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In partenza

Chiusi lo schermo del portatile e mi guardai intorno alla ricerca di oggetti da non dimenticare. Intorno a me non vidi nulla di mio. Guardai allora Pau, che era seduto dal suo lato della scrivania. Era concentrato, con le cuffie alle orecchie: ascoltava qualche gruppo folk catalano, come al solito. Mi rivolsi a lui in inglese: lo spagnolo non mi veniva. “Quando vuoi, io sono pronta”.

Pau alzò lo sguardo dalla tastiera, fece per chiedermi di ripetere, ma capì prima, guardandomi: rispose in spagnolo che aveva bisogno di un minuto per inviare un’email.

Andai per un’ultima volta alla finestra. Vidi il parcheggio dell’Istituto, il cancello pedonale con il suo traffico di studenti e docenti; appena fuori l’ingresso dell’Hotel Princesa Sofia e un piccolo tratto di marciapiedi dell’Avinguda Diagonal. Mi sfuggì un sospiro: stavo dicendo addio alla città in cui avevo trascorso gli ultimi sei mesi e di cui mi ero, un poco, innamorata.

Non volevo cedere alle emozioni. Assolutamente escluso. Chiusi gli occhi e visualizzai il volto di Giorgio. Ancora una settimana e l’avrei abbracciato di nuovo, questa volta ad Anversa. L’ultima volta era stato qui, era venuto lui, un mese prima.

Tra qui e Anversa c’era in mezzo una settimana a Roma, l’umiliante esercizio di bussare a tutte le porte della “Sapienza”, di contattare i pochi amici rimasti in giro per l’Italia. A riferire, a spiegare, a chiedere. Non ne avevo nessuna voglia. Non questa volta, basta. Dovevo solo sperare che Giorgio potesse trovare qualche contatto in Belgio, o magari un bando interessante per un post-doc per me, da qualche parte non troppo lontano.

Gli ultimi sei anni erano stati un continuo rincorrerci. Nessuno dei due voleva rinunciare alla propria carriera, alle energie, al tempo, ai soldi spesi per arrivare dov’eravamo arrivati. C’erano stati momenti in cui a turno uno dei due era stato lì lì per cedere, ma poi era arrivata una chiamata, un’email, un contatto che aveva fatto ben sperare.

Pau era pronto. Presi la mia valigia e lo seguii giù fino alla sua auto. La Corolla si infilò nel traffico, diretta all’aeroporto.

“Allora, quando torni?”, mi chiese in spagnolo.

“Se potessi, domani. Ma Anversa ha la precedenza, ora”, risposi in inglese.

“Hai deciso cosa rispondere a McReady?”, chiese di nuovo passando anche lui all’inglese.

“Gli ho già risposto, Pau. ‘No, grazie’. Come faccio? La pendolare tra la Virginia e il Belgio?”.

“E’ un peccato. Ma Giorgio non verrebbe negli Stati Uniti?”.

“Lui verrebbe in capo al mondo, se ci fosse un laboratorio dove lavorare. Alla Virginia State non c’è. Ho chiesto a Stan se conosce qualcuno nel campo di Giorgio, ho chiesto a Giorgio se conosce qualcuno in Virginia e dintorni, ma niente da fare. Guarda, ormai sia lui che io abbiamo una bella lista di pubblicazioni e le chiamate iniziano ad arrivare. Resistiamo così un po’ finché non ci arrivano due chiamate vicine”, conclusi, sperando di non dover riaprire.

“Auguri! E nel frattempo tu?”, chiese Pau mettendo la freccia.

“Io devo sistemare un po’ di cose. Ho diversi articoli ancora in ballo qui, c’è quello con te, quello con Tevez, con Heyes, quella collaborazione a Tampa, con Frankowiak, sai quello del convegno a Cracovia; poi c’è quel progetto europeo di cui ti parlavo… No, di cose da fare ne ho. E posso farle anche in Belgio. Chissà magari riesco a passare tre mesi di seguito con mio marito”, risposi sorridendo e slacciandomi la cintura.

“Se sento qualcosa, ti chiamo. Ma magari mi chiami tu per dirmi che hai trovato qualcosa per voi due  in Italia”, disse lui mentre apriva il bagagliaio.

Scoppiai a ridere per quell’uscita inattesa. “Certo, come no? Grazie Pau, di tutto! Alla prossima! Ci sentiamo…”.

Entrai nella hall, guardai lo schermo delle partenze, infine mi mossi verso il banco del check-in del mio inutile volo per l’Italia.

Capodanno (4/4)

(segue da Capodanno (3))

David non era andato a salutare gli altri, come uno che avesse intenzione di andarsene. In un angolo scuro del bar si era arrestato guardando verso la porta del salone. Là, una figura si stagliava contro la luce brillante, di spalle ma inconfondibile, appoggiata a uno stipite: Nataly. Bella come allora, con quella grazia, con quella finezza nei dettagli che lui aveva iniziato a capire solo molto tempo dopo averla lasciata: usata e lasciata, per la precisione. David sapeva che questo le aveva fatto, come a tante altre, molto più che a tante altre.

Rimase fermo nel suo punto di osservazione, cercando di memorizzare ogni dettaglio della ragazza: i suoi capelli stirati e dai riflessi di seta, la sua carnagione chiara, le sue gambe dritte e lunghe, le ampie spalle, tutto quanto. Un profumo gli tornò in mente, un profumo che aveva dimenticato, il profumo della saliva di lei sulle proprie labbra. Un senso di disagio iniziò a strisciargli dentro, dallo stomaco. Tristezza, voglia di andarsene, di tornare nell’appartamentino al campus, così lontano da tutto questo mondo, a cui non voleva più appartenere. Si disse di aver sbagliato a tornare a Trinidad. Si disse poi che aveva invece fatto bene, la sua famiglia era qua. Si trovò diviso, tra un mondo che era stato suo e che gli voltava le spalle, e un mondo che ricordava come proprio ma che era scomparso improvvisamente, crollato in quei momenti.

Alana, Shawaine e Lily arrivarono, dopo aver spedito Lee con il suo improvvisato tassista.

“Ragazzi, che tipo, Lee”, disse Lily. “Cos’ha fatto, Boysie? La batteria?”

“Credo di sì: non ci si poteva fidare, no?”, rispose Sha, un sorriso furbetto sulle labbra.

David non disse niente, ma con un gesto della testa indicò Nataly. Le tre ragazze seguirono la punta del suo naso, videro, ricordarono e compresero.

“Qualche rimpianto, piccolo?”, chiese Alana, avvicinandosi a lui e prendendolo sotto braccio.

“Qualche rimorso, probabilmente”, le rispose sua sorella, guardando però come l’espressione di David reagiva alle sue parole.

Lily si allontanò, come percependo di essere un’intrusa in un momento di un’intimità che non le riusciva interessante.

“Eh, sì, probabilmente hai ragione, Sha”, disse Alana, annuendo. “David, caro, trova la tua Claire; visto che ormai la gente non ha bisogno di noi, ci terremmo a mostrarvi qualcosa…”, concluse con fare misterioso.

David si distrasse dalla visione di Nataly e rispose confusamente che sarebbe andato a cercare Claire. Non dovette fare molta strada, perché la ragazza gli stava venendo incontro, pronta a salutare e a lasciare la festa.

“Eccoti”, disse Shawaine con leggerezza, “stavamo per venire a cercarti!”

“Sono pronta: sapete, noi visi pallidi abbiamo bisogno di sistemarci per non sfigurare di fronte alle vostre carnagioni perfette”, disse Claire scusandosi.

“Sì, proprio tu, Claire, rischi tanto di sfigurare. Volevamo mostrarvi qualcosa, Sha e io, prima che andiate via”.

“Va bene. Di che si tratta?”, chiese Claire incuriosita, mentre rivolgeva lo sguardo a turno sulle sorelle e su David, che rispose alzando le spalle ed esprimendo con un’espressione del viso il fatto di non saperne più di lei.

