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Letture estive (2)

Ecco, dopo i primi tre e una terna di film, altri tre libri che hanno accompagnato una parte di questa mia estate.

I barbari, di Alessandro Baricco. Un saggio, scritto nello stile tipico di Baricco, sulla mutazione. Con una tesi interessante, su cui, almeno in buona parte, mi sono trovato d’accordo. In parte per la sua genesi editoriale, frazionata sulle pagine di Repubblica, viene costruendosi poco a poco, insieme alle analisi che vi vengono proposte e alle conclusioni parziali che via via prendono una forma definitiva. Sicuramente una lettura interessante.

L’eleganza del riccio, di Muriel Barbery. Nonostante generalmente sia piuttosto allergico ai “best seller”, mi sono lasciato convincere e, lo ammetto, conquistare. La trama è molto semplice e si svolge quasi esclusivamente (ma il “quasi” è determinante) all’interno di un condominio della grande Parigi bene, dove la protagonista vive e lavora come portinaia. Nonostante abbia trovato alcune pagine un po’ stucchevoli nella loro pretesa filosofica, una filosofia, tra l’altro, molto nettamente delinata e che personalmente trovo lontana, mi sono affezionato ai personaggi. Credo sia uno di quei libri all’interno del cui mondo continuerò a vagare per qualche tempo anche dopo averlo riposto, magari non con un senso di lutto, ma con una certa nostalgia.

Il gioco delle tre carte, di Marco Malvaldi. Fa parte della collana Noir di Repubblica per quest’estate. Mi sono piaciute: l’atmosfera pisana, i riferimenti al mondo universitario, che evidentemente l’autore conosce bene da chimico ricercatore, i personaggi, una banda di arzilli vecchietti insieme al “barrista” Massimo che ospita le loro partite a carte. Per il resto come giallo mi è parso molto essenziale, con un tocco camilleriano per un discontinuo ricorso al dialetto pisano; il linguaggio è molto colloquiale, spesso iperbolico, alla fine divertente, ma forse ciò che mi ha infastidito è un narratore troppo invadente. Insomma, non uno dei miei preferiti.

Alla prossima per altre letture estive!

La noia

No, niente. Tranquilli. Non tirerò in ballo Vasco… no, scusate, intendevo Moravia.

Solo Baricco:

Io penso di essere cresciuto nella costante intimità con uno scenario preciso: la noia. Non ero più sfigato di altri, era per tutti così. La noia era una componente naturale del tempo che passava. Era un habitat, previsto e apprezzato. Benjamin, ancora lui: la noia è l’uccello incantato che cova l’uovo dell’esperienza. Bello. E il mondo in cui siamo cresciuti la pensava proprio così. Adesso prendete un bambino di oggi e cercate la noia, nella sua vita. Misurate la velocità con cui la sensazione di noia scatta in lui, appena gli rallentate intorno il mondo. E soprattutto: capite quanto gli sia estranea l’ipotesi che la noia covi qualcosa di diverso da una perdita di senso, di intensità. Una rinuncia all’esperienza. Lo vedete il mutante in erba? Il pesciolino con le branchie? Nel suo piccolo è già come la bicicletta: se rallenta, cade. Ha bisogno di un movimento costante per avere l’impressione di fare esperienza.

(da “I barbari”)

E ha ragione. Io me la ricordo la noia. In casa, dovermi inventare qualcosa da fare perché mia mamma stava cucinando, o pulendo, o facendo quello che normalmente faceva quando non dedicava tempo a me. E io esploravo. Perché il tampax cerebrale, la televisione, non era disponibile se non a certi orari della giornata. Mi sono passato un migliaio di volte tutte le librerie dei miei, ho scoperto mondi fatti di anatomie animali, di chimica e farmacologia, di meraviglie e misteri della natura, ho letto poemi, ho visitato musei, mi sono perso in dizionari ed enciclopedie. Ho ascoltato le centinaia di vinili di musica classica (dalla lirica sono per lo più stato alla larga, con alcune significative eccezioni) dei miei, tanto che per la cresima mi è parso naturale, potendo scegliere un regalo, chiedere piastra, amplificatore e casse per poter iniziare la mia collezione di “musicassette”.

La noia l’ho avvertita. E ho trovato rimedi, e i rimedi, guarda caso, da rimedi contro la noia sono diventati passioni, vitamine per la vita. Ma le ho scoperte io.

E’ però una riflessione insolita, che non avevo mai sentito, né mi era capitato mai di fare. Perché ero abituato a pensare alla noia come qualcosa da disintegrare davanti ai piedi dei piccoli con tutte le armi di cui genitori, educatori, insegnanti, eccetera, dispongono.

Ma perché? Che male può fare la noia?

Forse nessuno. Forse, davvero, dobbiamo tutti aiutarli ad andare sempre più piano, i nostri piccoli, come facevamo noi in bicicletta sfidando la gravità, praticamente fermi e muovendo solo il manubrio, le spalle e il sedere, per rimanere in equilibrio senza appoggiare i piedi. Che è una cosa che non possiamo insegnar loro, non ci sono rotelline che tengano: devono riuscirci da soli.

Certo, se l’alternativa è la televisione, è meglio riempirli di sport, corsi, attività, dove, almeno, il protagonismo è loro. Il problema è che cosa si può trovare in casa per dribblare la noia.

Che stimoli lasciamo abitare nelle nostre dimore? Quello è il vero dramma, temo.