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Dieci idee scientifiche… più una (2)

Come nel precedente post di questa serie, faccio riferimento a questo articolo, che riporta le opinioni di alcuni scienziati sulle idee scientifiche che più di altre vengono travisate nel linguaggio comune o nel discorso dei “non iniziati”.

Teoria.

“E’ solo una teoria”, dice lo scienziato citato, come esempio di errata comprensione della profondità del concetto di teoria.

C’è qualcosa che gli scienziati in genere dovrebbero comprendere meglio. Abituati a dare un significato il più univoco possibile ai termini che usano nel loro mestiere, perdono di vista (o tendono a perdere di vista) la ricchezza del linguaggio comune. Per cui “teoria”, per loro, dovrebbe significare unicamente quello che, più precisamente, dovrebbero meglio specificare con un aggettivo: teoria scientifica.

Detto questo, parlare di “teoria scientifica” significa parlare di qualcosa che effettivamente è molto più che “solo una teoria”. Ma su questo rimando all’articolo già citato, perché è molto chiaro.

Una teoria scientifica ha dietro una mole di risultati sperimentali, e ha davanti la possibilità di verifica (o di falsificazione, per dirla con Popper) sempre per via sperimentale. Una teoria scientifica, quindi, è quanto di più articolato e di meglio fondato la scienza possa proporre per interpretare un certo ambito naturale. E spesso porta con sé anche una quantità di applicazioni tecnologiche che la giustificano almeno sul piano pratico.

Un esempio che può essere familiare a tanti è quello della teoria dell’elettromagnetismo di Maxwell. Basata su decenni di esperimenti, tra cui bisogna citare la sterminata letteratura prodotta da Faraday nel corso della prima parte dell’Ottocento, questa teoria vide la luce negli anni sessanta dell’Ottocento, come costruzione matematizzata e unificata in grado di spiegare tutto ciò che era noto riguardo l’elettricità e il magnetismo. Una previsione che emergeva da tale teoria era l’esistenza di onde elettromagnetiche, “oggetti” fisici mai fino ad allora evidenziati, e che solo negli anni ottanta dello stesso secolo vennero effettivamente scoperte e prodotte in laboratorio da Heinrich Hertz. Era una teoria elegante, unificante, in grado di proporre previsioni poi effettivamente verificate. Era una teoria completa? No. Ci volle il contributo di Einstein (di cui parlavo anche qui), nel 1905, per chiudere il cerchio e mostrare come effettivamente le grandezze che compaiono nelle equazioni di Maxwell sono in effetti due facce diverse di una stessa medaglia.

Si trovano su internet (immagino anche nel mondo reale, anche se probabilmente amano parlare più di altri argomenti, con la stessa protervia intellettuale di chi non capisce ma pretende di pontificare) coloro che paragonano la scienza a una religione, perché basata su assunzioni, dicono, che non hanno nulla di diverso da una fede cieca. Rilevo solo en passant che la fede religiosa non è necessariamente cieca e può tranquillamente non essere priva di razionalità. Ma soprattutto, ciò che mi interessa qui, sottolineo che questo modo di ragionare significa non aver compreso, appunto, la complessità e il rigore che il percorso che porta alla formulazione di una teoria scientifica comporta. Basterebbe leggere qualche opera classica della filosofia e della storia della scienza (un esempio: “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” di Thomas Kuhn) per rendersi conto anche del dibattito filosofico che riguarda questi argomenti. Non c’è, ad oggi, un modo più sicuro e più dibattuto, esaminato e verificato di accumulare conoscenza di quello scientifico. E la teoria scientifica, che rappresenta il fine della ricerca scientifica, è, in questo percorso di indagine, il vertice.

C’è un’espressione del linguaggio comune, che dà in qualche modo conto di questa realtà. Quando qualcuno chiede: “ma non dovrebbero stare così le cose?” e si risponde “in teoria sì”. Sottinteso: poi in pratica le cose stanno in modo diverso. Capita: capita che la “teoria” preveda qualcosa ma che poi il dato sperimentale sia differente. Capita quando si cerca di applicare una teoria a un ambito che non le compete, oppure (che è cosa molto simile) quando la teoria non è così completa, così affinata, così ben stabilita che si trovano fenomeno che la mettono in discussione. E questo non mette in crisi il concetto di teoria, non più di quanto non metta in crisi l’idea di conoscenza che vi sta dietro. Non sappiamo tutto. Anche una teoria scientifica, per quanto elegante, complessa, fondata, non può pretendere di spiegare tutto. Ma proprio i casi che mettono in luce un’inadeguatezza della teoria sono quelli che possono portare a un ampliamento, un approfondimento, una riscrittura o addirittura a un superamento della teoria stessa. Non è un limite del procedere scientifico: è un limite delle possibilità umane di conoscenza.