Sha e Lann li condussero verso le scale che salivano al piano superiore e fecero strada salendo. Arrivate sul pianerottolo, Alana si fermò dietro a una porta chiusa, che David sapeva essere quella della camera di Bob. Alana ascoltò un secondo, poi, con grande attenzione a non far rumore lentamente abbassò la maniglia d’ottone e socchiuse la porta, sbirciando all’interno. Soddisfatta, lasciò la maniglia, permettendo alla porta di aprirsi leggermente e si scansò. David si affacciò e si ritrasse subito, fronte aggrottata ed espressione preoccupata. Claire fu la prossima a guardare e a stupirsi. Shawaine, per ultima, chiuse la porta, dopo aver dato anche lei un’occhiata.

“Cosa gli è successo?”, chiese David, appena la porta fu chiusa.

“La ragazza sbagliata. O forse quella giusta. Dipende”, rispose Alana.

“Cioè?”, chiesero all’unisono Claire e David.

“Ieri notte, saranno state le due, mi chiama da Champs Fleurs, dice che ha distrutto la macchina. Io però non potevo andare a dargli una mano, ero impegnata”, e qui Shawaine condì con un sorriso malizioso il suo racconto, “così ho chiamato Lann”.

“Ma io ero nel sud. Per lavoro. E stavo dormendo a casa di amici. Sapevo che ieri sera Bob usciva con i suoi amichetti, così ho pensato di fare la cosa giusta chiamando la sua ragazza…”, proseguì Alana. “Lei, preoccupatissima, è andata a vedere cosa era successo. Abita a Maraval, capirai, ci ha messo un attimo. Beh”, e qui Alana si fermò per preparare la rivelazione: “la macchina, la Accord nuova, era effettivamente da buttare. L’ha presa su uno di Mount Lambert che se la tiene per ricordo e per pagarsi il disturbo. E il caro Bob non si era fatto praticamente niente. La graziosa bambolina che era con lui, sì, esatto, c’era una tipa con lui, e più nuda che vestita, invece, aveva il naso rotto.”

“E ora il naso rotto ce l’ha anche lui, dopo che la sua ragazza gli ha tirato un fanale in faccia”, terminò Shawaine.

“E un braccio rotto, dopo che lei ha cercato di finire il lavoro con non so che altro pezzo dell’auto”, aggiunse Alana.

“Puoi ben capire perché non è sceso stasera. Oltretutto, ha dovuto farsi la Main Road a piedi fino a San Juan, prima di trovare qualcuno che lo portasse a casa in quelle condizioni. Dorme da mezzogiorno ed è imbottito di antidolorifici”.

David e Claire si guardarono un attimo, poi entrambi, increduli e indecisi sull’atteggiamento da tenere, cercarono un suggerimento sui volti delle due sorelle. Trovatolo, scoppiarono insieme alle altre due in una risata assolutamente incontenibile.

“Pagherei oro zecchino per una foto della faccia di Bob quando è arrivata la sua ragazza”, disse David. “E lei, che fine ha fatto dopo? La ragazza di Bob, voglio dire. Si è fatta viva?”

“Certo”, rispose Shawaine, “non l’hai vista? Ma certo che l’hai vista, ci hai ballato insieme!”

“Michelle???”, chiesero in coro Claire e David.

A quest’altra rivelazione seguì ovviamente un secondo scroscio di risa.

“Avevo visto giusto, allora: è una da prendere con le pinze!”, disse David.

“Altroché!”, rispose Shawaine. “Ho solo paura che lei se ne vada, e che lui la lasci andare via. Sarebbe perfetta per lui”, sospirò.

“È lui che non è fatto per lei”, disse Alana, scettica.

“Mah”, concluse David, “lei non mi ha detto che si è mollata con il suo ragazzo: mi ha detto che è in pausa di riflessione, Sha. Forse c’è ancora  speranza. E, conoscendo il tipo, forse è più che una speranza”.

“Ci teneva molto a conoscerci meglio, Claire e me: secondo me non si sente fuori dalla famiglia. Magari domani passiamo, con lei, a vedere come sta.”, disse David, mentre si avviava di nuovo verso le scale.

Scesero di nuovo al piano di sotto, dove Lily stava facendo gli onori di casa insieme all’immancabile Boysie e salutava tutti e ringraziava per la bella serata. C’erano invitati addormentati qua e là, persone in fila ai bagni, altre fuori sotto la pioggia a smaltire. Altri ancora mangiavano, dolci, carne, patate, qualunque cosa fosse rimasta.

David e Claire abbracciarono calorosamente Alana e Shawaine, esprimendo gratitudine per la serata e rinnovando l’impegno a tornare per salutare Bob all’indomani. Claire tornò ad invitare entrambe a visitarli negli Stati Uniti, un invito già vecchio di un anno e non ancora onorato.

“Ciao, allora, a domani. ‘Notte Lily, notte Boysie”, disse Claire.

“A domani, Claire, ‘notte David, un bacino. Ciao!”

“A domani, cugino. Ciao cara, a domani”

“’Notte Sha, ‘notte Lann, a domani. Lily, è stato un vero piacere. Boysie: alla prossima volta!”

“Buonanotte signorina, buonanotte David, briccone, vengo a trovarti in Ohio, se te la passi così bene”

“Vieni pure, ti aspettiamo, Boysie. Buonanotte”.

“Buonanotte, David. Buonanotte Claire”.

Era ancora buio, alle tre e mezza di mattina. Pioveva, ma forse stava per smettere. L’aria fresca della notte profumava di foresta bagnata, nella valle di Santa Cruz. I rumori si erano calmati e, oltre a qualche occasionale auto, con il regolamentare sottofondo di bassi a tutto volume, solo il rimbalzo delle gocce sulle ampie foglie e lo scorrere degli scoli e del ruscello si facevano sentire. La Corolla noleggiata li aspettava a poca distanza. David decise di prendere la strada di Maraval. Dopo pochi chilometri, la Saddle Road iniziò a salire e in tre tornanti li condusse all’imbocco della North Coast Road. Claire chiese scusa, si sistemò comoda e sprofondò velocemente in un sonno profondo.

David non riusciva a togliersi dalla mente la visione di Nataly. Si chiedeva che cosa fosse davvero stato di lei dopo averla lasciata, quando lui aveva forse ventidue anni e lei diciassette. Immaginava come sarebbe stato l’incontro, se invece di rimanere nascosto nel suo angolo buio nel bar si fosse presentato o, sorprendendola alle spalle, l’avesse cinta con un braccio e le avesse detto qualcosa in un orecchio. Le era sembrata fragile. L’immagine, un po’ banale, pensò, era quella di un fiore che lui aveva colto e lasciato sul ciglio della strada e che, tanto tempo dopo, ritrovava nello stesso punto, non ancora appassito: avrebbe forse dovuto ora fare qualcosa, prendersene cura? O era solo un’impressione creata da un desiderio di innocenza?  Ricordava alcuni momenti di intimità che avevano vissuto. Attenderla a poca distanza dal Convent, quando lei usciva dalle lezioni, senza farsi vedere dalle sue amiche. Le passeggiate al giardino botanico, sulle cui panchine quanti baci erano stati scambiati! Maracas, le gite con gli amici, gli scherzi in mare, la vicinanza dei loro corpi, in pubblico ma senza che nessuno davvero potesse vedere ciò che loro invece sentivano.

