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Inglese e italiano

Sono incappato su Facebook in un gruppo che voleva suscitare un’ondata di indignazione nei confronti della decisione del Politecnico di Milano di utilizzare solo la lingua inglese per le lezioni a partire dal 2014.

Ammesso che loro e io abbiamo compreso esattamente in cosa consisterà la svolta dell’ateneo milanese, io francamente mi trovo perplesso. Da una parte, di fronte a questa decisione (che estremizza comunque un andamento già in atto nelle scuole superiori, dove si stanno attivando progetti di insegnamento di alcune materie del curricolo usando una lingua veicolare diversa dall’italiano); dall’altra, di fronte alla presa di posizione degli “italianisti”.

La scelta potrebbe essere motivata:

  1. dall’apertura a studenti stranieri; nel qual caso, bisognerebbe vedere l’effettiva consistenza della delegazione straniera, capire se tutti i corsi sono seguiti da studenti stranieri; capire se gli insegnamenti in inglese effettivamente fungono da attrattore per una maggior quantità di studenti stranieri;
  2. dall’obiettivo di offrire agli studenti opportunità di miglioramento linguistico a costo zero, approfittando del fatto che i docenti di un Politecnico normalmente l’inglese lo masticano piuttosto bene; ma gli studenti le opportunità le hanno già, per quel che serve, visto che la maggior parte dei testi sono comunque in lingua inglese, i corsi a pagamento comunque vengono offerti e inoltre un percorso universitario decente in ambito tecnico-scientifico, oggigiorno, difficilmente fa a meno di un soggiorno più o meno prolungato all’estero, a base di inglese;
  3. per uniformarsi a ciò che avviene nelle università di alcuni Paesi europei, per qualche motivo considerati più meritevoli d’essere presi ad esempio rispetto a quegli altri Paesi europei in cui non si sognano nemmeno di abbandonare la lingua nazionale a favore di un idioma straniero; è vero che se non si inizia da qualche parte non si fa mai niente, ma non mi pare che un insegnamento in un buon inglese rispetto a un italiano almeno altrettanto buono possa fare quella differenza sostanziale necessaria a far recuperare posizioni ai nostri atenei nelle classifiche internazionali;
  4. per rendere appetibili le docenze anche a ricercatori e professori stranieri senza costringerli ad imparare preventivamente l’italiano; ma anche qui non vedo molto il senso di una prescrizione tassativa rispetto, invece, a una possibilità eventuale.

D’altra parte le ragioni dei protestatari quali possono essere?

  1. Una ragione formale: la lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano ed è la lingua che si suppone si utilizzi nelle scuole e nelle università della Repubblica, specialmente se statali; vero, però è anche vero che l’inglese è una delle lingue ufficiali dell’Unione (come anche l’italiano, del resto); questa a me pare la motivazione più fondata giuridicamente, ma da un punto di vista pratico, c’è poco da accampare ragioni formali: l’inglese è e rimarrà ancora per qualche anno la lingua franca, specialmente nel mondo tecnico e scientifico;
  2. una ragione formativa: perché indebolire la conoscenza della lingua italiana quando invece sarebbe necessario potenziarla? mi si perdoni se generalizzo, ma chi si iscrive a un politecnico ha una conoscenza della lingua italiana ormai consolidata che difficilmente cambierà di spessore: se ottima rimarrà ottima, se scarsa rimarrà scarsa, indipendentemente da ciò che avviene nel percorso universitario, per il semplice motivo che non è quello il luogo in cui rivitalizzare un interesse scarso, rinvigorire nozioni arrugginite, migliorare stili comunicativi riguardanti la lingua italiana;
  3. una ragione di identità linguistica: in altri Paesi con tradizioni linguistiche forti, come la Francia, la Spagna, la Germania, una proposta del genere risulta impopolare o addirittura osteggiata; può anche darsi, e io in realtà non ho ben presente la situazione in Spagna, mentre in Francia risulta difficile scoprirla perché il francese medio prima di parlarti in una lingua straniera tenta con tutti i dialetti francesi che conosce, però certamente in Germania l’inglese lo sanno anche i sassi, ed è per questo che un’imposizione del genere semplicemente non ha senso; in Italia una ragione in più per imparare l’inglese potrebbe davvero essere utile;
  4. una ragione di orgoglio nazionale: lo studente straniero che decide di venire in Italia a studiare è bene che impari l’italiano; infatti abbiamo proprio bisogno di lasciarci isolare nell’incomunicabilità della nostra lingua, come se, oggi, gli stranieri facessero la fila per venire a studiare nelle nostre scuole o università, come se potessimo permetterci il lusso di chiuderci al resto dell’Europa e del mondo, scimmiottando a sproposito uno sciovinismo transalpino che, tradotto in cis, ha un gusto solo comico.

Io non saprei da che parte propendere. Mi paiono entrambe due posizioni di scarso buonsenso. Ma il buonsenso, mi pare di averlo già annotato, non mi pare merce particolarmente abbondante sul mercato, di questi tempi.

Qualcuno ha qualche peso da mettere su uno dei due piatti della bilancia? Si faccia avanti!