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Una questione d’abito

L’abitudine è tanta che poi, ogni tanto e sempre più raramente, quando arriva una domanda o incrocio uno sguardo scettico o sarcastico, mi chiedo sempre cosa c’è che non va, se ho qualche macchia o se la fretta mi ha giocato qualche tiro.

Oggi è stata una collega di un amico, lei è insegnante, l’ho incontrata in metropolitana. Vedendomi forse a disagio all’ora di punta e in mezzo alla folla, mi ha chiesto se non mi viene mai voglia di poter cambiare vestito, di sentire la libertà nell’abbigliamento.

Avrei dovuto spiegarle meglio, e invece ho sorriso e ho detto: “non ne hai idea”.

Avrei dovuto dirle che l’abito che vesto è un segno delle mie scelte, non solo di un mondo che, chissà perché, dovrebbe costringermi. Come mi abbiglio è prima di tutto un segno di ciò che voglio, dello stile di vita che fa per me, dei valori che intendo vivere con coerenza. Certo, ci sono dei momenti in cui questo mi pesa, soprattutto per motivi pratici: ma mi basta ricordare il perché e subito da sopportare torno a portare.

Un’altra volta, mi è andata peggio, passando davanti a quattro scioperati seduti sui gradini di una piazza, a Roma. Ho sentito di dover giustificare il mio abbigliamento, e ho detto: perché sì, perché non faccio niente di male, perché questo è un paese libero e se qualcuno può andare in giro con buchi esposti alla vista di tutti in posti al limite della decenza, credo che il mio modo di coprirmi non abbia nulla di riprovevole.

Certo, poi quando sono a casa, mi butto addosso altre cose. Cerco quella freschezza, quella “libertà” a cui quando esco ho liberamente scelto di rinunciare. Mi pare che la libertà di vestirmi come mi pare sia un piccolo prezzo di fronte a quella di dare alla mia vita la direzione che voglio.

E allora la prossima volta che vedete un giovane dirigente in doppiopetto grigio in metropolitana a luglio, non fate domande imbarazzanti: se ci pensate su un po’, ci arrivate anche da soli.

Weekly Photo Challenge: Dreaming

Otranto, luglio 2006.

Sogno d’entrare ancora per la Porta,

camminare in salita verso il Duomo,

pietre bianche e calde sotto un cielo blu,

cercarti nei vicoli tutt’intorno.

Sogno di aspettarti all’uscita di quel

negozio di pellicole e regali,

di quella gelateria sul mare

ove spesso ci facesti attendere.

Sogno il tuo camminare lento e stanco,

il tuo riposo alle note del canto,

la tua gioia nel passar tempo con me.

Un sogno, un ricordo di sei anni fa,

desiderio nella città d’Oriente,

ma è nel tramonto che ti rivedrò.

Noir a Barcellona part 2

Prima di tutto, ho finito il romanzo della Gimènez-Bartlett: non compaio. Nemmeno sotto falso nome, sottolineo. E’ un giallo perbene, l’assassino è il maggiordomo (ovviamente no: ma non penserete che mi metta a svelare la trama, vero?), e tutto è bene quel che finisce bene.

Detto questo, ho comunque capito che nel mio piccolo noir personale a Barcellona, la mia parte è quello della quasi-vittima. Probabilmente è per questo che la Bartlett non mi ha menzionato: la quasi-vittima non fa storia.

Quasi vittima di: errore di genere, shock termico, indigestione, lettura di segnaletica orizzontale, affumicamento, incidente domestico.

Mi è stato riferito che al Palau Reial oggi c’erano le modelle che sfilavano. Di fronte, in un palau molto meno reial, di mattoni rossi e stile neoclassico, c’era il sottoscritto che ha passato otto ore di fronte a uno schermo di computer in cui si alternavano lato A e lato B di un bellissimo modello di proteina.  Anche il lato C e il lato D e via dicendo: le proteine sono fatte un po’ così. Capirete che quando mi sono reso conto di quel che ho perso e quel che ho avuto, posso ritenermi fortunato per aver accusato solo un accenno di sincope psicosomatica.

Nella torretta di detto palazzo, poi, vige un regime di aria condizionata piuttosto rigido, soprattutto per preservare la salute dei preziosissimi processori quivi impegnati. Il risultato, per quanto riguarda me, già abbastanza allergico all’aria condizionata nostrana, è un fastidioso dolorino alla spalla sinistra. Sì, sono mancino, grazie.