Stavano lasciando ormai Maraval ed entrando sulla Queen’s Park Savannah. E sì, certo, la loro prima volta insieme, che era stata anche la prima volta di lei, almeno così lei aveva detto, no, non potevano esserci dubbi, in una beach house a Mayaro, durante le vacanze estive, una sera tanto attesa. Forse l’unica esperienza di questo tipo di cui custodiva così tanti dettagli e tante sensazioni ancora vive. Ma più ancora di questi momenti di intimità fisica, egli tornava a piccoli episodi in cui la sua attenzione, al momento, era stata orientata altrove, ma a cui, col passare del tempo e con l’allontanarsi della persona di Nataly, era tornato più volte con la memoria, dando loro sempre più importanza. Lei che, sulle panchine dello zoo o del giardino botanico gli parlava dei suoi successi e dei suoi problemi a scuola. Lei che, in spiaggia, gli spiegava le sue paure riguardo al loro rapporto, mentre tutti gli altri erano in acqua. Lei che gli aggiustava la cravatta al ballo della scuola, prima di entrare. Lei che gli carezzava la barba, mentre lui era sdraiato appoggiandole la testa sulle gambe, sempre sulle panchine dello zoo. E le telefonate notturne, le parole che lei gli diceva, mentre lui si guardava bene dall’impegnarsi troppo, dal compromettersi, dal trattarla come fosse una persona davvero importante.

La sua voce ancora risuonava nelle sue orecchie, il soprannome che gli aveva dato, ‘Diddy’, con cui nessuno l’aveva mai più chiamato. Cosa sarebbe accaduto se l’avesse chiamata, se si fosse presentato a lei? Sicuramente lei si era costruita una vita in cui non c’era posto per lui, in cui non ci doveva essere. E nella vita di David non c’era posto per lei. Ma allora, perché Nataly era ancora così presente? Il motivo c’era, un motivo molto pesante.

Fecero tutto il giro della Savannah, fino al Cipriani Boulevard. Passando di fronte a Jenny’s la mente volò di nuovo indietro nel tempo. Stava per giungere alla laurea, cioè al baccellierato, e aveva appena trovato lavoro al National Insurance Board, dove inseriva dati al computer da mattina a sera. Si era rivelato un lavoro non certo interessante quanto i suoi studi notturni e le sue sempre più rare uscite con Nataly. Ma il suo primo stipendio lo avevano festeggiato insieme qui, con una cena a base di carne. Avevano bevuto anche vino californiano…

Scesero lungo Tragarete Road fino a Richmond Street. Qui il flusso del poco traffico era frammentato dai tanti incroci e semafori, anche a quest’ora di notte. Claire si svegliò, chiedendo dove fossero.

“Ci siamo quasi, tesoro”, rispose David automaticamente.

“OK, allora svegliami quando arriviamo”, concluse Claire.

Finalmente David parcheggiò vicino all’albergo. Claire si svegliò, uscì dall’auto quasi sonnambula. David la prese per un braccio e la condusse delicatamente verso l’ingresso. Si disse David che lei non poteva non averlo visto. Con la faccenda di Lee, con il discorso. E poi si ricordava sicuramente che lui era cugino delle Blake. Sapeva che ci sarebbe stato.

Almeno poteva sospettarlo. E non lo aveva cercato. Beh, allora era forse meglio così. Si immaginò di nuovo la scena dell’incontro, ma questa volta con toni decisamente più freddi e imbarazzati. Un brivido gli percorse la schiena, proprio sulla porta d’ingresso dell’albergo. Probabilmente anche Claire lo avvertì, appoggiandosi a lui.

Un giovane in uniforme stava guardando la TV in portineria: appena vide gli ospiti entrare, si diresse verso il banco. Senza bisogno di parole, prelevò la tessera della camera 825 dal suo ripiano, insieme a una lettera che probabilmente doveva essere arrivata durante il giorno. Ormai David desiderava solo andare a letto, dormire. Domani lo aspettava una giornata piena. E interessante, con l’uscita al mare insieme a Michelle.

“Sveglia, signore?”,  chiese il portiere.

“Otto, per favore. Buonanotte”, disse David.

Il ragazzo ricambiò l’augurio, mentre si assicurava che l’ospite vedesse la sua competenza nel programmare la sveglia su una grossa pulsantiera elettronica. David si diresse verso l’albergo, con Claire che si trascinava al suo fianco. Certo che una ragazza di Trinidad non sarebbe stata al tappeto dopo, tra l’altro, non aver praticamente bevuto, a un party come questo, si trovò a pensare David. La luce dell’ascensore era soffusa, il movimento all’interno della cabina quasi impercettibile. Dopo pochi secondi la porta si aprì sul corridoio dell’ottavo piano, immerso nella penombra. Qualche passo sulla moquette ed ecco finalmente la camera.

La luce della camera era decisamente meno tenue. Claire dovette coprirsi gli occhi, quando David l’accese. Ma presto si svegliò, notando un’espressione strana sul volto del suo fidanzato.

“Che c’è, David?”, chiese con voce incerta. “Non stai bene? Dai, andiamo a letto”.

Si tolse la maglia, che abbandonò al suo destino su una morbida poltrona. Si sfilò la gonna, che fece la stessa fine. Le scarpe erano già state lasciate dietro alla porta. Estrasse dal cassettone un paio di mutandine, da sotto il cuscino una larga T-shirt bianca e andò in bagno, chiudendosi dentro. David, che si era tolto la giacca e l’aveva appoggiata sullo schienale di una sedia, andò alla finestra e l’aprì. Si accese una sigaretta, guardando fuori. A parte le due torri di Independence Square, si trovava in uno degli edifici più alti di Port-of-Spain. Ma la sua finestra era rivolta a sud-ovest: vedeva il porto, e oltre, il mare. Un mare nerissimo, il nulla davanti ai suoi occhi. Pochi metri di cemento, di asfalto, di distese solide sotto una luce gialla, e poi il nulla.

“Ehi, che ti succede”, Claire gli chiese, accarezzandogli la nuca.

“Niente, Claire. Vorrei solo stare un po’ da solo”, rispose lui.

“OK”, disse lei, sorridendogli. Un’ultima carezza sul collo e poi si ritrasse, si sdraiò, nella sua maglietta bianca.

Passò un minuto, poi, d’improvviso, in una boccata di fumo, David disse:

“Claire?”

“Che c’è?”, chiese lei con dolcezza.

“Hai presente Lee?”, chiese lui.

“Figurati. Che altro ha fatto che mi sia sfuggito, stasera?”

“È un bravo ragazzo, sai?”, continuò David. “Pensa che qualche anno fa, quando è venuto in città, non aveva dove andare. L’ho ospitato io da me, a St Augustine. E poi, aveva bisogno di un po’ di soldi per aprire il suo banco di doubles. Un po’ glieli ho dati io. Tremila TT. Beh, non ci crederai, ma stasera me li ha restituiti! Io li avevo dati per persi, capirai. E invece lui si è ricordato”.

David non sapeva perché stava raccontando tutto questo a Claire. Le aveva detto che voleva stare da solo. Ma perché sentiva il bisogno di parlarle? Temeva di dire troppo. Ma forse era proprio quello che in fondo in fondo desiderava fare.

“Davvero?”, lei chiese, dopo una pausa di un paio di secondi.

David sentì nella voce di lei qualcosa di particolare. O forse ancora il suo desiderio era quello di interpretare ciò che aveva udito come disponibilità ad ascoltare ancora, ma anche pazienza nell’attendere ciò che David davvero voleva dire, e che sarebbe stato molto strano se davvero avesse riguardato Lee.

“Già”, concluse David.

Lei si alzò da letto, gli si avvicinò e lo baciò su una guancia.

“Non ti sapevo così generoso. Ma immagino di non averti mai visto in una situazione che ti ci spingesse”, disse lei sbadigliando, ma abbracciandolo alla vita.

David, come svegliato dal bacio e dalla vicinanza di Claire, spense la sigaretta nel portacenere sul tavolino. Chiuse la finestra, abbassò l’aria condizionata, si sfilò le scarpe, quindi i pantaloni. Sedette ai piedi del letto.

“Claire, ho visto Nataly, stasera”, disse improvvisamente, i gomiti sulle ginocchia, le mani giunte, lo guardo sulla moquette.

“Nataly? Chi è? Una delle tue vecchie fiamme?”, chiese lei sorridendo.