Perciò una teoria scientifica non è “solo una teoria”. E’, per quanto mi riguarda, uno degli strumenti concettuali più potenti, dinamici e in evoluzione che abbiamo per leggere la natura di cui facciamo parte. Ridurla a “solo una teoria” significa perdere punti di riferimento, per quanto parziali e transienti, affermare che poiché non sappiamo tutto, in realtà non sappiamo niente, lasciare il campo libero a chi vorrebbe convincere solo con il tono o il volume della voce, alla cecità dell’ignoranza.

Dieci idee scientifiche… più una (1)

Mi è stato segnalato questo post, che riporta le opinioni di alcuni scienziati sulle idee scientifiche che più di altre vengono travisate nel linguaggio comune o nel discorso dei “non iniziati”.

Lo lascio alla vostra lettura, ma aggiungo qualche chiosa, perché… perché non siamo tutti uguali, e alle stesse questioni talvolta io avrei risposto in modo diverso. Come diceva figaro… uno alla volta.

Dimostrazione.

Intanto, qui c’è un problema di traduzione. “Proof” in inglese è legato al verbo “to prove”, che noi tradurremmo comunemente come provare, dare prove, ma significa invece “dimostrare”, almeno in ambito scientifico; tuttavia c’è anche la parola “demonstration”, che però ha in sé più il senso dell’esibire che del dimostrare.

In ogni caso, quello che lo scienziato citato non dice è che ci sono due tipi diversi di scienza: un tipo è la scienza deduttiva (la matematica in tutte le sue forme, almeno per come si è venuta configurando negli ultimi secoli), e un altro è costituito dalle scienze sperimentali (quelle che cercano di spiegare come funzionano sezioni della natura, di descriverne le leggi e le funzioni).

Proprio il termine “dimostrazione” ha significati diversi in questi due ambiti diversi.

Nelle scienze deduttive, che partono cioè da assunti specifici e da regole logiche comunemente accettate per poi ricavare (dedurre) una serie di risultati, proprietà, caratteristiche (di oggetti idealizzati, appunto perché il punto di partenza sono assunzioni di carattere logico-linguistico), la dimostrazione è il processo logico che conduce da qualcosa di già dimostrato, o da ciò che viene assunto come base, a un nuovo elemento di conoscenza. La bontà della dimostrazione si basa sul fatto che utilizzi correttamente le conoscenze già note senza supporre arbitrariamente e surrettiziamente qualcosa di non appartenente alla cassetta degli attrezzi leciti, e sul fatto che le regole della logica (della logica scelta, non ce n’è una sola possibile) non siano violate. Se la dimostrazione viene considerata fondata (da chi? dai criticoni che la leggono e la smontano pezzo per pezzo alla ricerca di qualche baco), il risultato della dimostrazione è dato per assodato, entra a far parte del novero delle conoscenze acquisite in quel particolare argomento. Può capitare che nel corso dei secoli si scopra che c’è una falla nell’argomentazione, ma in questo caso di solito si è in grado di proporre una dimostrazione alternativa che sani il problema.

Nelle scienze sperimentali, invece, di dimostrazione raramente si può parlare, se non all’interno di una teoria matematizzata, per cui valgono all’incirca le considerazioni precedenti, salvo il fatto che in una tale teoria le basi di partenza non sono assunzioni logiche ma si basano su dati sperimentali, e che ogni risultato deve essere validato alla luce di altri dati sperimentali. L’obiettivo delle scienze sperimentali non è “dimostrare”, ma “spiegare” come funziona qualcosa, in modo sempre più dettagliato e al meglio delle nostre conoscenze. E’ il dato sperimentale che “si mostra” da sé. E per questo lo scienziato citato dice che la scienza (sperimentale) non dimostra nulla.

Quindi: dimostrami il teorema di Pitagora si può dire, e se si accettano le assunzioni di base (i postulati della geometria euclidea, la definizione di triangolo, di area, di equivalenza eccetera) e le regole della logica classica, la dimostrazione permette di affermare con certezza che in ogni triangolo rettangolo il quadrato costruito sull’ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti.