Stasera, dopo essermi addormentato intorno alle 19 nella mia stanza, sono uscito per vedere le fontane magiche a Montjuic. Scendo dalla metropolitana e subito mi perdo tra le sei possibili emersioni dal sottosuolo. L’appuntamento è alle 21.30, sono le 21.10 ed è già tanto se sono riuscito a far la doccia: il sonno ha avuto la meglio, e va bene così. Si noti che a pranzo mi ero promesso, e avevo mantenuto la promessa, di stare leggero. All’uscita della metropolitana avrei potuto addentare una coscia di qualche viaggiatrice scesa con me. Mi dico: un fast food? Un fast food. E ne trovo alla fine uno che si chiama: Qué Pasta! Penso: se in un bar italiano si trovano le monoporzioni al microonde, sarà poi meglio un piatto di pasta cucinato seduta stante, no? E infatti, dopo cinque minuti mi trovo con in mano un pacchetto di cartoncino contenente tre etti buoni di fusilloni al pomodoro e parmigiano. Buonissimi. La quantità, tuttavia, e lo stato dello stomaco non erano ottimali: mi sono trovato un poco appesantito.

E allora inizia un percorso di attraversamenti semaforici per arrivare al punto diametralmente opposto rispetto al braciere ardente che contrassegna il centro della Plaça d’Espanya. Al primo attraversamento m’arresto di colpo per leggere una scritta che mi trovo davanti ai piedi. Ci metto un po’ a decifrare il catalano, ma, complice una vaga memoria di una simile iscrizione già vista in occasione della mia precedente visita, capisco che c’è scritto che a Barcellona una vittima della strada su tre è un pedone. E intanto che leggo, mi chiedo perché devo essere proprio io quello e non uno degli altri due, mentre un ciclista che stava cercando di attraversarmi insieme con la strada mi schiva all’ultimo secondo.

Mentre guardiamo lo spettacolo delle fontane illuminate, meravigliose, a qualcuno salta in mente la brillante idea di gettare un mozzicone ben acceso in un cestino ben pieno di carta. Ne segue un effetto zampirone dei migliori, che ha come lato positivo la scomparsa definitiva delle già assenti zanzare, e come effetto negativo un retrogusto di speck che mi porto nei capelli anche ora.

E infine, credo di aver evitato all’ultimo una serie di incidenti domestici. Il gadget dell’estate, qui, è un simpatico oggetto che viene scagliato verticalmente ad altezze impressionanti da una sorta di fionda e poi scende più lentamente grazie all’elica che si apre e gli imprime un moto rotatorio che il led blu di cui il coso è dotato sottolinea nel cielo notturno. Bellino, interessante anche da un punto di vista fisico. Lo prendo per i miei piccoli. Sto per avviarmi, ma un’immagine mi coglie: questo arnese proiettato orizzontalmente tra sala da pranzo e cucina, a cinque centimetri dal mio volto terrorizzato, un millisecondo per decidere da che parte scansarmi. No, meglio le magliette.

Ecco, questi gli avvenimenti salienti della giornata, e tutti i modi in cui ho rischiato di diventare, oggi, trama di un romanzo poliziesco. Ma per fortuna c’è ancora domani: se entro ventiquattr’ore non troverete un post, iniziate a indagare.

Noir a Barcellona

Ho comprato ieri un romanzo noir di una serie che esce con Repubblica. D’estate mi piace non perdere troppo tempo a scegliere, e ho visto che le selezioni di Repubblica di solito incontrano i miei gusti, quindi…

Oggi lo apro e leggo:

La prima accoglienza fu uno schiaffo di calore, umido, adesivo. La seconda non ci fu affatto. Nessuno era venuto ad aspettarmi all’aeroporto di El Prat. Nessuno era stato avvisato del mio arrivo. Questo può bastare per spiegare il deserto umano che mi trovai di fronte. Eppure, contro ogni logica, rimane sempre la speranza che all’arrivo una piccola delegazione agiti un cartello col tuo nome e si lanci ad abbracciarti in segno di amicizia.

Bisogna che contestualizzi, altrimenti non si capisce che c’è di particolare in queste righe di Alicia Giménez-Bartlett.

Quando ho estratto il libro dal bagaglio a mano e ho scoperto questo incipit, mi trovavo seduto al gate 18 di Linate, in attesa di imbarcarmi per Barcellona. El Prat, per l’appunto.

Viaggio di lavoro, da solo. All’aeroporto ad attendermi: nessuno. Temperatura attesa: da schiaffo di calore.

Avevo già letto un romanzo della stessa scrittrice e ricordavo che la sua Petra Delicado opera nella capitale catalana. Oltretutto, in copertina campeggia una stilizzata ma riconoscibilissima facciata della Sagrada Familia.

E però, cari miei, mi sono trovato a disagio. Non è che sono finito in un noir, a mia insaputa? Ve lo saprò dire nei prossimi giorni.