“Un incubo dal passato. Nataly sono io, è la parte peggiore di me che speravo fosse morta, ma che è ancora lì, sotto tutto”.

Claire si sedette sul letto, vicino a David.

“Dimmi di Nataly”, disse lei.

David non parlò subito. Le sue mani raggiunsero i capelli, e in quella posizione rimasero per qualche secondo. Poi David sollevò il capo.

“Era il periodo dell’università, qua a St Augustine. Lei andava ancora a scuola. È stata la mia ragazza fissa durante quel periodo”, disse lui.

“Fissa? E… ne avevi altre meno fisse, vero?”, chiese lei, incuriosita.

“Beh, sì. Non credo che lei lo sapesse, o magari lo sospettava, ma io negavo, ovviamente”, rispose David.

“Capisco. Beh, David, perché questo ti dà così fastidio ora? Voglio dire, mi pare che sappiamo entrambi che vite facevamo prima di incontrarci, quindi…”, disse Claire, appoggiandogli una mano sulla spalla.

“Mi odio, Claire, mi odio per quello che ero, e per quello che ancora sono”, confessò David.

“Dai, non esagerare. Avevi bisogno di fare certe esperienze, avevamo bisogno entrambi di fare la nostra strada, a dir la verità, per arrivare a questo punto, Dave. D’accordo, certe cose non le rifaresti, ma senza di esse allora, oggi non saresti chi sei. Ce lo siamo detti tante volte. Non saresti il mio Dave”, concluse Claire sorridendo e accarezzandolo.

“Quando l’ho lasciata, un mese o due dopo, Nataly ha avuto un aborto spontaneo”, disse lui.

“Merda!”, fu l’immediato commento di Claire. “Spontaneo? Ma era…?”, Claire chiese, dopo qualche istante, arrestando la mano, senza però avere il coraggio di staccarla da lui.

“Non lo so, non so nulla di preciso, lei non mi ha mai più parlato”, disse David. “Se la conosco come la conoscevo, Claire, sì, era mio, e sì, spontaneo”.

“Come l’hai saputo? Quando? Stasera?”, chiese Claire preoccupata.

“Per caso, più di un anno fa, due ormai”, disse lui. “C’eravamo conosciuti da poco, tu ed io. Eravamo già usciti qualche volta. E… ti ricordi che per un mese non mi sono fatto vedere, tu mi cercavi e io non mi facevo trovare?”.

Claire sembrò cercare tra memorie ancora fresche. La fronte le si aggrottò, gli occhi cercavano quelli di lui, sulle labbra arrivarono parole che morirono lì, scavalcate dalle prossime scavalcate dalle prossime, un bagnasciuga di pensieri. Subito però arrivò la comprensione: il volto si rasserenò, lo sguardo sempre stupito.

“E… quel bambino non nato…”, cominciò lei.

“Fece tutta la differenza del mondo, sì”, lui proseguì. “Ma fu un puro caso”. Scosse la testa tra le mani. Con tono a metà tra il rabbioso e il lamentoso continuò: “Abbiamo tutti riso del buon Bob, eh? Ma del serio David, che ha messo la testa a posto, no, non si ride! Eppure oggi sono qua con te per un puro caso! Potrei essere un tipico giovane papà trinidadiano, che passa da un lavoro all’altro cercando di sostenere la ex, il figlio, se stesso e magari la nuova ragazza… Bell’immagine, vero? Non si ride?”.

Claire lo abbracciò, appoggiandosi a lui. “Dai, David! Certo che se oggi tu ed io siamo qui è per un caso. Per tanti casi e tanti atti di volontà. Quel che è successo a Nataly è uno dei tanti casi. Perché mi hai richiamato, dopo aver saputo di Nataly? Perché non sei tornato qui a vederla, a sapere cos’era successo davvero tanti anni fa? Perché hai cercato me, invece? Non è una scelta tua, quella? Non è un atto di volontà? Non vuol dire che David ha preso una certa strada, lasciandone altre?”

Claire stava continuando, ma David la interruppe, sollevando la testa. “Pensavo anch’io che fosse così. Ma stasera, qui, a Trinidad, a casa mia, il vecchio David è tornato alla luce. Quel David non è mai morto! Dormiva, o era andato in vacanza, che ne so? Ma il David che conosci tu è diverso da quello vero. Mi sono trovato in trappola, volevo tornare da lei, e tu eri l’ostacolo. Volevo tornare a vivere come David, e tu eri l’ostacolo”.

“E quello che io amo è ancora diverso da quello che mi stai dipingendo tu. Dave, se quello là è ancora vivo, bene, vorrà dire che impareremo a farci i conti. Non mi spaventa, sai? E non vedo perché dovrebbe spaventare te, che lo conosci ancora meglio. Ricordati com’eri felice fino a questo pomeriggio, non erano bugie quelle che mi hai detto ieri notte, lo so. E io, nonostante stasera, cinicamente forse grazie a quello che è successo a Nataly, sono felice, perché sono qui con te, in questo piccolo… sì, paradiso, so che non ti piace questo nome, ma è così”, disse tutto d’un fiato lei.

“No, non è un paradiso, Claire. È un inferno, per me. Tornare qui convinto di essere una persona e scoprire di essere ancora qualcosa che ho imparato a disprezzare, è un inferno, non è un paradiso”, ribatté David.

“Basta, Dave. Se dici così allora hai ragione: ti costruisci tu il tuo inferno, e lo costruisci anche intorno a me. Pensaci. Io vado a dormire, se ci riesco”, disse Claire, sorridendo triste, slacciando il suo abbraccio intorno alla vita di Dave, allontanandosi da lui con un bacio su una guancia.

Si sdraiò sul letto, spense la luce sul suo comodino, chiuse gli occhi e si addormentò, o finse di farlo. David rimase immobile, nel silenzio. Si sfilò la camicia, si alzò per lavarsi i denti e il viso, spense la luce del bagno, si sdraiò lui stesso sul letto, senza toccare Claire. Non vide, non cercò nemmeno di scorgere nell’oscurità segni bagnati sul viso di lei. Spense la luce sul suo comodino. Dalla finestra iniziava a giungere un tenue chiarore: era già l’alba.

Chiudendo gli occhi, ascoltò il proprio respiro. Non sentiva quell’altro, alle sue spalle. Pensò a se stesso, ai due mondi tra cui era diviso, al suo vivere in albergo nella sua isola, nel suo chiamare casa un appartamento in un luogo straniero. Pensò alla sua donna, indipendente, sicura, reale, che lo legava con catene di vita al suo mondo più recente e al futuro, e a quell’altra, sconosciuta ormai, ombra tra ombre di un passato remoto segnato dalla morte. Il suo pensiero rallentava, preso da una stanchezza pesante.

A quale mondo apparteneva? A quale delle due parti spettava la sopravvivenza? Una non sembrava poter morire. L’altra? Voleva provare a uccidere quella? Si chiese se era possibile. In quel momento il respiro di Claire si fece più pesante. David la sentì e sorrise. Si rispose che non lo era. Si rispose che non voleva tornare indietro nel tempo. Ripensò alle parole di lei, a come Claire gli era stato accanto nell’ultima mezz’ora, negli ultimi due anni.

L’aria della stanza si era fatta fresca e David provò un brivido. Si avvicinò lentamente a lei, fino a sentire il calore e il profumo del corpo della ragazza. La luce nella stanza si faceva più decisa, le ombre scomparivano, si ritiravano dietro agli oggetti. La mente di David si faceva sempre più torpida ma più chiara, mentre la stanchezza prendeva il sopravvento.

