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9 ottobre 1963

Ossia cinquant’anni fa.

Ricordo che in qualche occasione mio padre mi parlò del “Vajont”, ero probabilmente un ragazzino, ma quando davvero presi coscienza della tragedia che si consumò poco prima delle undici di sera di quel lontano 9 ottobre in quella lontana valle fu poco più di una decina di anni fa, grazie a Marco Paolini e alla sua orazione civile, trasmessa in prima serata sulla Rai, e poi trovata in libreria in un cofanetto che tuttora conservo gelosamente.

Qualche anno fa andai anche a visitare Erto e Casso, passai di fianco alla diga che ancora sta lì, orgogliosa, a sbarrare la gola verso il Piave.

Una valle, quella di Erto e Casso; i piani di sfruttamento energetico delle risorse idriche delle valli alpine; una frana antica, 250 milioni di metri cubi di roccia frantumata, che quando “le bagnarono i piedi” decise di mettersi in moto; la corsa contro il tempo dei gestori della diga, a collaudarla prima che la frana cadesse nel lago, per poterla vendere come operativa; gli studi, le perizie, le testimonianze, i personaggi, gli atti processuali: tutto questo nel lavoro teatrale di Paolini, raccontato con tanta passione, tanta consapevolezza, tanto rispetto per i morti in una catastrofe che fu subito iscritta nel libro degli eventi imprevedibili, colpa di una natura né buona né cattiva, indifferente alle duemila vite che giù lungo il grande fiume avrebbe ricoperto di acqua, fango, ghiaia, e che invece, forse, così imprevedibile non era, perché i segni premonitori, a volerli leggere, c’erano tutti.

Cinquant’anni fa: una storia del genio italiano, capace di realizzare un capolavoro della tecnica, ma anche, forse, del pressapochismo, del menefreghismo e dell’irresponsabilità, degli interessi privati, della corruzione con cui ancora non siamo, come popolo, riusciti a fare i conti.

E soprattutto la storia di vite spazzate via, di persone che non avevano nulla da mettere nelle tombe dei cari, di cadaveri ripescati dalle acque del Piave a decine di chilometri di distanza, di una valle devastata.

Guardatelo, il lavoro di Paolini. Duole alla coscienza, ma è un dolore che non nuoce ma cura. (Se non lo trovate in libreria, c’è qui la prima parte, la seconda la trovate da voi 🙂 ).

Itis Galileo

Non vorrei qui fare né un riassunto né una critica del programma che è andato in onda lo scorso 25 aprile su La7.

Marco Paolini l’ho conosciuto con la sua orazione civile sul Vajont, che periodicamente mi riguardo; l’ho conosciuto e ho imparato ad apprezzare la grande passione e la capacità di raccogliere documentazione di origini molto diverse e presentarle sotto forma di pièce teatrale. Poi adoro la sua parlata veneta e il suo modo di “tenere” il palcoscenico.

Vorrei solo proporre un paio di riflessioni che mi sono venute guardando (e riguardando) il programma.

  1. Mi pare un’iniziativa lodevole il presentare una delle realtà più interessanti della ricerca italiana, anche in relazione, ma non necessariamente, alle famose vicende relative ai neutrini, ai tunnel, alle pubblicazioni di notizie e alle successive smentite.
  2. Altrettanto lodevole, anche se forse più complicato da realizzare, è il tentativo di divulgare qualcosa circa questi benedetti neutrini. Mi sarebbe piaciuto un accenno più marcato sulle motivazioni di investimenti così importanti in questa direzione. Cioè, mi pare si sia persa un’occasione per spiegare a un pubblico più o meno vasto, certamente più vasto della semplice cerchia degli “addetti ai lavori”, che di questa spiegazione non ha bisogno, cosa sia e a cosa serva la ricerca di base.
  3. Mi ha un po’ deluso la parte “extra-spettacolo”. Possibile che non ci sia nessuno, docente o ricercatore, capace di spiegare in modo brillante e divulgativo cosa caspita succede sotto la montagna? “Per quel che ho capito” Paolini l’ha ripetuto un po’ troppe volte, e su alcune cose si è anche capito bene che non aveva capito molto.
  4. La lettura che Paolini ha fatto della vicenda di Galilei mi è complessivamente piaciuta. Ha messo in evidenza molti dei nodi epistemologici che riconosco anch’io in questa storia. Ha reso umana una figura per molti versi mitica e spesso in passato e nel presente presa a simbolo di cose molto diverse. Io credo che dietro a un’opera di questo genere ci sia stato un grande lavoro di approfondimento storico e filosofico, oltre che scientifico e tecnologico. E, pur non conoscendo i dati d’ascolto, credo che questo sia un’evidenza del fatto che un lavoro serio e intelligente possa produrre frutti saporiti anche nel campo della divulgazione scientifica, senza bisogno di plastici e di computer graphics.
  5. Una trasmissione del genere è di servizio pubblico. Mi sarebbe piaciuta sulla Rai, per almeno un paio di buone ragioni. E non credo sia un caso che ciò non sia avvenuto.
  6. Credo che utilizzerò questo pezzo per la didattica. Non ci sono formule, è vero, e la fisica che vi si trova è raccontata in modo essenziale. Ma c’è dentro la nascita della scienza moderna, i dolori di un parto e i primi vagiti. I princìpi al principio.

E voi, che idee vi siete fatti su questo spettacolo? Perché l’avete guardato? Perché no? Cosa vi ha colpito?