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Sensate e necessarie (o certe)

Sempre per rimanere nel benemerito circuito dei blog di servizio pubblico (vedi post di ieri), propongo oggi una disquisizione su Galileo.

Un’altra combinazione spesso cercata da chi piomba qua dentro catapultatovi dai motori di ricerca, è “sensate esperienze e certe dimostrazioni”.

Ho infatti avuto la brillante idea di dare questo nome alla categoria di post di argomento scientifico.

E perché mai si dovrebbe cercare su Google un’espressione del genere? Me lo chiedo anch’io. Provo anche a rispondermi, prima di dare qualche suggerimento ai malcapitati (malcapitati, come nel post di ieri, non perché non siano graditi, ma perché credo che cerchino qualcosa che qui dentro non sarà facile trovare, cioè una parafrasi di qualche brano della filosofia della scienza, o qualche indicazione utile per una ricerchina su Galileo, sul metodo scientifico o sulla pizza con i fichi, tutte cose che ancora non ho trattato, e, a parte forse l’ultima, sarà difficile che arrivi mai a trattare).

E’ un’espressione liberamente tratta dalle opere di Galileo Galilei. Liberamente, perché, a quanto mi consta dopo una lunga ricerca sui testi online, Galileo ha sempre parlato di “sensate esperienze e necessarie dimostrazioni”, e non di “certe” dimostrazioni. Poco male, visto che comunque “certe” e “necessarie” sono in questo caso abbastanza sinonimi.

Dell’espressione sopra citata si trova abbondanza nelle lettere di Galileo. In particolare a me piace molto la lunga lettera a madama Cristina di Lorena, in cui come al solito si lamenta di quanto male sia trattato dai colleghi contemporanei, specialmente quelli che vestono la tonaca, e cerca di convincere la madama, nientepopodimenoché l’arciduchessa di Toscana, della bontà delle sue opinioni. Un genio, ma anche un gran rompiscatole, bisogna ammetterlo.

Spiegando perché le sue idee sono migliori di quelle degli altri colleghi, che procedono partendo dallo studio della Sacra Scrittura e cercando nella natura conferme ad essa, Galileo afferma che le armi che lo scienziato deve utilizzare sono, appunto, le “sensate esperienze”, dove “sensate” non significa che devono avere un qualche senso (il che effettivamente non guasterebbe), ma che siano realizzate coi sensi, cioè che siano esperimenti di laboratorio e non elucubrazioni mentali, in cui si tocca, si vede, si osserva come la natura effettivamente si comporta, e le “necessarie dimostrazioni”, dove “necessarie” non significa che ci vogliono per forza (anche se Galileo pensava proprio che fossero necessarie pure in questo senso), ma che siano “certe” (per questo dicevo che i termini sono sinonimi), cioè procedano per necessità logica, in modo deduttivo. Un po’ come le dimostrazioni della geometria: nel Saggiatore effettivamente Galileo esprime la sua convinzione che sia possibile leggere la filosofia che è inscritta nell’universo attraverso il linguaggio matematico, in particolare quello geometrico. Ecco perché le “dimostrazioni necessarie” hanno un ruolo così importante nel suo approccio alla natura.

Ora, caro lettore che sei finito in questo blog cercando “sensate esperienze e certe dimostrazioni”: qualche link te l’ho dato,  sono i testi originali su Wikisource. Se ti interessa fare una ricerca sul tema del metodo scientifico galileiano, direi che bisogna partire da lì. Prima di tutto leggi, cerca di capire quel che l’italiano del ‘600 non nasconde nemmeno troppo. E poi, direi, solo dopo, va’ nella grande rete, leggi commenti, sbrodolii, sintesi, confronti e via dicendo. Ma prima degli esegeti, è sempre buona abitudine far parlare il diretto interessato.

Buone ricerche!

PS: Per quanto riguarda la pizza con i fichi, ne parlerò presto in un post specifico. Per ora accontentatevi.

Sublunare e sopralunare

Marco Paolini, nel suo spettacolo, ha accennato alla fisica aristotelica. Chiara, semplice, intuitiva: ed è per questo che è stato così difficile pensionarla.

Un aspetto che merita attenzione è il fatto che la fisica di Aristotele divide il mondo in due parti: il mondo sublunare e quello sopralunare. I nomi vengono dal fatto che la sfera lunare era nella concezione che A. usa, la sfera celeste più vicina al mondo terrestre.