Questa donna era capace di scoprire gli angoli più bui della storia di David senza spaventarsi; era capace di stargli vicino anche in mezzo ai fantasmi, agli incubi; era capace di vedere il proprio paradiso infiammato in un inferno in un istante, continuando a nutrire in David tanta fiducia da poter dormire al suo fianco in questo incendio. Lacrime abbondanti riempirono i suoi occhi. Non aveva mai descritto una donna in questi termini, non aveva mai provato quel che sentiva per lei in questo momento: non il desiderio di averla per sé, ma la voglia di imparare da lei, perché anche lei potesse trovare in lui ciò che questa sera Claire aveva donato a David. Poteva chiamare questo sentimento amore? Se sì, ciò che finora aveva chiamato con lo stesso nome stava a questa novità come la luce che ora entrava dalla finestra stava all’oscurità di poco prima. In mezzo alle lacrime, la figura bionda di Claire in maglietta bianca si sfocò e si distorse: David la vide trasformarsi in una donna senza volto, in un corpo femminile accanto al suo. Si aggrappò a lei, allora: la prese per un braccio, costringendola a voltarsi e a mostrargli il viso. Fu allora che vide, negli occhi aperti azzurri illuminati da raggi obliqui, due doppie stelle splendenti opposte in firmamenti brillanti e celesti, il sogno che vi era rimasto impresso, una promessa di vita.

Chiuse i propri, rivoli caldi lungo le guance che correvano e cadevano sul lenzuolo e sulla maglietta bianca stretta al suo corpo. Un abbraccio dolce, stretto, un bacio, salato. Il picchiettare alla finestra si fece più forte: uno scroscio di pioggia, sempre più violento, poi a calare, fino a cessare quasi del tutto. Fra le nuvole basse fece capolino qualche raggio di sole più intenso, finché, in uno squarcio del cielo, un brandello di blu si sarebbe potuto vedere. Ma Claire e David erano finalmente scivolati in un sonno profondo, insieme.

(fine)

Capodanno (3/4)

(segue da Capodanno (2))

Shawaine arrivò dal bar, evidentemente in cerca di qualcosa o di qualcuno.

“Dov’è David?”, gridò. “Dove diavolo è finito David? C’è da affettare il prosciutto, e tutti dicono che è il mestiere di David!”

“Eccomi, Sha!”, rispose gridando David, con improvvisa finta agitazione, “finalmente, non vedevo l’ora di affettare il prosciutto, anzi un intero maiale, se serve!”

Un grosso prosciutto al forno era stato appoggiato a un’estremità del tavolo, all’altro capo del quale stava una teglia di costine di manzo. Tra le due portate (anche etnicamente) rivali, giaceva una teoria di piatti, alcuni appena posti, altri già mezzi vuoti, in cui facevano bella mostra di sé cosce di pollo alla griglia immersi in salsa barbecue, costine di maiale, anatra al curry, riso bollito a profusione, coleslaw, sauze, riso e piselli, chutney, e due grandi insalatiere piene di roti, preparato da un ambulante di St James che lo riempiva di carne sul momento. Un altro tavolo presentava invece i dolci: una Dundee cake, ancora intatta, due fruitcake già intaccate, una torta di cioccolato incartata. E tutto intorno mandarini, pawpaw e anguria a cubetti. Sul banco del bar stavano invece bottiglie di Carib, di Rush, qualche Stag, una grossa bottiglia di rum punch piena a metà e fredda, un secchiello di ghiaccio, rum puro, Coca Cola, vodka, succhi di frutta di vario genere, sorrel, gingerbeer, shandy, ponch-de-crème.

Con decisione, David si posizionò tra il tavolo e la parete, dietro alla teglia di prosciutto. Dopo aver esaminato la lama del coltello che era stato preparato per lui, infilò profondamente il forchettone nella carne con la mano sinistra, e con l’altra iniziò a tagliare le prime sottilissime fette. Era un’operazione che aveva ripetuto tante e tante volte prima, l’ultima pochi giorni prima a casa dei suoi genitori, e David si sentiva sicuro nei gesti. Trovarsi a una tavola ben imbandita e compiere questo servizio era ormai per lui quasi un rito. Vedendolo pronto, diversi ospiti si avvicinarono con i propri piatti, in attesa di vederli riempiti.

“Pat”, egli disse. “Allunga il piatto, per favore… Ecco qua”.

“Grazie, David, che profumo!”

“Il profumo non è opera mia! Io affetto soltanto.”

“Grazie, David”, disse il prossimo invitato, il cui piatto mostrava abbondanti segni di precedenti acrobazie alimentari.

Mentre una ragazza si avvicinò per dare una mano a David con i piatti, Claire si posizionò dietro alla teglia del pollo, distribuendo, senza danni per l’immacolata tovaglia, la carne e la relativa salsa. Anche Lily si dette da fare al tavolo della carne, lei con le costine, anch’esse sugose, mentre dagli altri piatti, meno problematici, provvedevano gli ospiti stessi a servirsi. Lily aveva suggerito anche il tacchino, ma Shawaine aveva detto che ne aveva sempre fatto a meno e non era proprio necessario ordinare troppe varietà di carne: dopotutto, tra Natale e Divali, tutti esageravano sempre con il cibo in questi giorni. Gli invitati uomini si impossessavano abbondantemente, come avevano del resto già fatto finora, di bottigliette di birra, mentre le signore preferivano, come al solito, qualche bevanda frizzante, eventualmente corretta con uno schizzo più o meno abbondante di rum o di vodka. La musica proseguiva in sottofondo, ma ora che la mezzanotte si avvicinava e il cibo veniva servito ufficialmente, quasi nessuno era più impegnato nel salone in danze o in conversazione, mentre era la sala bar ad essere affollata. Non passò molto tempo, però, prima che anche il salone si ripopolasse, questa volta di ospiti con piatti in mano. I bicchieri iniziavano ad essere abbandonati qua e là, mentre Sha e Alana venivano spesso viste con scopa e spazzettone a cercare di prevenire infortuni agli ospiti bonificando i pavimenti resi scivolosi per le improvvide precipitazioni di bocconi dai piatti.

David ovviamente non riuscì a servirsi, ma questo faceva sempre parte del gioco. Ogni tanto si fermava accaldato, per le generali scherzose proteste degli ospiti in fila per essere serviti, per dissetarsi con una birra che calava e si riscaldava rapidamente. Boysie andava in giro con gli occhi ben aperti, assicurandosi che ciascuno avesse ciò che desiderava, dando consigli su quali prelibatezze assaggiare, indicando dove trovarle. Lee, con un piatto in mano, abbrancò Alana e la mise a sedere su una sedia, tra le risate, cedendole il proprio cibo. Quando la fila si fu esaurita, e nella teglia rimaneva un’abbondante quantità di fette pronte per essere prelevate, David disse:

“Ora, se qualcuno vuole ancora del prosciutto, lo dica subito”.

Un coro di voci lo invitò a servirsi e a star zitto, mentre Lily arrivò con un piatto di carne che aveva preparato per lui.

“Molto bene”, disse David amabilmente, prendendo un altro sorso preparatorio, “vi prego di gentilmente dimenticarvi della mia esistenza per qualche minuto, signore e signori”. Si allontanò dal tavolo con il suo piatto e non prese parte ad alcuna conversazione in corso tra i gruppetti di due o tre persone intente nella degustazione. Alcuni parlavano di cricket, altri di recenti incidenti avvenuti sulla Bus Route o di altri avvenimenti di cronaca, altri ancora degli ultimi film in programma nei cinema. Devin Andrews, un ragazzo nero magro e alto che lavorava al Globe, stava lodando un recente film dell’orrore in programmazione durante quella settimana, ma un suo interlocutore, che sembrava la sua controfigura, lo stava smentendo con termini tecnici e diceva che si trattava di un prodotto di bassissima qualità. Lee, che si era unito alla discussione, disse che gli era piaciuta molto l’interpretazione di un giovane attore inglese nel colossal del momento, appena uscito nelle sale.

“L’hai visto?”, chiese a Devin Andrews.

“No, non mi è capitato…”, rispose questi con un tocco di superiorità.

