La settimana scorsa ho trovato un sacchetto di cappelletti* nel congelatore, superstiti da Natale; così ho comprato il necessario, domenica ho fatto il brodo e li abbiamo archiviati. Buoni, erano della nonna.
Durante il pranzo, mia moglie mi ha chiesto se so quanto costano in negozio.
Immagino tanto, visto il lavoro che è necessario per prepararli, ma in realtà non ne ho idea.
E così mi sono accorto del fatto che per me i cappelletti sono un prodotto estremamente stagionale. Mi piacciono molto, e non smetterei di mangiarli. Ma non li ho mai comprati, né li comprerei mai. Se non in caso di necessità, e in quel caso solo a Natale, Capodanno, Pasqua.
A Natale e Capodanno, e poi a Pasqua. Quando i miei li facevano in casa (e mia mamma continua a farli). In ogni altro momento dell’anno, nonostante siano buonissimi, semplicemente non esistono per me. Ci passo davanti al supermercato, sotto casa di mia mamma c’è persino un negozio che li vende; ma non li vedo.
Esistono a Natale, a Capodanno e poi a Pasqua. Non è una scelta cosciente: è semplicemente che in ogni altro momento dell’anno li avverto come “fuori posto”, come vedere le fragole sui banconi del supermercato a novembre. Capita talvolta di trovarli in menu anche al ristorante o in trattoria, ma non credo di averli mai scelti, proprio per questo stesso motivo.
Non vorrei dare l’impressione di farne una questione di tradizione, di difesa di chissà cosa. Credo però che questo mio rifiuto istintivo di considerare i cappelletti al di fuori dei tempi della tradizione mi consenta poi di gustarli come un sapore specifico, speciale, unico, nei momenti in cui invece la mia tradizione familiare mi porta a desiderarli, a cercarli, a prepararli (l’anno scorso è stata la mia prima volta: niente male), a consumarli.
Lo avverto, pensandoci ora, come un preservare le atmosfere, i caratteri, le emozioni di certi momenti dall’inflazione delle esperienze.
Considerazioni nutrizionali a parte, forse lo stesso lo si potrebbe dire delle fragole, o meglio di tutti quei prodotti stagionali di cui ormai si ha disponibilità trecentosessantacinque giorni all’anno, ma che la nostra natura localmente fa solo in certi momenti.
Sempre riguardo al Natale, ricordo mio padre che strizzava le bucce dei primi mandarini (mandarini, quelli schiacciati ai poli, con milioni di semi ma con un gusto infinitamente più ricco delle odierne clementine) della stagione davanti all’immancabile candela, per diffondere gli oli essenziali e profumare la festa. Natale era così.
Perché non tornare a farlo così? Perché non rifiutare, almeno in quei piccoli ma aspetti che restituiscono un significato, la logica delle fragole a novembre?
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* I cappelletti, anolén in dialetto, sono piccoli ravioli di forma circolare e dai bordi lisci, fatti di pasta all’uovo e con un ripieno a base prevalentemente di uova, parmigiano e pangrattato, in alcune versioni anche lo stracotto macinato è incluso nel ripieno. In alcune zone della provincia vengono preparati asciutti con vari sughi (disagio, profondo disagio), ma la loro destinazione prevalente è quella di “galleggianti da brodo”.