Invece: dimostrami che l’acqua evapora ha un altro significato e sarebbe meglio dire “mostrami” che l’acqua evapora, per la qual cosa basta lasciare un piattino bagnato sul tavolo per qualche ora. Oppure “spiegami” perché l’acqua evapora, il che comporta che vi sia una teoria (di cui parlerò in un prossimo post) in grado di dar ragione del fatto che l’acqua lasciata sul piattino dopo un po’ scompare. Oppure ancora e soprattutto, all’interno di una teoria, “dimostrami che l’acqua evapora” può significare: fammi vedere che questa congerie di equazioni e ipotesi tratte da dati sperimentali, che tu ha elaborato in “teoria”, cioè un tentativo di spiegazione di tante cose, è davvero all’altezza della realtà ed è in grado di spiegare quello che vediamo tutti i giorni lasciando l’acqua sul piattino: ossia, fammi vedere dove, nella tua rappresentazione del mondo, entra questo piccolo dettaglio che del mondo che cerchi di spiegare fa parte.

Questa differenza ovviamente non vuol dire che le scienze sperimentali valgano meno. E’ solo che il concetto di “dimostrazione” non ha molto senso al di fuori dell’ambito matematico: le scienze sperimentali hanno altri strumenti per accumulare conoscenza.

Ci siamo noi

Parto col segnalare un post, leggendo il quale se qualcuno mi avesse visto, mi avrebbe preso per pazzo per quanto ho annuito e sorriso, dando ragione mille volte nel giro di molte meno parole a Gabriele che l’ha scritto.

Stamattina l’ultimo collegio docenti dell’anno scolastico. Al termine, una rappresentazione. Il gruppo teatrale della scuola, seguito da Giovanna Bertani, un’ex collega per cui ho imparato ad avere una stima sterminata e con cui ho avuto il privilegio di collaborare qualche anno fa nel consiglio di classe di una Prima E, e dalla grande Franca Tragni, ha realizzato uno spettacolo sul tema dell’inganno. Credo le Trachinie, poi la Mandragola e il Rigoletto. Ecco, oggi una parte del gruppo ci ha proposto il segmento machiavelliano.

Tra i ragazzi, Sofia, Mattia, Isotta, Tito: miei alunni.

Ed era evidente quanto abbiano lavorato per memorizzare il testo nell’italiano del Cinquecento, ma anche quanto si siano divertiti, quanto sapessero esattamente quel che stavano dicendo e facendo, e quali trovate non potessero essere che farina del loro sacco.

E noi docenti abbiamo riso, ci siamo lasciati divertire, nonostante il collegio docenti appena terminato, nonostante il caldo, le mille cose ancora da fare.

E io un po’ mi sono commosso, lo ammetto. Quella mezza commozione da un solo occhio che ormai ho imparato a conoscere, travestita da congiuntivite allergica, ma col cuore in gola.

Perché è vero, non ci sono più i ragazzi di una volta. Ci sono questi, e sono sempre capaci di leggere un classico, e sono sempre capaci di divertirsi facendolo, sono sempre capaci di rappresentarlo. Sono sempre capaci di raccogliere la loro eredità.

E, forse, non ci sono più nemmeno gli insegnanti di una volta. Ci siamo noi. Che qualche volta, quando sappiamo scommettere le scommesse giuste, vinciamo insieme ai nostri alunni.

Letture primaverili 2014 (2)

Dopo i tre non troppo convincenti del post scorso, uno solo questa volta, ma di cui sono molto contento.