Per ora ho resistito e non ho commesso una strage. Nel piccolissimo (altro che “nuovissimo”, come vantava il comandante) aereo, mi sono trovato circondato da una comitiva di buzzurri diciottenni siculi. Cinque, sei, non so, sembravano cento. Hanno iniziato al decollo a gridare “suca” a destra e a manca, a mimare conati di vomito sempre più convincenti e sintomo di malanni terribili e non certo di un ordinario mal d’aria, a picchiarsi amichevolmente e violentemente. Nell’imbarazzo diffuso dei passeggeri delle cinque o sei file avanti e dietro di loro, specialmente di quelli di lingua italiana.

Ma perché, mi domando, perché l’adolescente italiano maschio in gruppo di pari si produce, da sobrio, immancabilmente in comportamenti che potrebbero trovare analogo solo in un appartenente a gruppi analoghi inglesi o olandesi, ma con quantità spropositate di birra in corpo?

La strage stavo per farla non sull’aereo: il mio noir mi aveva assorbito a tal punto da farmi perdere, salvo qualche conato particolarmente prolungato, il contatto con il resto del mondo (complice anche una tappatina d’orecchi che l’aeromobile piuttosto saltellante mi ha regalato – notare che me la sono cavata con un participio presente, perché le comunicazioni interfono dell’equipaggio mi hanno completamente stordito circa il genere del sostantivo “aeromobile”). No, stavo davvero per lasciar partire i cavalli al nastro dei bagagli, intorno al quale il gruppo, che speravo essersi perso negli stagni del Llobregat, si è miracolosamente materializzato per ricominciare l’esemplificazione dell’italica civiltà. Davanti al mio piccolo e morbido trolley sul nastro viaggiava una di quelle fantastiche valigie durissime e dall’aspetto estremamente pesante. Mi sono reso conto di averne in mano la maniglia, mentre il mio vicino di nastro mi guardava sorpreso, come per chiedermi: ora me la dai, o hai intenzione di scagliargliela contro? Ho chiesto scusa e gliel’ho appoggiata lì, ai suoi piedi, mortificato più perché aveva evidentemente letto la mia vera intenzione che per essermi involontariamente impossessato di un bene altrui.

Il contrappasso è stato dovermi subire i vomitanti per un altro giro del mio bagaglio, che nel frattempo se n’era passato senza dir niente.

Di altre occasioni di omicidi o robe del genere non ne ho in effetti avute, la qual cosa mi lascia ben sperare. Vediamo stasera a cena, come va. Spero di non trovarmi di fianco altri gruppi di adolescenti italiani in vacanza, però. Tutto dipende da questo.

Elogio d’una macchina

La nostra macchina per l’espresso è uno degli elettrodomestici che usiamo di più, e specialmente nei momenti salienti della giornata in casa, in cui tutta la famiglia è riunita: i pasti. Ovviamente.

Lo so che sono capaci tutti di dirlo, e anzi probabilmente ciascuno ha in casa un elettrodomestico di cui è particolarmente soddisfatto e di cui probabilmente direbbe lo stesso: ma non sto esagerando e sono sincero quando affermo che la nostra macchina del caffè è speciale.

Non è una questione di bontà del caffè che produce. Che talvolta, invece, è piuttosto deludente. E nemmeno mi riferisco al fatto che funzioni senza bisogno di manutenzione, perché di quella, ordinaria e straordinaria, c’è pur sempre bisogno anche con lei.

Il fatto è che in dieci anni d’onorato servizio ha sviluppato dei tratti caratteriali umanoidi.

Intanto riconosce il caffè. All’inizio per ogni marca di caffè riuscivamo a trovare la quantità e la pressatura giusta della polvere nel filtro per ottenere un caffè almeno almeno decente. Ora non più: ha capito quale marca le piace, e con quella fa dei caffè egregi (normalmente), ma altrimenti non c’è verso: una ciofeca.

Poi, è diventata suscettibile e rancorosa quando la si fa girare con poca acqua in pancia. Fino a qualche tempo fa, finita l’acqua durante l’erogazione del caffè, ci accorgevamo di una particolare schiumosità del prodotto e di un leggero cambiamento di tono del suono della pompa, e allora intervenivamo prontamente a riempire il serbatoio e, seduta stante, il caffè riprendeva a scendere, con il bonus della schiuma residua. Ora non più: si offende quando finisce l’acqua. Non è una questione di pescaggio dei tubicini: la loro posizione è identica. E’ proprio lei che si rifiuta. Per convincerla bisogna solleticarla col vapore, parlarle un po’, chiederle scusa. E comunque il caffè che ne esce è da buttare e bisogna rifare tutto.

