Senatori, onorevoli e non

Pensavo stasera che mi è capitato di conoscere da vicino, anche se solo superficialmente, due parlamentari italiani.

L’onorevole Vincenzo Baldassi, deputato PCI dal 1972 al 1983, era una persona che i miei genitori hanno stimato molto e per cui hanno nutrito (e io con loro, oggi che ne conosco il ruolo nella loro vicenda personale) un legame di gratitudine  per lungo tempo. Nonostante “comunista” in casa nostra sia sempre stato un aggettivo connotato in modo fortemente negativo.

Il senatore Carlo Buzzi, deputato DC dal 1952 al 1976 e poi senatore dal 1976 al 1983. Abitava, molto semplicemente, nella mia parrocchia e tra il suo ritorno da Roma e quando mi trasferii io dalla parrocchia, la sua presenza, la sua cortesia, e in alcuni casi la sua partecipazione attiva ai momenti importanti della vita della comunità hanno accompagnato con discrezione, sostegno e incoraggiamento quella di noi giovani.

Due persone umili, competenti, oneste, impegnate, affabili, disponibili, con un’idea alta della politica, del servizio politico, della rappresentanza.

Per me gli appellativi “onorevole”, “senatore” significano questo. Per esperienza personale.

Si dirà: sì, PCI, DC… parli di un’altra era.

Eppure, da quando ho potuto votare, indipendentemente dalla legge elettorale, dal fatto di poter scegliere effettivamente il candidato oppure no, ho sempre cercato queste virtù in coloro che avrei potuto far eleggere, anche se non c’erano più né la DC né il PCI. E le ho sempre trovate, una volta sobbarcatami la fatica di andare a cercare nelle liste, di informarmi, di fare la mia parte nella scelta.

Non mi sono informato questa volta, lo ammetto, sui candidati M5S. Semplicemente perché ho ritenuto di aver trovato in altri partiti il rispetto dei miei requisiti minimi. Se non li avessi visti incarnati altrove, avrei probabilmente cercato anche lì.

Ripeto: umiltà, competenza, onestà, impegno, affabilità, disponibilità, un’idea alta della politica, del servizio politico, della rappresentanza.

Più li vedo, più li sento, però, questi “cittadini”, capisco e approvo il loro non volersi fregiare dei titoli di senatore, di onorevole. E non per il confronto con chi questi titoli li ha infangati.

Ecco quel che succede a dire “sono tutti uguali”. Li si diventa. Mentre gli esempi di virtù rimangono tali, solo sempre più lontani e irraggiungibili. Alla faccia dei Superiori.

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