A game of thrones, di G.R.R. Martin. Finalmente un fantasy che mi ha tenuto avvinto e mi ha spinto alla lettura del seguito. Mi sono piaciuti i personaggi, specialmente quelli attraverso la cui narrazione la storia di volta in volta si dipana: ricchi, ben caratterizzati sia come storia precedente che come personalità, interessanti. Appassionante la trama, o meglio, le trame, che si intrecciano con una complessità che è comunque ben gestita in un’ottica che evidentemente va al di là del pur corposo primo volume. Intelligente l’integrazione di un mondo in cui il soprannaturale sta sullo sfondo, e di un mondo magico, arcano, spesso spaventoso, appartenente a un passato che però di quando in quando si manifesta in modo potenzialmente determinante. Nonostante vi sia una chiara distinzione tra personaggi a cui l’autore assegna valori con cui facilmente il lettore si immedesima, e personaggi antagonisti, ho trovato comunque piacevole il poter seguire, o almeno tentare di seguire le motivazioni che guidano le azioni di tutti quanti e che, in ogni caso, sono almeno in parte comprensibili se non condivisibili. In più è anche scritto bene (l’ho letto in lingua originale), con una  prosa che ho trovato pregevole e ricca, senza eccedere nel lezioso. L’aspetto che di solito fa la differenza, per me, tra un fantasy a cui mi affeziono e uno che rapidamente mi stanca sta nel dettaglio con cui il mondo fantastico viene presentato: in questo caso, Martin è molto abile nel narrare dal punto di vista dei personaggi, il che gli consente di mostrare il mondo fantastico attraverso gli occhi di coloro che lo abitano e lo conoscono, evitando quindi i terribili momenti di spiegazione al lettore e coinvolgendo quest’ultimo, invece, in un percorso di scoperta che ho trovato molto ben congegnato. Insomma, visto che sono già usciti altri quattro volumi della saga e ne sono previsti altri due, direi che se tutto procede con la stessa qualità, sentirete parlare ancora del mondo di Westeros. Tra l’altro, ho anche già visto la prima serie dello sceneggiato televisivo HBO basato sullo stesso romanzo, e anche questo mi ha positivamente impressionato, sia per la fedeltà al testo (a parte qualche concessione all’osé che nel libro mi è parso molto meno pressante), sia per la fattura della resa televisiva. Quindi, buona lettura o visione, a seconda delle preferenze.

 

Scuole accessibili

Quando abbiamo iniziato a stendere il programma elettorale di Fornovo Insieme, la mia attenzione si è focalizzata subito sulle problematiche relative alla scuola. Parlando anche con amministratori attuali e del passato, alcune idee di fondo mi sono sembrate oggi irrinunciabili.

La scuola in senso lato, a partire dal nido d’infanzia fino alla scuola secondaria, è esperienza fondamentale, la più importante e determinante che la comunità, a partire da quella locale fino al livello internazionale, offre e richiede sia offerta a tutti, bambini e bambine, ragazze e ragazzi.

Il problema dell’accesso al sistema scolastico è un problema di equità sociale, di discriminazione, di pari opportunità; si colloca nel piano dei diritti e in quello dei doveri.

Il problema dell’accesso al sistema scolastico riguarda prima di tutto quella che, strettamente parlando, non è considerata “scuola dell’obbligo”, e quindi non è adeguatamente tutelata a livello normativo: il nido d’infanzia e la scuola dell’infanzia. Non è “dell’obbligo”, ma è da una parte un’esperienza molto importante per i bambini, per la loro prima socializzazione, per l’acquisizione di abilità di gioco, di apprendimento, di comunicazione; e dall’altra spesso è “dell’obbligo” per le famiglie per cui la cura dei bambini risulta sempre più difficilmente compatibile con le esigenze di un mercato del lavoro in stallo e in difetto di flessibilità per i genitori meno protetti. In quest’ottica, occuparsi dell’accesso al sistema scolastico significa adoperarsi per la riduzione delle liste d’attesa, prendendo in considerazione tutte le risorse del territorio, statali e parificate, ma anche studiare forme di tariffazione e di riscossione che siano eque, sostenibili, flessibili e frequenti, perché mandare i figli a scuola non sia un onere insostenibile.

Il problema dell’accesso al sistema scolastico riguarda anche la scuola primaria, laddove le risorse destinate a formulazioni estese di tempo-scuola sono insufficienti a coprire le richieste. Occuparsi dell’accesso al sistema scolastico può significare, in questo caso, studiare modalità di integrazione del tempo-scuola offerto dalle scuole del territorio per mezzo di servizi aggiuntivi che siano però armonizzate e in continuità con l’attività scolastica strettamente intesa.

Il problema dell’accesso al sistema scolastico colpisce anche la scuola secondaria, in particolar modo nella forma della dispersione scolastica. Occuparsene significa studiare insieme alle scuole strategie comuni per fare in modo che nessuno dei ragazzi si perda per strada. Anche se questo, apparentemente, è un problema tipicamente scolastico, la sua rilevanza per il territorio è notevole: ogni ragazzo che abbandona il proprio percorso scolastico non fa solo male a se stesso, ma impoverisce la comunità, e contribuisce all’acuirsi di un (probabilmente già presente) disagio personale e sociale  che la collettività dovrà poi affrontare. E’ allora importante che tutti gli attori istituzionali possano confrontarsi e lavorare insieme in unità d’intenti.

