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La stagione dei compleanni

E’ alle elementari che ho iniziato a festeggiare il mio compleanno e partecipare ai festeggiamenti dei compagni di classe. (Non all’asilo, lo dico incidentalmente, visto che oggi invece…).

Quando rientravamo dal “ponte dei morti”, in classe ne avevamo una bella sfilza: A. il 2, P. il 3, io il 7 e F. il 10. Me li ricordo sì, erano una bella sfilza, chi è nato in novembre si alzi si alzi e via dicendo.

Ogni stagione ha i suoi colori e i suoi sapori. Per me la stagione dei compleanni ha i colori della nebbia, delle piogge, dell’autunno all’apice in Val Padana. Poche le corse all’aria aperta, più i giochi al chiuso. E il sapore è quello delle caldarroste, che ho scoperto proprio a un compleanno di F., nella vecchia casa di famiglia a Ronco in cui ci invitò un sabato o una domenica di novembre, per festeggiare il suo compleanno.

Con P. (quello che, tutte le volte, “non sono stato io!”) ci siamo rivisti all’università tanti anni dopo, ma ormai tanti anni fa. F. (posso dirlo? la mia compagna di banco e prima cotta in seconda elementare; ma ero un bambino giudizioso: “non posso pensare a queste cose, devo studiare!”) l’ho rivista nella segreteria della scuola in cui quell’anno avevo un completamento di cattedra, ma so che ha cambiato, chissà per dove. Con A., compagno di mille avventure e di qualche vacanza, sto ancora aspettando il colpo di scena che porterà i nostri fili a incontrarsi di nuovo.

Chissà, magari un aperitivo, a novembre. Alla fine, a brindare ci alzavamo sempre tutti insieme.

La mia maestra

La mia maestra era una sola e si chiamava Franca. E noi eravamo venti, forse diciotto, forse ventuno.

La mia maestra ci faceva piantare i fagioli nell’ovatta, ci faceva assaggiare il mosto cotto.

La mia maestra ci insegnava a costruire una lampada con una bottiglia, o un portaspago con la iuta.

La mia maestra ci portava in gita, ci accompagnava in settimana verde, organizzava le serate con le famiglie a mangiare il pescegatto nelle lanche, vicino a casa sua.

La mia maestra ci faceva ascoltare Stravinski, inventare la favola di Pulcinella, preparare uno spettacolo di ombre cinesi.

La mia maestra aveva i dischi e un giradischi col fruscio dentro, e una volta ci ha fatto sentire la Canzone del Piave, che sembrava arrivare da cent’anni fa: io non l’ho mai più ascoltata, ma me la ricordo talmente bene che ogni 24 maggio mi torna in mente. E mi torna in mente lei.

La mia maestra  ci insegnava le poesie, non solo quelle di Rodari, ma anche quelle di Cardarelli, ed era buffa quando faceva finta di parlare in napoletano; però ce le faceva imparare a memoria.

La mia maestra ci insegnava gli apostrofi e gli accenti, la storia e la geografia, le scienze e la matematica, tutto quanto.

La mia maestra un’estate a me, perché mi piaceva la matematica, ha dato come compito mille operazioni; e voleva che tutti facessimo un diario delle località che visitavamo durante le vacanze, con le cartoline incollate e i pensierini.

La mia maestra ci faceva leggere dei libri veri, come Cipì, non solo il libro di lettura o il sussidiario; in classe poi avevamo una biblioteca e ogni settimana potevamo portare a casa un libro da leggere.

La mia maestra aveva una mamma, aveva un marito e anche un figlio della mia età, e noi li conoscevamo: era come una mamma vera.

E infatti la mia maestra ci voleva bene. Si vedeva, si sentiva. Anche noi le volevamo bene: quando mancava eravamo tristi, anche se veniva la supplente Giovanna, che era giovane, brava e carina.

La mia maestra se n’è andata qualche anno fa, all’improvviso. Ma in quei cinque anni sono tanti i fagioli che ha piantato nella mia ovatta bagnata, e tante delle foglie che trovo oggi dentro di me, se ne seguo lo stelo giù fino alle radici, sono germogliate da quei semini di tanti anni fa.

La mia maestra era proprio brava.