere a Ballarò, in quanto programma di vasto pubblico e in prima serata, di avere occasionali libertà ad altri negate. Se fossi il direttore di rete, ci penserei, aspettandomi ovviamente delle reazioni, ma interne e non scomposte e ridicole (sì, ridicole) come quella di ieri sera.

Oppure siamo di fronte al solito vecchio clima in casa Rai, e il signor Rimedio vuol mettersi in luce riaprendo le ostilità contro Floris, appena le nuove nomine lo hanno permesso. Può essere.

In ogni caso non è stata una bella pagina per la nostra azienda radiotelevisiva. Ex post, Ballarò aveva qualche ragione nel prendersi alcuni minuti in più, se la forma è sostanza, a discapito della serie B. E non mi riferisco al calcio.