Non parliamo poi di quando si sveglia: è diventata una brontolona. Ronzii, sbuffi, rumorini vari, tutto sommato né fastidiosi né preoccupanti, ma certo piccoli lamenti di chi cerca di affermare il proprio protagonismo.

E per darci un buon caffè richiede attenzione. Vuole sì il suo caffè, quello macinato 10. Ma vuole anche scaldarsi il giusto, né troppo poco né troppo; vuole che il filtro sia inserito all’ultimo (questo, in realtà, fin dall’inizio), ben pulito e con i forellini tutti liberi; che il contenuto di polvere di caffè sia una quantità precisa, pressata quanto basta. Non eravamo abituati ad averla così schizzinosa. E’ un attimo sbagliare qualcosa. Ed è qui la cosa che ci fa sospettare: se sbagliamo qualcosa perché abbiamo perso tempo a causa dei bambini, o siamo sovrappensiero perché stiamo parlando di loro, o ci hanno distratto, ecco, lei chiude un occhio. Un occhio: per modo di dire, ovviamente. E magari non eccelsa, ma non ne esce una roba imbevibile. Ma se i bambini non c’entrano… inchiostro, per colore e sapore.

Non vi sembra che sia il comportamento di una zia un po’ bisbetica con cui condividiamo i momenti più belli, tutti insieme, della giornata? Io spero che questo suo acquisire una personalità non significhi che sta invecchiando troppo. Anzi, sono curioso di vedere come si svilupperanno le sue pignolerie, le sue spigolosità, ma anche la sua generosità. Perché, va detto, quando è in forma, quando l’abbiamo trattata bene e lei ne è soddisfatta, ci regala un caffè che ripaga tutto lo sforzo che ci chiede.

Ecco: oggi le parlerò e le dirò che ho scritto di lei sul mio blog. Le leggerò queste righe nella speranza che senta in qualche modo l’affetto che abbiamo per lei. In realtà non è che glielo dimostriamo molto: ma come si fa, con un elettrodomestico, anzi, un’elettrodomestica? Non siamo attrezzati! O non dovrei leggerglielo, questo post? Secondo me, se non glielo leggo io, ci penserà comunque il mio portatile. Certo, perché io sono convinto che comunichino. Infatti, anche il mio portatile ha acquisito una personalità. Ma questa, dai, è un’altra storia.

La poltrona all’angolo

Sono una poltrona. Morbida, ma non troppo. La mia seduta è un po’ curva, così come è curvo lo schienale. Entrambi sono foderati di un bel cotone scozzese crema e oltremare. Ai bordi è cucito il resto della fodera, tesa, oltremare tinta unita, che scende fino al pavimento. Questo è tutto quello che si vede, non sporge nemmeno un piedino. Sono così, voglio essere tutta d’un pezzo e tutta foderata. E morbida.

Sotto di me un pavimento pulito e lucido. Davanti a me un corridoio che corre dritto e alto, con armadi blu e tante porte. A destra e a sinistra due altri corridoi, anche loro alti, anche loro con tante porte e diversi armadi. Potreste ben dire che sono la poltrona all’angolo.

Sono qui, al mio posto, da tempo, anni credo, anche se io non misuro il tempo: misuro, scusate l’espressione, i sedersi.

Sono fortunata: i miei sedersi sono quasi sempre morbidi. Sono quasi sempre i sedersi di una mamma. Meno spesso di un papà. Spessissimo, mamme e papà, si siedono pesanti di un bimbo, e di preoccupazione. Li sento sedersi morbidi, ma appesantiti.

Stanno aspettando. Di entrare in una di queste porte, o che ne esca il loro bimbo, o che ne esca qualcun altro con cui parlare. Aspettano seduti. Morbidi e pesanti. E inquieti.

Ho piedini piccoli, anche se non si vedono, ma sono forti. Mi servono forti, per portare tutto quel peso, per bilanciare tutto il movimento che un sedersi inquieto e pesante mi scarica addosso. E allora io mi faccio un po’ più curva, nella seduta e nello schienale, più accogliente. Chissà se il mio abbraccio viene colto da queste mamme o questi papà. Probabilmente no, ma io lo faccio lo stesso.

Non posso far altro che sperare che abbiano aspettato comodi, che nient’altro si sia aggiunto alla loro inquietudine e alla loro preoccupazione. E imparo, anch’io, cosa vuol dire essere morbida, lo imparo da quelle mamme e da quei papà, dai loro sedersi, dal loro cullare, giocare, sorridere, scherzare, quando sotto l’imbottitura, come me, hanno qualcosa di legnoso e duro, chi piccolo piccolo, chi grande grande.