“Perché sarei curioso di avere la tua opinione”, spiegò Lee, “visto che vedi molti film. Penso che sia molto bravo.”

“Eh, lascia a Devin stabilire chi è bravo”, disse Boysie, passando di là, avendo un’idea molto vaga di ciò di cui si stava parlando.

“E perché non potrebbe essere bravo?”, chiese Lee piccato. “Perché non è Martin Lawrence o Laurence Fishburn? Solo perché è bianco come un cencio?”

Ovviamente nessuno rispose alla domanda, che, espressa a voce un po’ più alta del normale, era stata udita abbastanza diffusamente. Devin ricondusse l’argomento al film citato da Lee. Certamente, diceva, era il film di successo, ma non l’aveva visto semplicemente perché aveva promesso al suo fratellino Michael di andarlo a vedere con lui al Palladium, tristissimo cinema, tra l’altro, e quindi non era entrato a vedere la proiezione al Globe. Però sapeva che aveva avuto un grande successo, almeno a giudicare dai commenti dei suoi spettatori alla fine. E comunque, anche in questo film c’era un grande del cinema horror, Christopher Lee, che faceva la parte di un cattivo. E come mai, si chiedeva Devin? E si rispondeva dicendo che il cinema horror di una volta era stato una grande scuola di recitazione. Mentre oggigiorno…

“Basta vedere la maggior parte dei film dell’orrore di oggi”, disse Devin, “tutto basato sugli effetti speciali e senza sostanza”.

“E qual è oggi il settore del cinema dove si vedono i migliori talenti?”, chiese Boysie scettico.

“Mah, nel cinema europeo, forse. Quello americano è troppo commerciale e gli unici che fanno carriera sono i belloni e le strafighe”.

“Può essere”, disse Boysie. “Ma anche tra di loro ci sono dei talenti. Guarda Brad Pitt, o quell’altro, quello di ‘Sleepy Hollow’… E poi chi ha qualcosa in contrario sulle strafighe? E poi dimentichi”, aggiunse sogghignando, “il cinema indiano: Bollywood e dintorni!”.

“Johnny Depp”, disse informatissima Lily, che era accorsa con Shawaine e relativi piatti ormai quasi vuoti, attirate e allarmate dal rumoroso exploit di Lee.

“A me”, disse Shawaine con un’ala di pollo in mano, “Brad Pitt non piace. È troppo finto, si vede che recita. A me piace uno che ho visto in un film… come si chiama?”

“Chi, Shawaine?”, chiese Devin con interesse.

“Non mi ricordo il nome”, disse Sha, “era in ‘Hamlet’, non Ethan Hawke… fa ridere: faceva Rosenstein.”

“Hmm…”, disse Devin. “Non saprei. Non sarà Steve Zahn?”

“Sì, sì, è lui!”, disse Sha. “È molto carino. E probabilmente anche bravo”.

“Vedete? Prima carino, poi, probabilmente, bravo”, disse Devin, confortato nelle sue opinioni.

Nel frattempo la distribuzione si era rianimata. Gli ospiti ricominciavano ad affollarsi intorno al tavolo, mentre Claire si era spostata ai dolci e adagiava con agilità fette delle varie torte sui piatti flessibili, di solito riuscendo a mantenerle in piedi. Lily si era spostata ad aiutarla, porgendole i piatti. Le torte non provenivano dal servizio di catering, ma erano state fatte in casa da vari parenti, e la torta di cioccolato da Alana in persona, che declinava i complimenti delle signorine dicendo che non era riuscita abbastanza scura.

“E che cosa vuol dire?”, chiese Boysie. “Anch’io non sono molto scuro, ma sai bene che sono buonissimo lo stesso”.

Quasi tutti i signori ospiti, tranne David e pochi altri, presero del dessert. David, che non mangiava volentieri dolci, si servì di un’altra porzione di riso. Anche Lee prese di nuovo del riso e lo mangiò insieme alla fruitcake, una combinazione insolita, che destò l’ilarità nascosta e distante di parecchi ospiti che lo tenevano d’occhio come un’attrazione della serata. Il medico gli aveva consigliato la frutta e lui, incurante del fatto che la fruitcake contenesse praticamente solo frutta secca, non voleva assolutamente trasgredire gli ordini del suo dottore. Senza contare, ovviamente, la spropositata quantità di rum che costituiva l’ingrediente essenziale del dolce in questione. La sorella di Lee stava giusto dicendo ad alcune ragazze intorno a sé che sarebbe andata a Tobago di lì a qualche giorno. Le sue compagne iniziarono allora a parlare di Tobago, delle loro guesthouse abituali e di cosa ci fosse da fare una volta in vacanza là: visitare Scarborough, andare in spiaggia a Store Bay o a Pigeon Point, il curry crab an’dumplins di Jeanne, le cascate.

“Volete dire che siete tutte delle esperte di Tobago?” chiese un incredulo Boysie, che a Tobago non metteva piede da tempo.

“Ma sì, un paio di volte all’anno vale la pena andarci. Maracas dopo un po’ stanca”, disse Shawaine.

“Ah, se è per quello, ho smesso di andarci, a Maracas. Se voglio nuotare vado a Blanchisseuse o a Salybia, dove c’è scelta: i miei amici vanno in mare, io nel fiume”, disse Boysie candido. “E poi, sei ore di traghetto: mi passa la voglia solo a pensarci!”

Rimase di sasso alla reazione delle signorine, che evidentemente tutte preferivano andarci in aereo.

“Ma certo! Hai ragione, sei ore di traghetto sono tantissime. A parte che ho letto che fra poco metteranno il traghetto veloce, che impiega la metà. Ma ogni ora c’è un volo per Tobago, e ci si mette mezz’ora! Ma da quanto non ci vai?”, chiese Shawaine decisa.

“Mah, una decina d’anni, forse. E costa molto?”, chiese Boysie.

Sha rispose che non ricordava esattamente, ma pensava fosse all’incirca un centinaio di TT. Boysie sembrava ancora più colpito. Lee gli spiegò come meglio poté che il governo teneva le tariffe basse per favorire gli spostamenti dei tobagoniani. La spiegazione non fu molto chiara per Boysie, probabilmente per il tasso alcolico di entrambi, tanto che quest’ultimo chiese:

“E quindi per i tobagoniani costa ancora meno?”

“Tutti uguali, Boysie, tutti uguali. Sta’ tranquillo, non ti fanno pagare di più solo perché è evidente che sei di Trinidad”, gli disse Sha ridendo.

La risata finì in un silenzio in cui nessuno si sentiva di aggiungere qualcosa o di cambiare argomento. Nel silenzio si poteva però udire la sorella di Lee sussurrare a qualcuno:

“Ho una cugina a Tobago. Una brava ragazza, sissignore, una brava ragazza.”

La mezzanotte era ormai alle porte. Boysie e altri amici andavano e venivano carichi di birra, bevande varie e persino un paio di bottiglie di champagne. Dei nuovi bicchieri furono distribuiti. Lee stava per lamentarsi quando gli versarono una quantità secondo lui insufficiente di vodka nel suo succo d’arancia, ma Alana, dietro di lui, gli sussurrò qualcosa in un orecchio e lui si zittì immediatamente. Gradualmente, via via che i bicchieri venivano riempiti, la musica si abbassò, poi cessò completamente e le conversazioni si fecero più tenui. Improvvisamente gli speaker gracchiarono e tutta la casa si trovò sintonizzata sul canale 95 della radio, a un volume decisamente alto. Il presentatore, evidentemente circondato da una folla festante, stava urlando che mancava ormai un minuto al nuovo anno. Ci fu una corsa alle bottigliette, a stappare le birre per essere pronti a trangugiare come prima buona azione del nuovo anno. Shawaine e Alana presero ciascuna una bottiglia di champagne e iniziarono ad aprirne la gabbietta. Quella di Sha si smontò subito, tanto che il suo tappo esplose quando ancora mancavano venti secondi alla mezzanotte; la prima bottiglia fu seguita immediatamente dall’altra, che ormai non aveva nessun motivo per rimanere chiusa. Lo champagne finì dappertutto, le bottiglie scosse apposta per tramutarlo in schiuma volante. I bicchieri si riempirono di qualunque liquido potabile a disposizione degli ospiti, ci furono abbracci, baci, auguri, la radio fu abbassata proprio quando iniziava il conto alla rovescia: per il fuso orario di casa Blake, la mezzanotte era già passata. Qualcuno intonò The Auld Lang Syne, che in pochi secondi conquistò tutta la casa. Al termine della canzone, in un applauso generale, Alana e Shawaine levarono il loro bicchiere, chiedendo attenzione, mentre Boysie picchiava con un coltello da carne su una bottiglia di rum per richiamare il silenzio. David si schiarì la voce.