Il problema dell’accesso al sistema scolastico attraversa tutti i livelli di scuola per quanto concerne l’integrazione delle diversità, in modo particolare delle diverse abilità e delle diversità culturali, etniche, di provenienza. E’ compito della comunità e della sua amministrazione fornire un supporto alla scuola, al suo personale, in tutte le modalità che possono essere studiate e condivise, affinché da una parte nessuno sia escluso o discriminato in qualunque fase del percorso scolastico, ma tutti siano messi in condizione di affrontarlo al meglio, e dall’altra che la ricchezza che la vita scolastica acquista nel momento in cui è in grado di accogliere il diverso in tutte le sue forme, non sia pagata nemmeno con la sola percezione di un impoverimento qualitativo del percorso scolastico stesso.

In alcuni casi occuparsi dell’accessibilità delle scuole significa anche occuparsi di edifici o mezzi di trasporto. Ma il tema è quello dell’accesso, non dell’edilizia o dei servizi: al centro c’è la persona, non le strutture. Solo ricordando qual è il fine, consentire a tutti i nostri bambini e ragazzi di vivere un’esperienza scolastica piena, significativa e di qualità, si può mettere in opera la creatività per trovare soluzioni diverse, i mezzi per raggiungere il fine. Confondere fini e mezzi, in questo come probabilmente in tanti altri campi, significa rischiare di sbagliare mira, proporre progetti fuori bersaglio e dimenticare i dettagli che fanno, spesso, la differenza.

Perché puntare sul protagonismo dei bambini e dei ragazzi

Perché ci sono, e non è scontato che ci siano; ed essendoci hanno il diritto e il dovere di contribuire a rendere migliore il mondo in cui vivono: non sono i “futuri cittadini”, cittadini li sono già oggi.

Perché hanno voglia di fare, conoscere, partecipare: affinché noi adulti li deludiamo qualche volta di meno.

Perché le idee le hanno, siamo noi adulti che non sappiamo decifrarle e renderle praticabili: per loro formulare idee e per noi capirle sono due esercizi fondamentali che costruiscono la comunità attraverso la coesione generazionale.

Perché hanno avuto meno tempo per formarsi pregiudizi e possono ricordarci cosa vuol dire esserne liberi.

Perché per imparare non c’è modo migliore del fare, dello sporcarsi le mani.

Perché hanno il maggior interesse nell’evitare scelte miopi e nel praticare quelle lungimiranti, già oggi.

Perché noi adulti siamo quasi tutti genitori, zii, nonni, fratelli o sorelle maggiori, e siamo stati tutti bambini e ragazzi: sappiamo benissimo che quando i bambini e i ragazzi si trovano a loro agio, tutta la comunità vive più serena, mentre quando i bambini e i ragazzi vivono situazioni di tensione, di pericolo, di difficoltà, è la comunità tutta a sentirle su di sé.

Perché non votano.

Perché impareranno, crescendo, che le orecchie non smettono mai di crescere; perché imparino anche che non si tratta solo di una curiosità anatomica.

Perché cresceranno, se ne andranno: per dar loro motivo di tornare.

Il protagonismo dei ragazzi non è una novità. Io ne sento parlare da almeno trent’anni. Ma nell’azione concreta delle nostre comunità locali, troppo poche sono le amministrazioni che hanno voglia di prendere i bambini e i ragazzi a misura delle loro iniziative.

Penso valga la pena provarci. E’ forse la ragione più importante che mi ha spinto ad accettare un impegno con Fornovo Insieme.

Chi sa fare e non può

Era il 2004. Parlavo con Sofia, collega insegnante. Mi diceva: “e che dovevo fare? dopo il dottorato in fisica sono andata avanti in Italia e all’estero a forza di assegni di ricerca. A un certo punto ho provato il concorso per l’insegnamento, l’ho vinto, e mi si è posta la scelta tra un posto a tempo indeterminato nella scuola e una vita da precaria nell’università. Io che volevo metter su famiglia ho dovuto scegliere la prima”.