Nel mondo sublunare, il movimento naturale è quello degli elementi (aria, acqua, fuoco, terra) verso il loro luogo naturale: aria e fuoco verso l’alto, acqua e terra verso il basso. Vi può anche essere un moto violento, provocato da una causa esterna, per cui il moto stesso consegue in modo proporzionale alla causa che lo produce.

Nel mondo sopralunare, invece, l’unico movimento possibile è quello circolare, il più perfetto, impresso dall’esterno verso l’interno.

Una cosa che Paolini avrebbe potuto evidenziare è il fatto che Galileo prima, e in modo implicito (con l’uso di strumenti terrestri per guardare il cielo, con la pretesa di trovare in tutta la natura lo stesso linguaggio di cerchi e triangoli), ma Newton poco dopo in modo esplicito (con la ridefinizione del concetto di forza, con la sua applicazione a fenomeni terrestri e celesti come la gravitazione allo stesso modo) operano la prima unificazione della storia della scienza: quella di cielo e terra nella descrizione fisico-matematica e soprattutto nella definizione dei fenomeni che vi avvengono e delle regolarità che vi si possono trovare. Non c’è una differenza sostanziale tra le leggi che sembrano governare i fenomeni terrestri e quelli celesti.

E con i frammenti di cristallo delle sfere aristoteliche infrante si costruiscono i cannocchiali di Galileo e i prismi di Newton, per vedere navi e pianeti, per scomporre la luce del sole o di una candela.

Itis Galileo

Non vorrei qui fare né un riassunto né una critica del programma che è andato in onda lo scorso 25 aprile su La7.

Marco Paolini l’ho conosciuto con la sua orazione civile sul Vajont, che periodicamente mi riguardo; l’ho conosciuto e ho imparato ad apprezzare la grande passione e la capacità di raccogliere documentazione di origini molto diverse e presentarle sotto forma di pièce teatrale. Poi adoro la sua parlata veneta e il suo modo di “tenere” il palcoscenico.

Vorrei solo proporre un paio di riflessioni che mi sono venute guardando (e riguardando) il programma.

  1. Mi pare un’iniziativa lodevole il presentare una delle realtà più interessanti della ricerca italiana, anche in relazione, ma non necessariamente, alle famose vicende relative ai neutrini, ai tunnel, alle pubblicazioni di notizie e alle successive smentite.
  2. Altrettanto lodevole, anche se forse più complicato da realizzare, è il tentativo di divulgare qualcosa circa questi benedetti neutrini. Mi sarebbe piaciuto un accenno più marcato sulle motivazioni di investimenti così importanti in questa direzione. Cioè, mi pare si sia persa un’occasione per spiegare a un pubblico più o meno vasto, certamente più vasto della semplice cerchia degli “addetti ai lavori”, che di questa spiegazione non ha bisogno, cosa sia e a cosa serva la ricerca di base.
  3. Mi ha un po’ deluso la parte “extra-spettacolo”. Possibile che non ci sia nessuno, docente o ricercatore, capace di spiegare in modo brillante e divulgativo cosa caspita succede sotto la montagna? “Per quel che ho capito” Paolini l’ha ripetuto un po’ troppe volte, e su alcune cose si è anche capito bene che non aveva capito molto.
  4. La lettura che Paolini ha fatto della vicenda di Galilei mi è complessivamente piaciuta. Ha messo in evidenza molti dei nodi epistemologici che riconosco anch’io in questa storia. Ha reso umana una figura per molti versi mitica e spesso in passato e nel presente presa a simbolo di cose molto diverse. Io credo che dietro a un’opera di questo genere ci sia stato un grande lavoro di approfondimento storico e filosofico, oltre che scientifico e tecnologico. E, pur non conoscendo i dati d’ascolto, credo che questo sia un’evidenza del fatto che un lavoro serio e intelligente possa produrre frutti saporiti anche nel campo della divulgazione scientifica, senza bisogno di plastici e di computer graphics.
  5. Una trasmissione del genere è di servizio pubblico. Mi sarebbe piaciuta sulla Rai, per almeno un paio di buone ragioni. E non credo sia un caso che ciò non sia avvenuto.
  6. Credo che utilizzerò questo pezzo per la didattica. Non ci sono formule, è vero, e la fisica che vi si trova è raccontata in modo essenziale. Ma c’è dentro la nascita della scienza moderna, i dolori di un parto e i primi vagiti. I princìpi al principio.

E voi, che idee vi siete fatti su questo spettacolo? Perché l’avete guardato? Perché no? Cosa vi ha colpito?