L’applauso si levò subito più forte, per poi cessare completamente. David depose piatto e bicchiere sul tavolo davanti a sé, appoggiò dieci dita tremanti sulla tovaglia bianca e sorrise nervosamente alla compagnia in attesa. Incontrando una fila di sguardi, alzò gli occhi al lampadario-ventilatore. Il DJ aveva scelto un lento, a basso volume, per le persone rimaste nel salone. Fuori dalla casa si sentiva il crepitare di mortaretti e i cani di tutto il vicinato abbaiavano furiosamente. L’intera vallata era illuminata: le case, le decorazioni esterne, i fuochi d’artificio tingevano di colori e di luce tutta la valle da San Juan a Cantaro. Dietro alle colline, Laventille e poi Port-of-Spain in questa nottata di pioggia leggera scintillavano come vestite di paillettes. Iniziò:

“Ladies and Gentlemen,

“tocca a me stasera, come gli anni passati, un compito assai piacevole ma per cui le mie capacità temo essere inadeguate.”

“No, no!”, gridò Boysie.

“Comunque sia, vi chiedo di accettare la mia buona volontà e prestarmi la vostra attenzione per un momento mentre cerco di esprimere i miei sentimenti in quest’occasione.

“Ladies and Gentlemen, non è il primo capodanno che celebriamo insieme in questa casa, in questa casa ospitale. Per me è un piacevole ritorno a casa. Un appuntamento che ho il grande piacere di poter onorare, tornando da lontano qui tra voi, tutti voi. Salutiamo le splendide nostre ospiti, Alana e Shawaine Blake”. L’applauso scrosciò rumoroso, frammisto di urla e commenti entusiastici più o meno espliciti sulle due sorelle. David decise di non citare Bob, che non si era ancora fatto vivo. Fece un segno circolare con il braccio e si fermò alle due sorelle che, vicine, stavano arrossendo sotto gli sguardi di tutti. Continuò con più coraggio:

“Sono tanti i ricordi che mi legano a questa casa, a voi tutti. Alcuni ricordi sono belli, altri purtroppo si riferiscono a situazioni spiacevoli o persino tragiche. Sono memorie che si sono accumulate di anno in anno, di giorno in giorno, che fanno parte di me, di ciascuno di noi che le ha vissute, memorie di volti cari, di episodi che legano questi volti alle nostre vite. Per me, che abito lontano, questo momento, questa serata è la mia fabbrica di memorie di casa per tutto un anno. In questi pochi giorni, in questa serata si concentrano i momenti del mio Paese che ricorderò in futuro.”

Un mormorio di assenso si diffuse tra il pubblico. David ricordò che Michelle non era là e, anzi, se n’era andata piuttosto scortesemente; disse, con sicurezza:

“Ladies and Gentlemen,

“d’altra parte, non sono le uniche memorie che vedo costruirsi. Da lontano, come su una cartina, Trinidad sembra così piccola, mentre il tempo che vivo in altri luoghi molto più ampi è molto più lungo. Ciò mi rende meno amati il mio Paese, la mia isola, la mia casa? No, rende più libera la mia mente nel giudicarle, ma non le rende meno care. Ne vedo più chiaramente i difetti, ne apprezzo meglio le qualità; ma non le amo di meno. Capisco meglio quanto ristretti e provinciali siano alcuni loro tratti, certo. E proprio perché continuo ad amarle, mi viene il desiderio di cambiarle; vorrei che tutti vedessero quel che ho visto io”.

“Giusto, giusto!”, disse Boysie ad alta voce.

“Perciò”, continuò David, con voce più morbida e confidenziale, “il mio augurio, per tutti voi, è che il nuovo anno vi porti questa esperienza, questa consapevolezza, questo spirito critico. Dio viene da Trinidad…”

Tutti scoppiarono a ridere e ad applaudire alla citazione di questo detto, noto a tutti, ma qui inatteso. Shawaine, che si era distratta un attimo, chiese invano ai suoi vicini di ripeterle la battuta di David.

“Dice che Dio è un trinidadiano”, disse Alana.

Shawaine non capì cosa c’entrasse, ma rivolse nuovamente lo sguardo su David, sperando che la prossima frase chiarisse il suo pensiero.

“Dio viene da Trinidad, ma per fortuna non si è fermato qua, per quanto bello sia il nostro piccolo giardino dell’Eden”.

David guardò le cugine; vedendo il sorriso sulle labbra di Alana e di Shawaine, il dubbio di aver sprecato il fiato gli fu confermato. Si affrettò a chiudere. Levò il bicchiere pieno di champagne con trasporto, mentre tutti gli altri lo imitavano, e disse a voce ben alta:

“Brindiamo al nuovo anno. Salute, prosperità, felicità…e un po’ di saggezza e di conoscenza per tutti noi! Cheers!”

Tutti gli ospiti presenti, bicchiere in mano, ripeterono. Boysie intonò nuovamente The Auld Lang Syne e al suo canto, una volta vuotati i rispettivi bicchieri, tutti quanti si unirono.

Should old acquaintance be forgot

and never brought to mind?

Should old acquaintance be forgot

and auld lang syne?

Alana cantava a pieni polmoni, e persino la solitamente più compassata Shawaine partecipava con trasporto al momento. Lee batteva il tempo stritolando ritmicamente un bicchiere di plastica in mano, e tutti cantavano con grande solennità, voltandosi l’uno verso l’altro:

For auld lang syne, my dear

for auld lang syne

we’ll take a cup o’kindness yet

for auld lang syne.

Le acclamazioni che seguirono furono colte e amplificate anche dagli incalliti ballerini nel salone, che le ripresero più e più volte, con Lee che fungeva da direttore d’orchestra con una forchetta di plastica bianca alta e ben in vista. Il canto scozzese sfumò in nuova musica, bassi che pompavano, bevande che scorrevano, gente che camminava, passava, ballava, si sedeva e si alzava, s’addormentava o mangiava, parlava, gridava, fumava, entrava ed usciva: come poteva e voleva, si divertiva.

Uno spruzzo raggiunse Shawaine, che si guardò attorno per capire chi la stesse schizzando, per poi rendersi conto che la porta-finestra del bar era stata aperta e che ciò che le era arrivato in faccia era proprio pioggia. Disse:

“Chiudiamo subito la porta. Rischiamo di affogare!”

“Boysie è fuori, Sha”, rispose Lily.

“Boysie è dappertutto”, disse Alana, a bassa voce.

Lily rise alla battuta e riprese, affettando sincerità:

“Davvero, è molto attento.”

“Si è installato qui come un elettrodomestico”, disse Alana nello stesso tono, “fin dal giorno di Natale.”

Rise di buon umore, questa volta, e poi aggiunse:

“Cosa sta facendo là fuori? Ormai di cibo non ne serve più… Digli di venir dentro, Lily, e di chiudere la porta. Speriamo che non mi abbia sentito!”