Una sconfitta doppia per il Paese. Primo, perché ha perso una valida ricercatrice, senza darle la possibilità di farla vivere di quello che faceva più volentieri, per cui era formata e in cui stava producendo risultati importanti. Secondo, perché ha perso una valida ricercatrice dopo aver investito abbondantemente nella sua formazione. Un po’ come un contadino che si compra l’Alfa nuova, la usa tre mesi in strada e poi decide di destinarla ad andare nei campi.

Dieci anni dopo, 2014. M, brillante ricercatore tedesco, H-index 18, non trovando offerte stabili e soddisfacenti presso università tedesche, avendo già una famiglia che si aspetta da lui un sostegno economico e alle spalle anni di lavoro in università e istituti di ricerca internazionali e nazionali, decide di accettare una posizione come insegnante di scuola superiore.

Qualche volta ho sentito pronunciare la massima (di filosofia da quattro soldi) “chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”. Questi due sono esempi in cui ad insegnare è finito qualcuno che saprebbe benissimo fare, ma non può.

Sono certo che M. diventerà un ottimo insegnante, esattamente come Sofia.

Ringrazio entrambi, e tanti altri come loro, perché il loro contributo, in Italia, in Europa, dappertutto, nonostante l’ovvio scoraggiamento iniziale, eleva il livello della classe docente. E perché, in qualche modo, la loro scelta di insegnare mostra che non hanno gettato la spugna, hanno solo fatto un passo indietro. Si sono resi conto che il problema è più ampio, più generale: se il sistema non è pronto a sostenere la ricerca, l’unica soluzione è formare una generazione che sceglierà di farlo.

Letture primaverili 2014 (1)

L’ultimo post della serie “letture stagionali” è stato, se non ricordo male, questo. Non è proprio che abbia saltato tutto l’inverno. Diciamo che dovendo scrivere la tesi, il grosso è andato in articoli scientifici e robe varie di cui non tengo particolarmente a darvi conto.

Ma insomma, nemmeno di questi di cui parlo qui ho effettivamente molto di cui essere contento.

La ragazza di fuoco e Il canto della rivolta, di Suzanne Collins. Li metto insieme perché si tratta del secondo e del terzo capitolo della trilogia di Hunger Games. Il primo me lo sono perso in libro, ma ho visto il film, che non mi è dispiaciuto. Trama abbastanza avvincente, anche se ci sono diverse incoerenze. Mi pare vincente l’intuizione, presentata nella prima parte, dei giochi in cui i tributi umani di ogni distretto si combattono all’ultimo uomo (o donna, in realtà). Il secondo e il terzo libro mi sembrano meno originali, molto centrati sull’incapacità da parte della protagonista di scegliere tra due uomini che solo nell’ultima parte mostrano qualche segno di evoluzione, mentre la trama sviluppa sostanzialmente due variazioni sul tema degli Hunger Games del primo. Il finale presenta il classico, prevedibile, colpo di scena. In definitiva sono contento di averli letti in quanto sono tra i romanzi preferiti dei miei alunni. Per il resto…

L’anello di Caronte, di Roger McBride Allen. Questo invece è il primo capitolo di una ancora incompleta trilogia della “Caccia alla Terra”. Fantascienza. Non so perché mi ostini a impormi la fantascienza. Comunque, questo l’avrei riposto dopo venti pagine ma l’ilarità che mi causava leggerne qualche pagina al giorno ha avuto la meglio, e sono riuscito, non senza saltarne ampi stralci, ad arrivare, tra ampie risate, alla fine. Basta così: se qualcuno conosce l’autore, gli dica di non andare avanti nella trilogia solo per me, grazie.

Quattro gocce d’acqua piovana, di Piero Colaprico e Pietro Valpreda. Questo no, dai, questo lo consiglio. Un bel giallo italiano in retrospettiva, con Pietro Binda che riapre un vecchio caso e alcune ferite personali che l’avevano accompagnato. Sobrio con una certa eleganza, piacevole, anche se dolente a tratti.

Ora sto leggendo un tomo notevole, che mi sta avvincendo, ma i tempi che riesco a dedicare alla lettura non sono amplissimi. Quindi spero, ma non sono certo, di riuscire a produrre un altro post primaverile. Pazienza… se non primavera, sarà estate.