In quel momento si spalancò la porta e Boysie rientrò, ridendo a crepapelle e tentando di pulirsi le mani in un tovagliolo di carta fradicio. Aveva i capelli completamente bagnati e rivoli di pioggia gli segnavano il viso. Indicò con il pollice l’esterno alle sue spalle e disse:

“Sono uscito a godermi la pioggerellina, ma mi sono ricordato che preferisco il rum all’acqua”.

E con questo diede l’avvio alla seconda fase della festa, quella in cui alla musica si sovrapponevano le abbondanti libagioni e insieme a coloro che salutavano e se ne andavano per primi, partiva certo anche la sobrietà di quelli che rimanevano.

David avanzò verso Boysie, sistemandosi la giacca e guardandosi intorno, chiese:

“Dov’è finita Claire?”

“Forse di là a ballare?”, provò Shawaine.

“Ballano ancora?”, chiese David.

“Ma sì, qualcuno… lo sai come va a quest’ora: sempre meno in piedi, sempre più seduti o sdraiati”.

“No, no”, disse Lily. “Devin e quella ragazza che ha ballato tutta la sera con Boysie non se ne sono ancora andati e sono là, avvinghiati come due rampicanti”.

“Beh, qualcuno sta ballando, sentite il DJ come ci dà dentro!”, disse David.

Lily guardò David e gli chiese:

“Non te ne starai andando, spero, David. Non sono ancora riuscita a ballare con te, bello!”

“Ho paura che dovrai aspettare di essere più grande, piccolina”, disse Boysie sorridendo malizioso, “sembra proprio che il nostro David stia per andarsene, in effetti. Ma io rimango, cara, e le bambine mi piacciono tanto…”

“Ma no, David, aspetta ancora un po’: hai fatto un bellissimo discorso, aspetta un po’ di complimenti, almeno”, disse Alana, che, passando con il sacco dei piatti usati, aveva sentito la risposta di Boysie e aveva compreso l’intenzione di David.

“E chi me li fa adesso i complimenti? Sono tutti ubriachi. Ma no, penso che dovremo andare. Domani avremo una giornata di saluti e preparativi, e in più credo che Claire abbia accettato un invito di Michelle per un bagno a Las Cuevas. Non so con chi verrà, se col suo ragazzo…”

“Ne dubito!”, disse Lily, con un’occhiata ad Alana.

Shawaine disse:

“È stata carina a venire, comunque. Quella ragazza ha un bel caratterino! Sai chi era sua nonna, David? Mrs Persad”.

“Mrs Persad chi?”, chiese David, il cui volto subito cambiò espressione in un lampo di tardiva comprensione.

“Lei!”, dissero Alana e Shawaine all’unisono.

Boysie si lamentò di non aver capito di chi si stava parlando. David iniziò a raccontare la storia.

“Il fu Sheldon Blake, nostro nonno”, spiegò David, “comunemente noto nei suoi ultimi anni come ‘il vecchio caimano’, importava noce moscata e immigrati da Grenada”.

“Dai, David”, disse Sha, ridendo, “aveva un’azienda di import-export!”

“Ma sì, sto scherzando”, disse David, “il vecchio caimano aveva questa azienda che aveva rapporti con le isole, soprattutto con Grenada. Mrs Persad era la sua… diciamo contabile-segretaria-legale-factotum. Era come il suo braccio destro. Una donna che tutti rispettavano quasi più di lui! E si faceva rispettare anche da noi nipotini, anche se ci voleva molto bene e ci comprava sempre dei regali”.

“Pace all’anima sua”, disse Shawaine con compassione.

“Amen”, disse David distrattamente, “Era molto più giovane del nonno, no? Mi ricordo che era noto in tutta la famiglia che all’inizio la nonna non la poteva sopportare, ma poi ci fu una serata come queste, in cui le due donne si affrontarono in privato, e da allora divennero inseparabili. Le donne, eh?”

Tutti risero, e Shawaine disse:

“Dai, inseparabili… Diciamo che le ostilità cessarono. Io mi ricordo che la nonna comunque non ne parlava sempre benissimo”.

“Inseparabili’!’, continuò David, “La nonna era una donna di casa: la sua unica occupazione era crescere i figli e mandare avanti la casa, giusto? Bene, lei e Mrs Persad erano diventate tanto inseparabili che a qualunque meeting, cena, occasione più o meno mondana legata al lavoro, il nonno dovesse andare e a cui sarebbe stata presente anche Mrs Persad, iniziò ad andarci anche la nonna!”

Shawaine e Alana, insieme a Lily e Boysie eruppero in una fragorosa risata, specialmente quest’ultimo.

“Mia madre mi ha raccontato”, proseguì David, “che una volta il nonno aveva chiesto ironicamente alla nonna se doveva far liberare un ufficio per lei, così poteva seguirlo anche al lavoro. E, alla risposta acida di lei, che se lui non si fosse tolto dai piedi quella gattamorta, lei sarebbe certamente arrivata anche a controllarlo in ufficio, lui rispose che avrebbe immediatamente provveduto a installare fornelli e lavatoio nell’ufficio vicino al suo, perché ‘quelle sono le uniche cose che devi controllare, donna!’”

Lo scroscio di risa che seguì l’imitazione del nonno che David aveva appena inscenato fu interrotto da un rumore alla porta-finestra. Lily corse ad aprirla, per trovarvi dietro Lee, completamente fradicio, con un cappellino da baseball in testa, che imprecava contro la pioggia.

“Fottuta macchina!”, disse trascinando le parole più che mai, “non vuol saperne di partire!”.

“Con questa pioggia e al buio è inutile provare a ripararla: cercati un passaggio, Lee”, disse David.

“Ma certo”, disse Sha. “Piuttosto, tua sorella non può tornare a Toco stanotte. Dai la facciamo dormire qui, domani chiama il meccanico e ti porta la macchina a St Joseph. Cosa ne dici?”

La sorella di Lee fu ben contenta di non doversi sottoporre a tre ore di viaggio con il fratello in quelle condizioni al volante e sotto la pioggia. Le fu preparata una stanza al piano di sopra, dove si ritirò quasi subito, dopo aver salutato calorosamente David. Lee trovò un ospite diretto a Diego Martin che lo avrebbe accompagnato subito fino a City Gate; da lì avrebbe potuto prendere un qualche maxi fino a St Joseph. Ma subito dopo un altro tizio, diretto a est, verso Valencia, lo avrebbe portato direttamente a St Joseph, ma sarebbe partito fra un’oretta. Ovviamente Lee accettò entrambe le proposte, generando una discreta confusione, accentuata dal fatto che una ragazza di Chaguanas aveva anch’essa chiesto un passaggio a quest’ultimo autista, e tutti intorno si davano da fare nel consigliare dove quest’ultima dovesse essere lasciata senza far troppo deviare l’autista dal suo percorso. Lily cercò di rendersi utile, ma il fatto che ancora non guidasse non giovava alla qualità delle sue proposte. Lee, intanto, in mezzo a tutta questa confusione, era piegato in due dal ridere, finché l’autista della prima macchina decise per tutti e gridò sopra le risate di tutti:

“Lee viene con me, a City Gate, e da lì si arrangia, è un uomo di mondo e sa cavarsela”.

“Sissignore”, disse Lee cercando di rimanere serio.

“Invece la signorina viene con te e tu la porti a Chaguanas. Fai una deviazione sulla Uriah Butler, ci metti un quarto d’ora in più, ma la porti a casa, hai capito bene? Non è la notte da far girare da sola per la strada una fanciulla innocente! Innocente, dico bene?”

“Fino a prova contraria, vostro onore”, rispose la ragazza.

“Sissignore”, fece eco ridendo il secondo autista contemporaneamente.

“Bene, situazione risolta”, disse il deciso autista, accasciandosi su una sedia.

“E quando partiamo? Faccio in tempo per un’altra birra?” chiese Lee.

“Non se ne parla nemmeno”, disse l’altro, “partiamo subito! Andiamo a salutare!”, e si alzò di nuovo, partendo a distribuire baci, abbracci e ringraziamenti.

(segue)