Venticinque aprile e venticinque maggio

Il 25 aprile è il giorno in cui festeggiamo la liberazione del nostro Paese dall’occupazione nazista, delle nostre città dalla dittatura fascista, la fine di una tragedia, la guerra, che ha toccato ogni famiglia, ogni persona di diverse generazioni.

E’ la festa dei Partigiani: uomini e donne di diversa estrazione culturale e sociale, comunisti, cattolici, liberali, ricchi, poveri, cittadini e contadini, letterati e analfabeti, che decisero di mettere a repentaglio le loro vite e il benessere delle proprie famiglie per contribuire a sovvertire un regime dittatoriale, per opporsi a nemici spietati, alcuni dei quali erano stati amici fino a poco tempo prima.

Perché credevano nella democrazia e nella libertà. Per dare ai loro figli, ai loro nipoti un futuro di democrazia e di libertà.

Il 25 maggio, quest’anno, sarà un momento di celebrazione di questa stessa democrazia, di questa stessa libertà.

Non importa se ci piace o non ci piace l’Europa dei tecnocrati, la signora Merkel, Tsipras o Schultz. Il Parlamento che andremo a eleggere il 25 maggio è la risposta al 25 aprile. Non più un’Europa disintegrata, rasa al suolo, a lutto in ogni famiglia per la guerra, ma un’Europa che si siede in cerchio e decide del proprio futuro, insieme. Seguendo le regole della democrazia, non delle armi. Certo, una democrazia imperfetta, una libertà non totale. Ma prima di guardare avanti, guardiamo indietro e ricordiamo da dove veniamo. E allora recupereremo anche lo slancio per eleggere rappresentanti che portino avanti lo spirito delle origini di questa costruzione di pace, lo spirito di Schuman, Adenauer, De Gasperi, Spinelli, Monnet: nemici, secondo le logiche della guerra, iniziatori di un percorso di integrazione che ci conduce fino ad oggi.

Ma il 25 maggio sarà anche il giorno in cui, più in piccolo, in tante città si deciderà chi amministrerà il bene comune per i prossimi cinque anni.

Amministrare il bene comune: si tratta di questo, e non è un gioco sporco. E’ il frutto di ciò che celebriamo oggi.

Mi è stato chiesto di impegnarmi in una lista, nel mio paese.

Ho detto di sì.

Con lo spirito di chi non si accontenta di criticare da fuori. Di chi vuole mostrare che ancora ha un senso impegnarsi per migliorare le cose per tutti, sacrificare il proprio tempo libero, le proprie aspirazioni individuali, persino quelle famigliari, per il bene della comunità a cui appartiene.

E’ una lista civica, Fornovo insieme, che vuole aggregare un consenso ampio su alcune idee, non su posizioni ideologiche. Ma è una lista a cui hanno aderito alcuni partiti, il Partito Democratico, Rifondazione Comunista, Sinistra Ecologia e Libertà e altri gruppi politici presenti sul territorio (da ultimo, Fare per fermare il declino), che mettono a disposizione il loro patrimonio migliore di persone, di energie, di esperienze.

Mi sono sentito onorato della richiesta, come mi sento onorato di figurare in una lista in cui compaiono nomi di giovani personalità, onorato per le loro qualità umane, professionali, ideali.

E’ una lista che si stringe intorno a un candidato sindaco, Andrea Belli, che con la sua generosità e le sue capacità è stato capace di costruire intorno a sé un consenso convinto e convincente.

Il 25 maggio è anche il compleanno del mio primogenito: 6 anni. Ho pensato che un bel regalo per lui, per l’altro (che li compie poco dopo) e per tutte le bambine e i bambini di Fornovo, sarà un paese che prova a tornare a vivere. Sarà un’amministrazione che cercherà di guardare al paese dal loro punto di vista, dalla loro altezza. Che non li considererà figli di, nipoti di, o come futuri cittadini, ma che li chiamerà per nome come cittadini oggi, capaci di dire la loro, di partecipare, di progettare, di vivere il paese, nella consapevolezza che se loro sono in grado di abitare da cittadini nel loro paese, con doveri e diritti, idee e richieste, tutti gli altri cittadini, di ogni fascia d’età e condizione, si troveranno a loro agio.

E allora inizio questa campagna elettorale, in compagnia di persone che conosco da poco o da più tempo, ma che ho imparato rapidamente a stimare. E la inizio il 25 aprile: un mese per prepararmi all’appuntamento con la democrazia e con la libertà.

E a festeggiare, visto che vinceremo!